L ‘NDRANGHETA A REGGIO EMILIA. IL  COMUNE CHIUDE PER MAFIA

L ‘NDRANGHETA A REGGIO EMILIA. IL COMUNE CHIUDE PER MAFIA

20/06/2018 – Il Vescovo dall’alto tuona dicendo: niente più dichiarazioni del parroco su vicende legate alla mafia e allo scioglimento del Comune ” Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri “.

Su questo passo tratto dal vangelo di Giovanni si è basata ieri mattina in chiesa a Lentigione l’omelia di don Evandro Gherardi, che si è rivolto ai fedeli ritornando sui recenti fatti che hanno visto il Comune di Brescello sciolto per condizionamenti di tipo mafioso.

Il parroco ha voluto riprendere i concetti già esternati nei giorni scorsi ai media, sollecitando i cittadini brescellesi a mettere da parte le divisioni per contribuire a risollevare, tutti insieme, le sorti del paese.

Don Gherardi ha approfittato dell’omelia per recitare una sorta di “ mea culpa ” per gli errori commessi in questi mesi.

Tra questi, anche le dichiarazioni rilasciate a seguito delle polemiche sorte dopo la “ gaffe ” dell’ex sindaco Marcello Coffrini su Francesco Grande Aracri.

Proprio per evitare di incappare nuovamente in situazioni simili, il sacerdote brescellese non rilascerà più dichiarazioni , come gli è stato “ consigliato ” dal vescovo Massimo Camisasca.

Al termine della messa hanno anche cercato, senza successo, di fargli rilasciare qualche dichiarazione ma don Gherardi ha preferito evitare.

Nel corso del suo mandato da parroco, don Evandro ( in servizio a Brescello da giugno 2012 ) pur nella consapevolezza di non essere apprezzato da tutti, con le sue parole e le sue azioni a volte anche eclatanti – ricordiamo, ad esempio, il ripristino della storica processione con il “ Cristo parlante ” oppure la decisione di sostituire nel presepe il Gesù Bambino con Aylan, il bambino siriano morto sulle coste turche – ha sempre cercato di scuotere la comunità brescellese, offrendo spunti di riflessione.

Anche in questa occasione ha cercato di mettere sul piatto un concetto importante: collaborare, tutti insieme, per ricostruire il futuro di Brescello.

Un’impresa non facile, viste le divisioni che si stanno manifestando, ma sicuramente stimolante.

E, a proposito di Brescello, un’occasione di coesione e “ svago ” dai recenti problemi è stata offerta sabato mattina, con l’accensione del mitico carro armato che è stato portato sino in piazza Matteotti, rievocando un celebre episodio dei film di Don Camillo e Peppone: un modo come un altro per ricordare che nonostante i problemi la vita va avanti.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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PER IL PARROCO DELLA CHIESA DI SANTA MARIA NASCENTE, BRESCELLO NON E’ SOTTO SCACCO DELLA   ‘NDRANGHETA

PER IL PARROCO DELLA CHIESA DI SANTA MARIA NASCENTE, BRESCELLO NON E’ SOTTO SCACCO DELLA ‘NDRANGHETA

20/06/2018 –  Brescello  conosce don Evandro Gherardi che replica e dice ( non è un paese sotto scacco della ‘ndrangheta ).

Qui ” i mafiosi ci sono, ma dire che il paese e gli amministratori comunali sono conniventi con la mafia è una cosa non corretta “.

Il sacerdote che da quattro anni guida la parrocchia di Santa Maria Nascente, dove è ospitato il crocifisso che parlava con don Camillo nei libri di Guareschi, è amareggiato per lo scioglimento del Comune ed è convinto: «Paghiamo la nostra notorietà».

” La gente è avvilita, si sente messa sotto accusa in maniera non giusta. Il paese è distrutto.

Rialzarsi e vedere il futuro sarà difficile. E’ una decisione che rispettiamo, come comunità, ma che non condividiamo “.

” Conosco le persone, gli industriali, gli artigiani, i commercianti e le famiglie.

Non ho elementi per dire che ci sono state intimidazioni, che qualcuno paghi il ” pizzo ” o quant’altro “.

E gli amministratori ” hanno sempre agito per il bene comune, non per favorire qualcuno “.

