PEPPINO IMPASTATO E LA SUA LOTTA ALLA MAFIA

Questo e’ un argomento con cui voglio ricordare di questo piccolo uomo, che con coraggio, grazie alla sua radio, faceva controinformazione radiofonica contro la mafia.

Lui era un giovane uomo che fece della lotta antimafia, la sua ragione di vita.

Giuseppe ( Peppino ) Impastato nasce a Cinisi, Palermo, nel 1948 e muore, sempre nel suo paese natale il 9 Maggio, su commissione del Boss Tano Badalamenti.

Fin da piccolo Peppino, conosce, tramite il padre, i problemi legati alla mafia e crescendo decide da che parte stare.

Peppino svolse lavori di conduttore radiofonico, scrittore e giornalista. Questo gli consenti’ di far nascere Radio Aut nel 1976, dove attraverso la trasmissione radiofonica ( Onda Pazza ), attirò l’attenzione del pubblico, grazie al sarcasmo verso i mafiosi ed i politici.

Il suo impegno politico e la sua lotta antimafia lo misero in cattiva luce di fronte ai Boss mafiosi e per questo pagherà con la vita questa sua scelta radicale e netta.

Peppino Impastato, scrisse molte poesie, citazioni, aforismi e slogan che oggi sono conosciuti sia nel suo amato Sud sia in ogni angolo d’Italia.

Non molti anni fà è stato dedicato a lui un Film che raccontava la sua straordinaria e tenace lotta alla mafia ” I CENTO PASSI “.

VI DESCRIVO ORA LE 5 FRASI PIU’ CELEBRI DI PEPPINO IMPASTATO

” La mafia uccide, il silenzio pure “. Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! “. Noi ci dobbiamo ribellare prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro faccie! Prima di non accorgersi più di niente! “.

Un’altra frase simbolo scritta da Peppino Impastato è dedicata all’elogio della bellezza.

” Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà “.

All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante nel davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che cosi’, pare dover educare la gente alla bellezza: perchè in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione e rimangano sempre vive la curiosità e lo stupore “

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

Finitela di ingannarci!

Ma di quale futuro parlate ? finitela di ingannare i cittadini, di usarli come bancomat e trattarli come zerbini! In una societa’ in decadenza, dove i valori morali ed etici non esistono piu’ e le regole sono fatte su misura per tutelare un regime, Internet rappresenta la vera “democrazia” ed anche una piattaforma dove presentarsi liberamente, senza liste di attesa.
La societa’ moderna e’ diventata “virtuale”, quella fuori da Internet. La colpa? certamente e’ dei governanti. Il caos sociale, le disuguaglianze ed ogni altra “anomalia” sono la “prerogativa” dei politici.Vivendo in un “paradiso artificiale”, decidono il nostro futuro ed ogni altra regola che ci condizionera’ la vita, intanto che la loro e’ “blindata” da privilegi anacronistici. Anche le nostre capacita’ sono ormai compromesse dalle loro decisioni.La politica europea (UE) e’ ormai “asservita” ai seguenti organi: FMI, BCE, Massoneria e Lobby Finanziarie (Bilderberg e Rothschild) tra le principali. In buona sostanza, la politica, specie in Italia, anziche’ tutelare i cittadini, si e’ schierata “contro” di loro con pesanti misure di austerita’ al fine di impoverire famiglie, imprese e la stessa nazione e favorire gli speculatori internazionali affiliati. In Italia e’ in corso una svendita dei “gioielli di famiglia”: Eni, Enel, Finmeccanica etc
2300 miliardi di euro aggiornato. Il debito pubblico cresce comunque all’impazzata per via delle spese folli e interessi per l’utilizzo della moneta (euro). L’euro e’ un suicidio per l’UE, mentre e’ un vantaggio per la casta politica e lobby di potere per aumentare le disuguaglianze come gia’ avviene nei paesi in via di sviluppo. Con l’euro, torniamo indietro di almeno 50 (cinquant’anni) e senza speranza di migliorare, il che risulta deleterio per i cittadini e imprese. Non abbiamo considerato l’aspetto della tassazione che rappresenta una barriera antieconomica che toglie qualsiasi speranza e velleita’ per il futuro.
Pensate che Internet sia un ambiente virtuale? e’ la politica che ha trasformato la societa’ in ambiente virtuale.. e questo e’ allarmante!

Maggiori informazioni Fabrizio Bratta Official

DALLA CREDENZA COMUNE CHE LA MAFIA NON UCCIDESSE I BAMBINI ALL’ AGGUATO AL GIUDICE Cap.6

I killer stavano seguendo da lungo tempo come un’ombra il Procuratore Capo del Tribunale di Sala Consilina ed hanno atteso proprio il suo giorno di riposo per sorprenderlo  per eludere anche la sua scorta.