” Non c’è connivenza con la mafia, sono mesi che lo ripeto “, prosegue il parroco, che si rammarica del fatto che il paese sia ” diviso ” tra chi sosteneva l’ex sindaco Marcello Coffrini e chi era contrario.

” Dovremmo essere più uniti – aggiunge – ma purtroppo anche le mie dichiarazioni forse non hanno aiutato.

Ribadisco da mesi che i mafiosi ci sono, ma Brescello non è mafiosa. Passo per quello che vuole coprire la mafia, ma non è così: la mafia va respinta, combattuta “.

Ora in parrocchia ” pregheremo per la nostra comunità, perché siamo più uniti.

Bisogna ricominciare da capo per amministrare questo paese e guidarlo. Rialzarsi non sarà facile “.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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Internet invisibile. L’inferno!!!!

Esiste una rete web invisibile e molto più estesa della rete internet che conosciamo.
Si chiama “Deep Web” e vi regnano soprattutto anarchia ed illegalità.
Partiamo per un viaggio alla scoperta dei misteri del Deep Web.

Salve, ho trovato questa racconto di un esploratore del deep web che testimonia ciò che ha visto e cosa è riuscito a trovare al suo interno.. testimonia anche di essere entrato ed aver oltrepassato il mariana’s web. Secondo voi è solo una storiella inventata o ciò è reale? Ma resta comunque il fatto.. che nel deep web tutto è possibile.

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BARI, LA COCAINA TRASPORTATA DALLA PROF. ARRESTATA IN AUSTRALIA ERA DELLA ‘NDRANGHETA

BARI, LA COCAINA TRASPORTATA DALLA PROF. ARRESTATA IN AUSTRALIA ERA DELLA ‘NDRANGHETA

ERA DELLA ‘NDRANGHETA LA COCAINA TRASPORTATA DALLA BELLA PROF. ARRESTATA POI IN AUSTRALIA

14/06/2018 – Anche a Bari l’ombra della ‘ndrangheta e di una bella Professoressa.

Se continua così, rischia seriamente 25 anni di carcere. Ora gli investigatori stanno cercando di dare voce ai silenzi della donna, innanzitutto ricostruendo i suoi spostamenti.

Negli ultimi due anni la donna – che non aveva una buona situazione economica, sembrerebbe dovuta anche ai debiti dell’ex marito, con problemi di droga – aveva effettuato tre viaggi all’estero, oltre oceano.

Viaggiando in un caso, circostanza questa che fa insospettire non poco gli inquirenti, da sola.

È incensurata e il suo nome non risulta in nessuna indagine di droga. Risposte importanti arriveranno chiaramente dal suo telefonino che è stato sequestrato in Australia e dai tabulati telefonici del suo numero italiano, pronti già nelle prossime ore.

Da un punto di vista formale in Italia le indagini non sono ancora partite, ma nelle prossime ore la Squadra Mobile di Bari dovrà depositare una prima informativa dalla quale far nascere inevitabilmente accertamenti anche in Italia.

Le perquisizioni nelle due abitazioni della Salatino – a Bari e a Fasano, in provincia di Brindisi, dove vivevano i genitori – hanno avuto esito negativo.

Niente droga e, sembrerebbe, niente di utile per le indagini. Qualcosa di più interessante può invece venire dal viaggio: la ragazza è partita per l’Australia da Roma facendo scalo a Dubai.

Ha viaggiato in auto, non la sua. Ma accompagnata da alcune persone che potrebbero servire a dare dettagli utili alla ricostruzione della storia.

È confermato che alcuni giorni fa alcune persone l’avevano cercata con insistenza nella scuola dove insegnava ma la polizia è convinta che, eventualmente, il contatto barese possa essere soltanto stato un tramite: ” Gli unici che possono gestire un’operazione di questo tipo – insistono – sono i calabresi “.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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E’ GIUNTA A TERMINE L’INCHIESTA DELLA HOLDING DI SANTAPAOLA DI COSA NOSTRA. 50 INDAGATI

E’ GIUNTA A TERMINE L’INCHIESTA DELLA HOLDING DI SANTAPAOLA DI COSA NOSTRA. 50 INDAGATI

E’ STATA SMANTELLATA UNA VERA E PROPRIA HOLDING MAFIOSA

13/06/2018 – Succede a Catania. Una mafia camaleontica, capace di infiltrarsi nei tessuti finanziari, imprenditoriali e affaristici.