L’agguato è avvenuto a Salerno di sabato pomeriggio, precisamente a Cava dei Tirreni, contro il Procuratore Capo del Tribunale di Sala Consilina, Dr. Alfonso Lamberti, che nell’agguato era rimasto ferito, ma è morta la figlia Simonetta, di 11 anni, che era con lui in auto. La firma e’ attribuibile alla delinquenza organizzata.

Viene esclusa qualsiasi matrice politica. Nessuna organizzazione eversiva ha rivendicato la paternità del tragico episodio .

Inoltre il magistrato non si e’ interessato di processi politici, ad eccezione del procedimento contro l’anarchico Marini, che uccise un giovane missino in una rissa e in cui sostenne nel 1974 in Assise la pubblica accusa.

Il Dr. Lamberti era impegnato nella lotta dal racket delle estorsioni ai traffici illeciti di ogni sorta, poi alla speculazione ottenendo un ruolo attivo nelle cause inerenti a sequestri di persona e della delinquenza comune.

La vicenda è protetta da riserbo e un gruppo di magistrati della Procura di Salerno coordina l’inchiesta affiancando i carabinieri e polizia.

A Nocera Superiore, a una decina di chilometri dal luogo dell’imboscata, è stata rinvenuta ieri, bruciata una Audi 80.

Sarebbe la vettura che si era accostata a quella del Giudice Lamberti da cui i sicari hanno fatto fuoco con le pistole.

Si parla anche di un importante fermo Giudiziario, ma questa indiscrezione non ha trovato conferma ufficiale.

Le condizioni del magistrato raggiunto dai proiettili di una ” P38 ” alla spalla sinistra e da uno di rimbalzo alla nuca sono migliorate ieri, informato della morte della figlia, ha voluto lasciare l’ospedale di Cava dei Tirreni per trasferirsi a casa, dov’era stata allestita la camera ardente per la piccola Simonetta.

Alfonso Lamberti, 45 anni esperto anche di Giustizia sportiva, Vice Presidente di una commissione della federcalcio.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

CI SONO NEONATI E BAMBINI NELLA GUERRA DI MAFIA! Cap.5

NESSUNO VIENE RISPARMIATO DALLA MAFIA COME VEDREMO. UNA LUNGA SCIA DI SANGUE NELLA MATTANZA MAFIOSA Cap.5

Le mafie hanno sempre ucciso i bambini in ordine cronologico (apro questo 5° capitolo con i nominativi delle vittime innocenti di mafia).

La prima è Emanuela Sansone, uccisa nel 1986 a soli 17 anni a Palermo mentre si trova nel negozio di famiglia.

Nel tragico elenco Giuseppe Letizia, 13 anni probabilmente avvelenato in ospedale dopo avere assistito all’omicidio di Placido Rizzotto, ed Emanuele Riboli, di 17 anni, figlio di un imprenditore del Varesotto, sequestrato nel 1974, avvelenato e dato in pasto ai maiali.

Poi ancora Pinuccia Utano, 3 anni raggiunta da un proiettile mentre dorme sul sedile posteriore dell’auto del suo papà.

Freddata nella notte, proprio come Annalisa Angotti, 4 anni uccisa dall’esplosione di un auto riempita di esplosivo davanti alla sua casa delle vacanze di Siculiana, Agrigento.

Figli innocenti di uomini di giustizia o famiglie mafiose, protagonisti inconsapevoli della battaglia tra bene e il male.

Come Simonetta Lamberti, 10 anni, figlia di Alfonso, Procuratore di Sala Consilina, uccisa nel 1982 in un agguato camorristico che aveva come obiettivo il padre.

Dopo 34 anni, la Cassazione ha condannato per l’omicidio del killer della nuova camorra organizzata Antonio Pignataro.

E in auto si trovava anche il piccolo Cocò Campolongo, di Cassano allo Ionio, in provincia di Cosenza.

Nel gennaio del 2014, mentre la madre è in carcere, il suo corpo viene trovato carbonizzato in una Fiat Punto insieme a quello del nonno e della sua compagna.

Secondo gli Investigatori, il nonno, coinvolto nello spaccio di sostanze stupefacenti, lo avrebbe usato come scudo umano.

Mai i sicari non ci hanno pensato due volte a uccidere il bambino. E sono tanti anche i bambini che per caso si sono trovati al centro della violenza mafiosa.

Nella strage di Pizzolungo, a Trapani, nel 1985, l’obiettivo dell’autobomba era il giudice Carlo Palermo.

Ma una macchina che passava da lì fa involontariamente da scudo. A bordo ci sono Barbara Rizzo Asta e i suoi due figli gemelli, Giuseppe e Salvatore.

Raffaella Campagna, invece, aveva 17 anni e lavorava in una lavanderia di Villafranca Tirrena, in provincia di Messina.

La sua colpa: aver letto dei fogli “ riservati ” dimenticati nella tasca della camicia di un boss.

Nicholas Green, in vacanza in Italia dalla California, aveva sette anni quando è stato ucciso mentre era in auto con la sua famiglia sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria.

Annalisa Durante invece abitava a Forcella, periferia di Napoli con una alta presenza criminale.