Un nuovo modo di operare dei boss, che invece di armarsi di pistole fumanti scelgono la diplomazia mafiosa.

Si utilizza ancora l’intimidazione del cognome ma non i colpi di lupara. Per chiudere affari si usa la loquacità e la capacità del manager, che gestisce una holding.

L’operazione Beta della Dda di Messina ha scoperto questo nuovo metodo mafioso: una strategia che cerca di camuffarsi tra il jet-set che conta per trovare spazi per riciclare denaro e arricchire le casse del clan.

E il clan è quello dei Santapaola di Catania. Ma in fondo il sistema criminale di Nitto, il padrino indiscusso di Catania, era in parte già questo negli anni Ottanta.

Il capo di Cosa nostra catanese indossava la giacca e la cravatta nelle occasioni commerciali e istituzionali, e stringeva le mani dei personaggi che contavano del mondo imprenditoriale e anche politico alle falde dell’Etna.

Primi fra tutti i cavalieri, o come li chiamava il giornalista ucciso dalla mafia Pippo Fava, i “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”.

Nitto però sapeva trasformarsi nel boss spietato: che non perdonava affronti e commissionava omicidi.

Quaranta anni dopo, il nipote di Nitto, Vincenzo Romeo ( figlio di Concetta Santapaola ) sceglie di seguire le orme dello ” zio ” e crea una cellula mafiosa a Messina.

Una costola mafiosa che ha mantenuto i radicali legami con Catania ma è riuscita a creare anche un network di contatti che superano anche lo Stretto.

Contatti con le altre organizzazioni criminali ( ‘ndrangheta e sacra corona unita ), imprenditori, funzionari e anche (aspetto inquietante) con esponenti delle forze dell’ordine.

Tra gli affari maggiormente redditizi, il gioco d’azzardo. A capo della costola messinese dei Santapaola gli investigatori inseriscono proprio Vincenzo Romeo, figlio di quello “ Zu Ciccio ” ( Francesco Romeo,) di cui parla in un verbale anche il pentito Santo La Causa, ex reggente di Cosa nostra catanese. ” A Romeo – scrive il Gip – può intestarsi il titolo di rappresentante della nuova mafia ”.

L’inchiesta Beta si è appena chiusa: l’avviso di conclusione delle indagini preliminari è stato notificato a cinquanta indagati, tra Catania e Messina.

E tra i nomi troviamo tutta la famiglia Romeo: il padre Francesco, e i fratelli di Vincenzo, Pasquale, Benedetto e Gianluca.

Ma ci sono anche avvocati, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine oltre a soldati messi in busta paga dai Santapaola.

CINQUANTA INDAGATI. Francesco Altieri, Antonio Amato, Giuseppe Amenta, Stefano Barbera, Domenico Bertuccelli, Giovanni Bevilacqua, Salvatore Boninelli, Carlo Borella, Bruno Calautti, Roberto Cappuccio, Giovanbattista Croce, Raffaele Cucinotta, Marco Daidone, Antonio Di Blasi, Caterina Di Pietro, Salvatore Galvagno, Silvia Gentile, Stefano Giorgio Piluso, Biagio Grasso, Mauro Guernieri, Fabio Laganà, Nunzio Laganà, Carmelo Laudani, Guido Lavista, Antonio Lipari, Salvatore Lipari, Andrea Lo Castro, Franco Lo Presti, Paolo Lo Presti, Fabio Lo Turco, Gaetano Lombardo, Giovanni Marano, Lorenzo Mazzullo, Italo Nebiolo, Benedetto Panarello, Salvatore Piccolo, Alfonso Resciniti, Antonio Rizzo, Antonio Romeo, Benedetto Romeo, Francesco Romeo, Gianluca Romeo, Maurizio Romeo, Pasquale Romeo, Vincenzo Romeo, Pietro Santapaola, Vincenzo Santapaola (classe ’64), Vincenzo Santapaola (classe ’63), Filippo Spadaro, Giuseppe Verde.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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Per questo video, a breve, potrei essere arrestato