Il 27 marzo del 2004 viene uccisa in una sparatoria tra camorristi davanti al portone di casa. Proprio come Dodò Gabriele, 10 anni, di Crotone. La sera 25 giugno del 2009 il padre lo porta con lui a una partita di calcetto.

All’improvviso da dietro la recinzione, parte una raffica di pistola indirizzata al portiere. Ma i proiettili colpiscono al volto Dodò e lo uccidono all’istante.

A salutare quella bara bianca accorsero così tante persone che non bastò la basilica di Crotone a contenerle tutte.

Da allora i suoi genitori girano l’Italia per raccontare la storia di Dodò e dei bambini uccisi dalle mafie.

Per dire a tutti che i mafiosi non risparmiano nessuno e non seguono nessun codice d’onore, se non quello dei propri interessi.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

LA MAFIA NON UCCIDE DONNE E BAMBINI. NON E’ VERO! Cap.4

” IL CODICE D’ONORE ” DELLA MAFIA NON VIENE RISPETTATO, INFATTI E UNA LEGGENDA. Cap.4

Questa che sto per scrivervi è una verità sconcertante di ciò che riesce a fare la mafia quando diventa pericolosa per tutti.

” Il codice d’onore ” presente in tutte le tipologie di mafia, che vieta severamente l’uccisione di donne e bambini, fu introdotto demagogicamente per dare all’esterno un’idea di mafia che era fatta e dotata di ” regole morali ” .

Nella realtà essa non è stata mai rispettata, se non fino agli inizi degli anni ’60 quando la donna, comunque, non aveva alcuna voce in capitolo e veniva trattata in maniera indecorosa.

La mafia non ha avuto scrupoli nell’uccidere, con le maniere più brutali, donne e bambini.

In questo momento penso ad alcuni bambini come Simonetta Lamberti di 11 anni, uccisa nel 1982 perché figlia di un Procuratore Capo, Nunzio Pandolfi di 2 anni, ucciso nel 1990 insieme al padre, Angelica Pirtoli di 2 anni e mezzo, morta nel 1991 insieme a sua madre, Valentina Guarino di 6 mesi uccisa insieme a suo padre nel 1991, Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido nel 1992 dopo 779 giorni di prigionia ( per convincere il padre a non collaborare con la giustizia ), Raffaella Lupoli di 11 anni, uccisa nel 1997 al posto del padre, Ciro Zirpoli di 16 anni, ucciso nel 1997 perché figlio di un pentito.

Per non parlare poi dei bambini coinvolti nelle sparatorie tra clan, le cosiddette “ vittime innocenti di mafia ”: Nadia e Caterina Nencioni, rispettivamente di 9 anni e 50 mesi di vita, uccise nel 1993 nella strage di via dei Georgofili, Valentina Terracciano di 2 anni, uccisa nel 2000, Michele Fazio di 16 anni, ucciso nel 2001, Gaetano Marchitelli di 15 anni, ucciso nel 2003, Annalisa Durante di 14 anni, uccisa nel 2004, Domenico Gabriele di 11 anni, ucciso nel 2009 …

Le donne uccise dalla mafia sono più di 150. La prima è stata Emanuela Sansone, 17 anni, figlia di una bettoliera di Palermo, ammazzata il 27 dicembre 1986 perché la mafia pensava che la madre avesse denunciato dei mafiosi per fabbricazione di banconote.

L’ultima è stata Maria Concetta Cacciola, 31 anni, figlia del boss di Rosarno: aveva provato a ribellarsi al destino, s’era pentita e poi era tornata sui suoi passi.

Il 22 agosto del 2011 è entrata in bagno, ha preso una bottiglia di acido muriatico e l’ha mandata giù tutta. Suicidio. Come lei tante fimmine, parenti di boss della ‘ndrangheta, hanno cercato di ribellarsi, altre hanno preferito rimanere succubi e vittime dei tradimenti dei mariti per non rischiare la vita.

La lista delle donne seviziate, uccise o rapite per soldi e costrette a giorni di terrore, è davvero lunga.

Lo stesso dicasi delle bambine e dei bambini morti perché figlie di “ personaggi sgradevoli ” alla mafia o semplicemente perché presenti nel luogo sbagliato e nel momento sbagliato.

Si comprende bene, pertanto, che l’assunto “ Donne e bambini non si toccano ” è solo uno slogan per niente corrispondente alla realtà.

Così come il diventare “ uomini d’onore ” dopo l’affiliazione alla mafia. Di uomini d’onore sarà difficile trovarne in quest’ambito: più probabilmente ” guappi di cartone “, come li definisce Roberto Saviano.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

IL CODICE DELLA MAFIA DI NON UCCIDERE I BAMBINI E’ SOLO UNA LEGGENDA, Cap. 3

LA LEGGENDA DELLA MAFIA CHE UCCIDE I BAMBINI PER VENDETTA Cap.3

Questo argomento che mi sto accingendo ad inserire (sempre e solo) per informarvi è di una madre che scrive una lettera con coraggio denunciando il modo con cui il figlio è stato ammazzato.