Questo è il testo del Disegno di Legge depositato il 7 febbraio da Adele Gambaro (ex M5S) al Senato, che dà attuazione (tecnicamente, “recepisce”) alla risoluzione approvata dal Parlamento Europeo per il cosiddetto contrasto alla propaganda online. È firmato da una pletora di senatori trasversali rispetto ai partiti, ansiosi di “normare” finalmente “la rete”.
Lotta alle “Fake News”? Magari! Invece, si persegue chi “esagera” nel dare notizie vere, così come chi è “tendenzioso”, e perfino chi nel dare notizie “desta pubblico allarme”, “reca nocumento agli interessi pubblici” o “fuorvia settori dell’opinione pubblica”. Qualunque cosa voglia dire (perché vuol dire veramente qualunque cosa e dunque vorrà dire “tutto”), la punizione consta della reclusione per non meno di due anni, e multe fino a 10.000 euro.
Guardate bene la rete come è oggi. Quella dei blog che fanno informazione. Guardatela un altro po’. Presto non ci sarà più. Sensazionalismo? Giudicate voi: è tutto nel video.

Qui il testo del DDL: http://www.byoblu.com/post/2017/02/17…

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Il Piano delle Agenzie di Rating per l’Italia

Il Piano delle Agenzie di Rating per l’Italia – Alberto Micalizzi
Per Alberto Micalizzi, esiste un piano delle Agenzie di Rating per far precipitare la situazione, in pochi mesi, e arrivare così a una situazione politico-sociale che rifiuterà le forze cosiddette populiste alle prossime eventuali elezioni in autunno.
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Vieni a discuterne qui, siamo già a migliaia: http://www.byoblu.com/unisciti-alla-g…

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L’EPOCA DEI SEQUESTRI E’ REALMENTE FINITA

25/05/2018 – Vi è  stato un tempo in cui nelle vignette dei giornali la Sardegna ma non solo nei giornali della Sardegna ma su tutti i quotidiani di tutta l’Italia come anche in televisione dove veniva disegnata come un orecchio mozzato e grondante di sangue.

Il sequestro di persona a scopo di estorsione è stato in Italia, tra gli anni Settanta e Ottanta, un fenomeno criminale con caratteristiche molto particolari che ha avuto un’evoluzione e una storia.

Oggi si parla di ” fine dei sequestri ” in quanto fenomeno, anche se dagli anni Novanta in poi si sono verificati comunque singoli casi, molto celebri ma isolati e, secondo gli esperti, con connotazioni diverse rispetto a quelle “ tradizionali ”.

C’è più di un motivo alla base di questa progressiva scomparsa: i cambiamenti delle leggi sui sequestri, una particolare preparazione sviluppata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura e, infine, il fatto che a un certo punto per chi li compiva i rischi avevano superato i potenziali benefici.

Il sequestro di persona quindi non è più rientrato tra gli interessi delle associazioni criminali perché poco produttivo, molto rischioso e perché creava troppo clamore rischiando di compromettere le loro altre attività.

Tra i sequestri di persona vanno distinti, in base alle finalità, quelli politici, quelli terroristici e quelli a scopo di estorsione, chiamati anche sequestri economici.

Il periodo dei sequestri economici in Italia viene individuato tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, quando vennero rapite in cambio della richiesta di un riscatto 489 persone  ( l’anno in cui ne avvennero di più fu il 1977: 75 sequestri in totale ).

In generale le regioni più coinvolte in questo fenomeno, sempre in quegli anni, furono la Lombardia, la Calabria e la Sardegna.

I sequestri economici furono organizzati sia da gruppi di criminali comuni ( che si formavano proprio per commettere quel singolo sequestro e che poi, una volta portato a termine l’obiettivo, si scioglievano ) sia da gruppi criminali strutturati, ognuno dei quali aveva per questo tipo di reato le proprie originali modalità.

Per la conoscenza del fenomeno dei sequestri all’interno di Cosa Nostra sono state fondamentali invece le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

La mafia siciliana, a differenza della ‘ndrangheta, era solita trattenere i sequestrati il minor tempo possibile.

Alcuni rapimenti vennero organizzati in Sicilia, come quello di Luciano Cassina a Palermo nel 1972, rilasciato dopo circa un anno e mezzo e il pagamento di 1 miliardo e 350 milioni di lire.

Dopodiché il campo d’azione delle organizzazioni ( soprattutto per il clamore causato dai sequestri che rischiava di attirare troppa attenzione e compromettere altre attività ) venne spostato nel Lazio e in Lombardia.