Nella lettera la mamma di Nicolo’ scrive ” ancora oggi dico come hanno potuto avere tutta questa cattiveria e barbaria contro il mio piccolo Cocò.

Una cosa chiedo agli assassini di mio figlio: come fanno a dormire la notte tenendo sulla coscienza l’avere assassinato un bambino, un minorenne.

Uno degli assassini di mio figlio è anche padre; mi chiedo – dice la madre di Coco, come fa a guardare i suoi figli sapendo di avere ucciso un bambino innocente? “.

La vicenda di Nicolò Campolongo, avrà ulteriori sviluppi ( gli Investigatori stanno indagando su due complici ), non è tuttavia la prima che coinvolge intenzionalmente o accidentalmente bambini in fatti di mafia.

Un noto e conosciutissimo Criminologo dell’Università di Oxford e studioso delle organizzazioni criminali “, di miti sulla mafia nel corso della storia se ne sono costruiti tantissimi: dal fatto che Cosa Nostra non si occupasse di droga, alimentato da ” il padrino “, alla leggenda che non si dovessero uccidere donne e bambini “.

Anche l’associazione Libera Contro le Mafie ha potuto visionare, che su 85 vittime della mafia sono minorenni – di questi, ben 50 hanno perso la vita prima ancora di compiere i 14 anni.

Per chi non conosce bene la mafia …che non ” toccherebbe ” i minori ha le sue radici durante proprio lo svolgimento del maxi processo di Palermo.

Il 7 ottobre del 1986, nel pieno del procedimento istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il figlio di un gestore del servizio di pulizia dell’aula bunker dell’ucciardone viene ucciso con un colpo in fronte.

E’ Claudio Domino 11 anni: mentre gioca nel quartiere di San Lorenzo Palermo, un uomo lo chiama per nome. Quando il bambino si volta, il killer gli spara.

La vicenda verrà ricondotta agli ambienti di Cosa Nostra. Claudio, infatti sarebbe stato ” testimone involontario ” di un sequestro avvenuto di una guerra di mafia per il controllo dello stesso quartiere di San Lorenzo.

Il giorno dopo l’omicidio, nell’aula bunker, prende la parola Giovanni Bontande, uno dei boss mafiosi coinvolti nell’indagine.

” non siamo stati noi ad uccidere Claudio. Noi condanniamo questo barbaro delitto che provoca accuse infondate anche nei confronti di questo processo “. ” Per la prima volta, pur di dissociarsi da quel l’omicidio, Cosa Nostra ammette davanti a una Corte di essere un ” NOI ” quindi di essere una organizzazione.

Senza dubbio quel passaggio ha contribuito alla costruzione della leggenda “. La storia giudiziaria dell’omicidio Domino non vira però verso gli ambienti di Cosa Nostra e la pista iniziale della guerra al quartiere San Lorenzo, svanisce.

Il killer viene individuato in Gabriele Graffagnino, titolare di una rosticceria nel quartiere, e Domino – secondo gli atti della Corte d’Assise di Palermo – sarebbe stato ucciso perchè avrebbe visto la mamma col suo amante, Graffagnino, appunto verrà poi giustiziato a sua volta, poco dopo, dal pentito Giovanbattista Ferrante.

L’omicidio è stato commissionato da Totò Riina che ai suoi uomini chiede di ” scoprire  gli assassini di Claudio Domino e scannarli “. Per Giovanni Brusca uno dei più importanti membri della mafia siciliana, quello di Gabriele Graffagnini è stato un ” omicidio pedagogico ” il ” codice d’onore ” insomma, è ribadito ancora una volta: non si uccide un uomo meno che mai un bambino, senza l’autorizzazione del boss che controlla il territorio.

Il messaggio di Cosa Nostra passa. Eppure la stessa organizzazione, sette anni dopo, non esita a rapire e uccidere il tredicenne Giuseppe Di Matteo, ” REO ” di essere figlio del pentito Santino Di Matteo.

Giuseppe diventa il bersaglio per mettere il padre a tacere: nel 1993 viene rapito, l’11 gennaio del 1996 viene strangolato e poi sciolto nell’acido.

Era ridotto a una larva umana, ” raccontò Giuseppe Monticciolo, uno dei carcerieri del piccolo.

Il tredicenne Di Matteo fu rapito con l’inganno da alcuni ” picciotti ” che si finsero Agenti della Direzione Investigativa Antimafia.

Per l’omicidio sono stati condannati gli esecutori materiali: tra questi anche Giovanni Brusca insieme alla commissione ovvero l’organo di Cosa Nostra.

IL TESTIMONE DI GIUSTIZIA SOTTOSCORTA: ” QUI A LONDRA HO RITROVATO LA MIA LIBERTA’ – MAFIA

20 OTTOBRE 2017 – Dopo l’argomento precedente, appena inserito, voglio aggiungere questa nuova testimonianza:

Alessandro Marsicano ci racconta la sua storia che arriva dalla Sicilia il titolo che dò a questo argomento è proprio questo: ” Mafia, il testimone di giustizia sottoscorta: ” . Qui a Londra ho ritrovato la mia libertà.

Alessandro Marsicano, 47 anni di Palermo è un testimone di giustizia sottoscorta da quattro anni.

Nel 2011 denunciò i suoi aguzzini che dal 2007 lo costringevano a pagare il pizzo, mettendo in seria difficoltà economica la pasticceria di famiglia nel quartiere Santa Rosalia nel capoluogo siciliano.

Da quella denuncia scattò l’operazione ” Hybris ” dei carabinieri che portò all’arresto di trentacinque persone tra boss e gregari dei mandamenti Pagliarelli e Porta Nuova.

Lo Stato decise di affidargli la scorta: tre carabinieri che ogni giorno, dal 2013, lo seguono passo passo 24 ore su 24.

Ma da un anno Alessandro Marsicano ha deciso di vivere gran parte della sua vita a Londra, aprendo nella capitale inglese una pasticceria siciliana: ” SicilyAmo “.

” Avevo il desiderio di riprendermi la mia libertà “.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

IL CODICE DELLA MAFIA DI NON UCCIDERE I BAMBINI E’ SOLO UNA LEGGENDA, Cap. 2

IL CODICE DELLA MAFIA DI NON UCCIDERE I BAMBINI E’ SOLO UNA LEGGENDA

2° CAPITOLO

Cio’ che si sapeva era che i mafiosi avevano un loro codice che recitava di non ammazzare i bambini come anche le madri, ma questo era solo una leggenda metropolitana che ora andremo a sfatare e ve lo dimostrerò, sia in questo 2° capitolo come anche in quelli successivi.

” LA MAFIA NON UCCIDE I BAMBINI “

La recente vicenda di Nicolò Campolongo (siamo nel 2015), il bambino ucciso e dato alle fiamme insieme al nonno e alla compagna del nonno a Cassano Ionio ( CS ) e’ la dimostrazione chiara e lampante che questo ” codice d’onore ” non è altro che una sorta di leggenda.

Per il triplice omicidio di Giuseppe Iannicelli, 52 anni, della compagna marocchina Ibtissam Touss e di Nicolò, detto Coco, 3 anni – lo scorso 12 ottobbre del 2015 sono state arrestate due persone: Cosimo Donato e Faustino Campilongo, già in carcere per una indagine per droga.

Ai due uomini, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, i Carabinieri del Ros hanno notificato l’ordinanza di custodia cautelare.

Le accuse sono di triplice omicidio e distruzione di cadavere. Il bersaglio dei presunti killer, ritenuti dagli investigatori vicini ai clan della Sibaritide, è il nonno Giuseppe Iannicelli, che si muoveva spesso in compagnia del nipote Cocò.

A tre anni, il piccolo faceva la spola tra la casa dei parenti e il carcere in cui è detenuta la madre sempre per fatti di droga, settore in cui la famiglia Iannicelli è attiva da anni.

La dinamica è chiara: i tre sono stati prima freddati a colpi di pistola, compreso Cocò, e poi bruciati all’interno di una Fiat Punto ritrovata a Fiego, località del comune di Cassano allo Ionio il 19 gennaio del 2014.

Dagli accertamenti che gli inquirenti svolsero, ipotizzarono che Iannicelli portasse Cocò con sé come scudo, visti i conflitti con altri protagonisti dello spaccio di droga nella Sibaritide.

Vi inserisco il Codice d’onore scritto da un pregiudicato: ” http://www.antiarte.it/eugius/codice_mafioso.htm “

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

IL CODICE DELLA MAFIA DI NON UCCIDERE I BAMBINI E’ SOLO UNA LEGGENDA, Cap.1

I° CAPITOLO

Da oggi 27/10/2017 inizierò una serie di capitoli su argomenti inediti dove, mai nessuno si era spinto come, i vari quotidiani, i vari scrittori, blogger, radio private ecc.

Lo farò da Reporter Freelancer dandovi solo una informazione “veritiera”, leale e lo farò con coraggio mettendo nero su bianco, diversamente da chi non ha mai avuto il coraggio di dare un vera informazione.

Io come studioso di mafia vi narro come la mafia, nel loro codice d’onore, non doveva uccidere bambini e donne, non e’ cosi’.

85 vittime per mano della mafia sono minorenni, di questi 50 hanno perso la vita prima ancora di compiere i 14 anni, quindi una vera “strage” che nessuno conosce.

Armi puntate all’altezza del petto e la raffica letale che squarcia l’oscurità. A sparare sono i sicari della mafia salentina.

E sotto i loro colpi cade Angelica, di soli due anni e mezzo, ammazzata insieme alla mamma. Questo delitto è stato ricostruito dopo 23 (ventitre) anni di mistero, grazie al “ pentimento ” di uno dei sicari: diventa drammaticamente attuale dopo le ultime azioni di fuoco delle cosche che in Calabria e in Puglia non hanno esitato a uccidere bambini di pochi anni.