La ‘ndrangheta, a differenza di Cosa Nostra, decise invece di trasformare il suo territorio, la Calabria, nel luogo di custodia degli ostaggi, anche di quelli sequestrati in altre regioni, di coinvolgere le comunità locali nella gestione materiale delle operazioni e di trasformare il sequestro in una specie di vantaggio economico per quelle stesse comunità.

A Bovalino per esempio fu costruito un quartiere chiamato Paul Getty, dal nome del nipote dell’uomo che era stato il più ricco al mondo e che venne rapito a piazza Farnese a Roma il 10 luglio 1973.

Fu un caso che per cinque mesi rimase sulle prime pagine di tutti i giornali italiani e culminò in un gesto macabro destinato a rimanere per molto tempo nell’immaginario comune: i rapitori tagliarono l’orecchio destro dell’ostaggio – che aveva 16 anni – e lo inviarono a un giornale per convincere la famiglia a pagare il riscatto ( 3 milioni di dollari, che vennero pagati ).

Il ciclo dei sequestri di persona si chiuse nel 1993, anno in cui venne approvata la legge sul blocco dei beni delle famiglie degli ostaggi.

Il terzo grande gruppo che in Italia fu protagonista della stagione dei sequestri fu la cosiddetta “ anonima sarda ”.

Le modalità di quel gruppo erano così brutali e specifiche che già alla fine degli anni Sessanta ci furono degli interventi legislativi mirati, come l’istituzione di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta sui fenomeni del banditismo in Sardegna.

Gli studiosi sostengono che il sequestro di persona praticato in quei luoghi aveva la sua origine nell’abigeato, cioè nel furto di bestiame.

I componenti della banda appartenevano spesso a un ristretto gruppo familiare o tribale: i guadagni che derivavano da quei reati non venivano investiti in altre attività criminali, come facevano invece le organizzazioni siciliane e calabresi, ma restavano sul territorio.

Alla fine del 1968 erano state sequestrate in Sardegna già 70 persone, e tra loro molti bambini, ma l’attività nei decenni successivi si espanse anche in altre regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Toscana, dove nel frattempo si erano create delle comunità di pastori sardi.

Tra i rapimenti più noti dell’anonima sequestri ci furono quello di Fabrizio De André e Dori Ghezzi nel 1979, quello nel 1985 dell’imprenditore di Oliena Tonino Caggiari, che terminò con una sparatoria in cui rimasero uccisi diversi latitanti e che viene ricordata come il “ conflitto di Osposidda “, quello nel 1992 di Farouk Kassam e quello di Silvia Melis rilasciata a Orgosolo nel 1997.

Nella legislazione italiana il sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione era inizialmente regolato dall’articolo 630 del codice penale: e diceva che il sequestro come mezzo di realizzazione di un’estorsione ( allo scopo dunque ” di conseguire, per sé o per altri, un ingiusto profitto come prezzo della liberazione ” ) era punito con la reclusione dagli 8 ai 15 anni.

Visto l’aumento del numero dei sequestri di persona a partire dagli anni Settanta, l’articolo, rimasto identico per molti anni, cominciò a subire delle modifiche.

Nel 1974 con la legge numero 497 vennero aumentate le pene da 8 – 15 anni a 10 – 20 anni, e per incentivare la liberazione dell’ostaggio vennero concesse delle riduzioni a chi l’avesse fatto senza ricevere un riscatto ( la riduzione della pena poteva andare dai 6 mesi agli 8 anni ).

Dopo il rapimento di Aldo Moro nel codice penale venne introdotto l’articolo 289-bis che riguardava il sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione, ma che conteneva alcune novità in generale: un ulteriore aumento della pena e la distinzione fra la morte del sequestrato derivata dal sequestro, la morte derivata volontariamente e la morte dopo la liberazione ” in conseguenza del sequestro “.

Un altro passo fondamentale, dal punto di vista della legislazione, fu l’introduzione del blocco dei beni dei parenti dell’ostaggio, basato sul principio che il congelamento avrebbe impedito il pagamento del riscatto e sull’idea che un reato avrebbe portato a ulteriori conseguenze: fino al 1991 il blocco era stato deciso da singoli magistrati in modo discrezionale, dopodiché venne fissato come norma generale.

La legge numero 82 del 1991 stabilì l’obbligo del ” sequestro del beni appartenenti alla persona sequestrata, al coniuge, e ai parenti e affini conviventi “.

Stabilì anche la possibilità di un sequestro facoltativo nei confronti di ” altre persone ” se vi fosse stato il ” fondato motivo di ritenere che tali beni ” potessero essere utilizzati ” direttamente o indirettamente, per far conseguire agli autori del delitto il prezzo della liberazione della vittima “.

Con la legge del 1991 venne introdotta anche la possibilità, in caso di sequestro di persona, di creare ” appositi nuclei interforze ” per evitare che l’indagine si disperdesse in più filoni e per avere un maggiore coordinamento delle attività di ricerca e indagine.

Indipendentemente dal fatto che vi fosse in corso oppure no un sequestro, vennero attivati strumenti investigativi stabili.

Negli anni Novanta venne costituito anche il NAPS, Nucleo Antisequestri della Polizia di Stato, che ora è stato sciolto e che a quel tempo operava in provincia di Reggio Calabria per contrastare in modo specifico il fenomeno dei sequestri di persona.

Quest’unità aveva ottenuto importanti risultati nella cattura di latitanti della ‘ndrangheta, nell’individuazione di covi, depositi e rifugi.

In Calabria, ma anche in Sardegna, furono poi attivate in quegli anni delle indagini quotidiane e permanenti per controllare ogni movimento e per raccogliere informazioni dalle persone comuni.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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LE 5 INVENZIONI DI NIKOLA TESLA CHE MINACCIAVANO L’ELITE GLOBALE.

Nikola Tesla, Smiljan 10 luglio 1856 – New York, 7 gennaio 1943) è stato un inventore, fisico e ingegnere elettrico, nato da famiglia serba con cittadinanza austro-ungarica e naturalizzato statunitense.

Nato da famiglia serba nell’attuale territorio della Croazia durante il periodo dell’Impero Austro-Ungarico, naturalizzato statunitense nel 1891, è conosciuto per il suo lavoro in campo tecnico-scientifico e in particolare per i contributi nel campo dell’elettromagnetismo (di cui è stato un eminente pioniere) tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. I suoi brevetti e il suo lavoro teorico formano, in particolare, la base del sistema elettrico a corrente alternata, la distribuzione elettrica polifase e i motori elettrici a corrente alternata, con i quali ha contribuito alla nascita della seconda rivoluzione industriale.

Negli Stati Uniti d’America Tesla fu tra gli scienziati e inventori più famosi, anche nella cultura popolare. Dopo la sua dimostrazione di comunicazione senza fili (radio) nel 1893, e dopo essere stato il vincitore della cosiddetta “guerra delle correnti” insieme a George Westinghouse contro Thomas Alva Edison, fu riconosciuto come uno dei più grandi ingegneri elettrici statunitensi. Molti dei suoi primi studi si rivelarono anticipatori della moderna ingegneria elettrica e diverse sue invenzioni rappresentarono importanti innovazioni tecnologiche.

Tesla ha contribuito allo sviluppo di diversi settori delle scienze applicate. I suoi ammiratori arrivano al punto da definirlo “l’uomo che inventò il ventesimo secolo” e “il santo patrono della moderna elettricità”. La sua importanza fu riconosciuta nella Conférence Générale des Poids et Mesures del 1960, durante la quale fu intitolata a suo nome l’unità del Sistema Internazionale di misura dell’induzione magnetica.

Fu nominato vicepresidente dell’associazione oggi chiamata IEEE (di cui era presidente Alexander Graham Bell) e venne insignito della settima Medaglia Edison nel 1917 dalla stessa IEEE, massimo riconoscimento assegnatogli in vita. Tesla fu erroneamente annunciato come vincitore del Premio Nobel per la fisica 1915 in un articolo pubblicato sul New York Times insieme a Edison; comunque nessuno dei due vinse mai il Nobel: secondo alcuni autori, proprio a causa della mancata volontà di condividere il premio tra loro.

Non mancarono contestazioni riguardo ai brevetti di Tesla: la scoperta del campo magnetico rotante fu descritta in una nota presentata alla Reale Accademia delle Scienze il 18 marzo 1888, dallo scienziato italiano Galileo Ferraris, ma Tesla rivendicò la priorità di tale scoperta, che finì nelle aule giudiziarie, dove si stabilì che la paternità dell’invenzione spettava allo scienziato italiano. Nel 1943, pochi mesi dopo la sua morte, una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America attribuì a Tesla la paternità di alcuni brevetti usati per la trasmissione di informazioni via etere, tramite onde radio, precedentemente attribuiti a Guglielmo Marconi.