La dimostrazione di come non esistano codici di onore: la morte è l’unica legge della mafia.

L’indagine sull’omicidio di Angelica e della madre Paola Rizzelli offre una ricostruzione raccapricciante.

L’esecuzione è stata decisa per placare la gelosia di una donna, chiamata “ Anna morte ”. La moglie di Luigi Giannelli, boss pugliese, avrebbe chiesto di far sparire quella vecchia fidanzata del marito.

E lui, dal carcere dove era recluso, ha impartito l’ordine.

Luigi De Matteis, uno dei pistoleri incaricati della missione, ha cominciato a collaborare con la procura di Lecce. Ha raccontato che quando la bloccarono, la donna teneva la bambina in braccio.

Le fecero salire in macchina e si fermarono davanti a una casetta nelle campagne di Matino, cittadina del Salento.

Paola stringeva forte la sua bimba mentre uno dei killer, dopo averla fatta scendere dall’auto la spingeva in una stanza: lì ha impugnato un fucile, sparando dritto al ventre.

La madre si è accasciata avvinghiata alla bambina, cercando di proteggerla fino all’ultimo, ed è morta.

Anche la piccola Angelica viene ferita; il piede sanguina, lei piange e urla per il terrore. Gli assassini non si preoccupano: la lasciano lì e vanno via.

Ma al boss non va bene. Anche la piccola deve scomparire. Il commando torna nel casale. Uno degli uomini afferra la piccola Angelica, la scaraventa contro il muro e fa fuoco mirando al petto.

Il corpo di Paola viene poi gettato in una cisterna, quello di Angelica seppellito sulla collinetta di Sante Eleuterio di Matino, a qualche chilometro di distanza.

La ferocia dei padrini non conosce pietà e fa strage di innocenti. Che si tratti di uomini affiliati secondo i rituali intrisi di religiosità delle cosche pugliesi, calabresi o siciliane; che abbiano il marchio di Cosa nostra, della ’ndrangheta o della Sacra Corona.

La vulgata popolare secondo la quale la mafia non uccide donne e bambini è una menzogna.

La lista delle vittime è sterminata. L’ultimo agguato è di lunedì 17 marzo, a Taranto, dove un bambino di due anni e mezzo è stato abbattuto con decine di colpi in un’auto insieme alla madre Carla e al suo compagno.

Il bersaglio era l’uomo, che è stato crivellato mentre teneva il piccolo in braccio. Nella vettura colpita dalle raffiche c’erano altri due bimbi, di sei e sette anni, rimasti illesi per puro caso.

Un raid che porta la firma della criminalità organizzata, che ancora una volta non si fa scrupoli per raggiungere i suoi obiettivi.

A una settimana da questa tragedia la gente, anche se non in maggioranza, si è ribellata a questa strage di innocenti.

In migliaia, fra bambini, insegnanti, cittadini e politici, hanno sfilato per le strade di Palagiano per manifestare il dissenso.

Hanno preso parte alla manifestazione organizzata da Libera, l’associazione contro le mafie di Don Luigi Ciotti, e vi hanno preso parte, tra gli altri, con i loro gonfaloni, anche i comuni di Palagiano, Massafra, Crispiano e Mottola.

Presenti anche le bandiere dell’Anpi. Il corteo, dopo aver raggiunto la piazza principale della cittadina, si è fermato ad ascoltare i nomi delle 62 vittime innocenti uccise in Puglia che sono stati letti pubblicamente.

Per ricordarli e per fare memoria. ” Parto dalle parole di Carmela, la madre di Carla: non voglio vendetta ma rispetto e dignità, chiedo a tutti che ci sia rispetto e dignita”, ha detto Don Luigi Ciotti.

” La barbarie dei mafiosi non conosce confini”  spiega il Procuratore nazionale antimafia, Dr. Franco Roberti: ” Purtroppo abbiamo visto tanti piccoli uccisi dalla camorra, dalla ’ndrangheta e da Cosa nostra.

Spesso erano bambini che accompagnavano le vittime designate che si sono trovate, come è accaduto in passato a Napoli, nella traiettoria di un conflitto a fuoco fra bande.

Oppure uccisi fra le braccia del padre, che era l’obiettivo della missione di morte dei sicari. Sono proprio tanti i nomi che mi vengono in mente.

Tutto ciò è una barbarie che si ripete nel tempo “, aggiunge Roberti, che poi conclude: ” ” L’etica mafiosa non esiste affatto. È solo una diceria quella che la mafia non uccide i bambini. I fatti degli ultimi vent’anni dimostrano proprio il contrario” .

È lunga la scia di sangue delle vittime innocenti dalla Camorra. Nel napoletano a novembre 2000 Valentina Terracciano, dieci anni, cadeva sotto i colpi dei sicari.