L’ultimo brevetto di Tesla risale al 1928: il numero totale dei brevetti ottenuti da Tesla è di 280 in 26 paesi, di cui 109 negli USA.

Negli ultimi anni della sua vita Tesla intervenne spesso su quotidiani e periodici, come il New York Times e l’Electrical Experimenter, riguardo alle sue visionarie opinioni sulla tecnologia o in relazione alla guerra in corso in Europa. Morì nel 1943 nell’hotel dove viveva; al suo funerale a New York erano presenti oltre duemila persone, tra cui diversi premi Nobel.

A causa della sua personalità eccentrica e delle sue affermazioni talvolta bizzarre e incredibili, negli ultimi anni della sua vita Tesla fu ostracizzato e considerato una sorta di “scienziato pazzo” pur attribuendogli talora curiose anticipazioni di sviluppi scientifici successivi. Molti dei suoi risultati sono stati usati, spesso polemicamente, per appoggiare diverse pseudoscienze, teorie sugli UFO e occultismo New Age. Ciò è dovuto al fatto che Tesla lasciò scarsa documentazione sui risultati ottenuti, e anche questa spesso sotto forma di appunti, non di lavori organizzati e comprensibili a tutti; pertanto è stato relativamente facile attribuirgli le idee più strampalate, o la paternità di invenzioni mirabolanti non accettate dalla “scienza ufficiale”.

fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Nikola_Tesla

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‘NDRANGHETA, IL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA PARLA E DICE: ” I SERVIZI SEGRETI CI MANGIAVANO CON I SEQUESTRI DI PERSONA “

‘NDRANGHETA, IL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA PARLA E DICE: ” I SERVIZI SEGRETI CI MANGIAVANO CON I SEQUESTRI DI PERSONA “

IL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA DECIDE DI PENTIRSI INIZIA A PARLARE ACCUSA DICENDO CHE I SERVIZI SEGRETI MANGIAVANO INSIEME ALL’NDRANGHETA SUI SEQUESTRI DI PERSONA.

24/05/2018 – Il collaboratore di giustizia si è pentito quindi decide di parlare: “ Dottori, queste sono cose delicate perché questi sono uomini di legge… ”.

Interrogato dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gaetano Paci e dai sostituti della Dda Stefano Musolino e Simona Ferraiuolo, il pentito Nicola Femia sa che le sue dichiarazioni rischiano di riaprire storie vecchie e mai del tutto chiarite.

Con la stagione dei sequestri di persona gestiti dalla ‘ndrangheta, ci mangiavano tutti: le cosche calabresi ma anche pezzi delle istituzioni che con le famiglie mafiose più potenti della provincia di Reggio non avrebbero esitato a sedersi allo stesso tavolo.

Servizi Segreti, poliziotti e mediatori che, in un modo o nell’altro, si sono spesi per dare un’immagine di uno Stato che reagisce all’Anonima Sequestri.

Anche a costo di entrare nelle sanguinarie dinamiche dell’Aspromonte non esitando a scarcerare boss della ‘ndrangheta come Vincenzo Mazzaferro e a far circolare, per tutta la Locride, una valigetta con dentro 500 milioni di vecchie lire.

Erano i soldi che lo Stato ha pagato per la liberazione di Roberta Ghidini, sequestrata il 15 novembre 1991 a Centenaro di Lonato, in provincia di Brescia, e liberata in Calabria dopo 29 giorni.

Un sequestro per il quale è stato condannato il boss Vittorio Jerinò al termine di un processo nelle cui pieghe, forse, ancora si nasconde il resto di una storia che, se confermata, dimostrerebbe come lo Stato non ha trattato solo con Cosa nostra per fermare le stragi del 1993.

Lo ha fatto ancora prima, in Calabria, avventurandosi tra i sentieri dell’Aspromonte con i boss della ‘ndrangheta. L’archiviazione della Procura di Brescia

“ Dottori, queste sono cose delicate perché questi sono uomini di legge… ”.

Interrogato dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gaetano Paci e dai sostituti della Dda Stefano Musolino e Simona Ferraiuolo, il collaboratore di giustizia Nicola Femia sa che le sue dichiarazioni rischiano di riaprire storie vecchie e mai del tutto chiarite, nonostante i rapporti tra uomini in divisa e clan siano stati oggetto di un’indagine poi archiviata dalla Procura di Brescia per la quale  “ restano semplici sospetti insufficienti a sostenere delle accuse davanti a un tribunale ”.

Quei sospetti, oggi, sono confermati dal boss Femia arrestato nell’inchiesta “ Black monkey ” sugli affari delle cosche calabresi in Emilia Romagna.

Condannato in primo grado, Femia ha deciso di pentirsi. Ai magistrati della Procura di Reggio ha raccontato di non essere mai “ stato affiliato alla ‘ndrangheta.

Io praticamente ero un uomo ‘riservato’ di Vincenzo Mazzaferro ”. I PM lo interrogano a giugno e il verbale finisce nel fascicolo del processo “ Gotha ” che vede alla sbarra la componente “ riservata ” della ‘ndrangheta, tra cui gli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano.

Non è un caso che nei capi di imputazione contestati nel processo ci sia anche il riferimento alla famiglia mafiosa dei Mazzaferro di Marina di Gioiosa Jonica.

Ai magistrati, Femia descrive gli anni in cui viveva in Calabria, sempre al fianco del boss Vincenzo Mazzaferro.

Racconta di quando lo accompagnava a casa di don Paolino De Stefano e della famiglia Tegano, delle rapine commesse in gioventù e per le quali avrebbe dato una parte a un maresciallo dei carabinieri.

Parla dei miliardi portati a Milano e in Vaticano: “ Sono andato dentro le mura praticamente. – dice – Portavo i soldi a lui e c’era un garage, in una specie di alberghetto… portavo la macchina là e se la vedeva tutto lui ”.

Lui era un “ certo Antonio ” che aveva il compito di andare in Colombia dove i miliardi delle cosche si trasformavano in tonnellate di droga.

Una trattativa Stato -‘ndrangheta per liberare l’ostaggio.
Ma è la seconda parte del verbale, quella dedicata ai sequestri di persona degli anni 80 e 90, che ha spinto il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo la potete vedere nella foto in alto e il PM Stefano Musolino a inserire numerosi “ omissis ” per coprire i nomi pronunciati da Femia sulla trattativa Stato -‘ndrangheta per la liberazione di Roberta Ghidini.

Fascicoli che, adesso, la Dda sta rispolverando per incrociarli con le dichiarazioni di Femia secondo cui quel sequestro “ lo aveva fatto Vittorio Jerinò ”.

Per convincere quest’ultimo a rilasciare l’ostaggio, entrano in gioco i servizi segreti che – ricorda Femia – “ si muovono con i soldi ”.

Ma i soldi non bastano: servono anche contatti, numeri di telefono, persone disposte a stare nel mezzo.

In una parola, mediatori capaci di entrare in contatto con Jerinò. “ E hanno trovato Vincenzo Mazzaferro ” che però, in quel momento, era detenuto e doveva “ uscire dal carcere ”.

Detto fatto: “ I soldi tramite loro ( i servizi, ndr ) sono arrivati, so che si sono mossi ed è uscito Vincenzo Mazzaferro dal carcere.

Era detenuto a Regina Coeli, a Roma, ed è uscito ”. Quando la ‘ndrangheta prende un impegno, non ci sono dubbi che lo porti a termine: il boss parla con Vittorio Jerinò e gli dà i soldi che gli deve dare, liberano l’ostaggio e tutti amici “ Vincenzo Mazzaferro ritorna in carcere? – domanda il procuratore aggiunto Paci – Cioè come esce?”.

“ No, che ritorna. Esce. Femia ricorda tutto quello che gli ha confidato Mazzaferro ma non ha le risposte a ogni domanda: “ Farete le indagini voi per vedere che cosa è successo, io non vi posso dire niente perché sono fatti di Stato ”.

Fatti di Stato e ‘ndrangheta. Servizi segreti e cosche che, almeno per quanto riguarda Mazzaferro, si parlavano attraverso un confidente, un informatore del quale Nicola Femia fa anche il nome: “ Isidoro Macrì. Basta che vi informate alla questura di Reggio Calabria. Era l’autista… l’autista perché Vincenzo