I killer volevano uccidere lo zio e il padre. Lei morì in ospedale dopo un giorno di agonia.

E c’è fra gli altri, anche Nunzio Pandolfi, due anni, assassinato con il padre, e Fabio De Pandi, undici anni, stroncato mentre stava tornando a casa con la sorellina e i genitori.

Il ragazzo finisce in mezzo ad un regolamento di conti fra due clan e un proiettile lo centra.

E c’è anche Simonetta Lamberti, sette anni, uccisa mentre si trovava in auto con il padre, il magistrato Alfonso Lamberti, bersaglio mancato del commando.

In Sicilia non si può dimenticare la lunga tortura e prigionia durata 779 giorni a cui è stato sottoposto il quattordicenne Giuseppe Di Matteo, la cui unica colpa era quella di essere il figlio di un collaboratore di giustizia, uno dei primi che rivelò gli autori della strage di Capaci.

Il piccolo Di Matteo fu sequestrato su ordine del corleonese Giovanni Brusca per ritorsione nei confronti del padre che stava tradendo Cosa nostra.

Santino Di Matteo, con grande dolore, non si piegò al ricatto della mafia. Dopo quasi due anni di prigionia, trascorsa con una catena ai piedi dentro fosse scavate nel terreno. Brusca non si impietosì per quel ragazzino ridotto come una larva.

Ordinò di eliminarlo, letteralmente. Venne strangolato e il corpo sciolto nell’acido.

Eppure Cosa nostra ci tiene a difendere la sua leggenda d’onore. Nel pieno dello storico maxi processo a Palermo il dodicenne Claudio Domino fu ammazzato con un colpo alla testa.

Per la prima volta nella storia, i boss detenuti lessero un comunicato in aula prendendo ufficialmente le distanze dal delitto. Poi, pochi anni dopo, non hanno esitato nell’infliggere una fine atroce a Giuseppe Di Matteo.

Non sono storie del passato. Un mese fa, in provincia di Cosenza, un bambino di tre anni, Nicolino “ Cocò ” Campolomgo è stato ammazzato con un colpo di pistola alla testa, come un’esecuzione mafiosa di quelle riservate ai boss: il suo corpo è stato bruciato dentro un’automobile, insieme a quello del nonno e di un’amica dell’uomo.

Una storia di ’ndrangheta di una donna calabrese, che porta un cognome forte fra i clan, da cui però ha preso le distanze.

Lei è Imma Mancuso, sorella dei boss dell’omonimo e potente clan:” Mi chiedo con quale coraggio si può arrivare ad ammazzare un bambino.

Questa mafia è uno schifo. Purtroppo nessuno parla. Tutti stanno in silenzio, anche davanti ad una tragedia come quella di Cocò.

La gente si sarebbe dovuta rivoltare, ma purtroppo non è accaduto e nulla si farà. La maggioranza dei calabresi non cambia, continua a credere in questi assassini e la mafia fa più schifo di quella di prima, quella che ho conosciuta da bambina” .

A scuotere le coscienze, lasciando un segno, è stato l’omicidio di Domenico ” Dodò ” Gabriele, un bambino di undici anni, morto dopo tre mesi di coma a causa delle ferite riportate durante una sparatoria in un campo di calcetto a Crotone nel giugno del 2009. Un’altra vittima innocente. I genitori di Dodò, dopo quattro anni dalla morte, hanno trasformato la loro sofferenza in impegno, aderendo al movimento delle famiglie delle vittime della mafia.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

SEQUESTRATO UN IMPIANTO A BIOMASSE DELLA ITALGREEN DI MONOPOLI

SEQUESTRATO UN IMPIANTO A BIOMASSE DELLA ITALGREEN DI MONOPOLI DALL’ANPANA

Grazie agli investigatori della Polizia Giudiziaria dell’Anpana, un oleificio con il trucco dell’Italgreen Energy srl del Gruppo Casa Olearia Italiana spa, aveva fatto modificare l’impianto di emissione dei fumi per aumentare il prodotto, ma inquinava scaricando nell’aria le sostanze tossiche.

Un Eco Impianto per la produzione di Energia Elettrica è stato sequestrato nel barese, a Monopoli, in un’operazione compiuta dai carabinieri del Noe in collaborazione con l’Associazione Nazionale Protezione Animali Natura Ambiente ( ANPANA ) con qualifiche di Polizia Giudiziaria e Guardie Particolarmente Giurate, grazie alla Prefettura di Bari che ha  rilascio i Tesserini alle Guardie.

Secondo gli Investigatori dell’Anpana, all’Impianto dell’Italgreen Energy SRL del Gruppo Casa Olearia Italiana spa, erano state apportate delle modifiche (sull’impianto di emissioni) dei fumi che scaricavano cosi’ nell’aria sostanze tossiche.

L’impianto si estende su un’area di 15.000 mila metri quadrati nella più complessiva area industriale degli oleifici italiani ( 50.000 mila metri quadrati, in località Barone, sulla costa Monopolitana e di proprietà della Italgreen Energy con Sede Legale a Ostuni ( Brindisi ).

La stessa produce energia elettrica bruciando biomasse, in particolare la sansa che è il rifiuto di lavorazione dell’oleficio.

Le operazioni di sequestro con arresti sono state condotte dai due Comandanti Mrs.P.V.dell’Anpana con le sue Guardie con titoli di Polizia Giudiziaria e Guardie Particolarmente Giurate e dal Comandante del Noe di Bari Ten. Badolati con i suoi Militari a condurre questa brillante operazione, avviata sulla base di un allarme lanciato dall’Anpana, che svolge  un servizio di polizia ecozoofila ambientale e che aveva segnalato un alto tasso di inquinamento prodotto dall’immissione nell’aria di ceneri, polveri e fumi la cui provenienza era incerta.

L’Ital Green Energy utilizzava per la produzione di energia biomasse solide prevalentemente costituite da scarti della lavorazione del legno non trattato, legname ricavato dalla manutenzione del verde urbano, sansa vergine prodotta dalla lavorazione delle olive nei frantoi e sansa esausta prodotta da altri oleifici.

In particolare, sfruttava gli scarti di lavorazione della produzione dei megaimpianti di Oleifici Italiani spa, che appartengono sempre a ‘Casa olearia spa e che in due raffinerie distinte lavorano circa 800 tonnellate al giorno di olio grezzo di oliva e di semi.

L’impianto di produzione di energia elettrica di Ital Green Energy a Monopoli è stato realizzato dalla divisione Power di Siemens Italia.

Ha un valore di circa cinque milioni di euro, una potenza complessiva di 11,7 megawatt, produce 90.000 kWh/anno di energia elettrica, che immette sulla rete.

Secondo le schede di costruzione, i combustibili alimentavano la caldaia a griglia mobile, in cui il vapore prodotto azionava le pale di una turbina: l’impianto così avrebbe dovuto immettere nell’aria solo vapore acqueo e non arrecare danno all’ambiente circostante.

Secondo gli investigatori dell’Anpana, invece, dagli accertamenti è stato stabilito che l’impianto per l’immissione dei fumi nell’aria era stato modificato rispetto al progetto generale approvato dagli organismi di controllo dell’ambiente.

Sarebbero state realizzate – ritengono i militari del Noe in collaborazione con l’Anpana che le condutture dovevano consentire di bypassare i filtri e che dovevano scaricare direttamente in atmosfera i fumi, producendo un quantitativo maggiore di energia, ma anche di inquinamento.

Al responsabile legale della gestione dell’impianto – a quanto si è saputo – è stata contestata la violazione al nuovo codice ambientale ( decreto legislativo 152 del 2006 ), in particolare – per le modifiche, senza autorizzazione, all’impianto di emissione dei fumi – all’art.27.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

ADELFIA, RITROVATI IN CAMPAGNA MIGLIAIA DI VETRINI APPARTENENTI ALL’OSPEDALE MIULLI DI ACQUAVIVA DELLE FONTI

ADELFIA, SI CONTINUA A SPORCARE LE CAMPAGNE CON IL RITROVAMENTO DI VETRINI USATI DALL’ANATOMIA PATOLOGICA DEL MIULLI DI ACQUAVIVA DELLE FONTI. INTERVIENE LA POLIZIA AMBIENTALE SUL POSTO

Si continuano a sporcare le campagne inquinandole con immondizie di qualsiasi genere. Questa notizia è di qualche giorno fa.

Sul posto arriviamo anche noi, la segnalazione è più che fondata. All’aria aperta, senza un minimo di riparo, offerto magari da un sacco o da una scatola di cartone, giace una piccola montagna di vetrini evidentemente usati, analizzati. Su ognuno di essi potrebbe esserci qualsiasi agente potenzialmente contaminato e che potrebbe contaminare il terreno.

Ogni singolo pezzo riporta la dicitura “ Ospedale Miulli Acquaviva ”. Con una telefonata, per il tramite dell’ufficio stampa, avvisiamo l’ospedale.

Sul posto arrivano il vicedirettore Giovanni Giorgio, e la dottoressa Rosa Maria Bona, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Anatomia e Istologia Patologica del Miulli, da dove sembrano provenire i vetrini, vista l’etichetta che riportano.

Il responso emesso dai dirigenti del Miulli per fortuna è rassicurante: “ Si tratta di vetrini risalenti ad almeno 20-30 anni fa ”. Dunque, nessun pericolo di contaminazione.

L’ospedale non si è perso in chiacchiere e ha subito inviato una ditta specializzata a ripulire l’area. “ Il regolamento comunale di Adelfia – ha detto il vicesindaco – prevede una sanzione di 500 euro e la notizia di reato ”. Resta da capire come, dalla custodia di un’azienda privata, i vetrini siano finiti in campagna.

Ovviamente si è provveduto a chiamare il giornalista di un noto quotidiano per dare più risalto alla notizia affinchè certe cose non debbano più capitare.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO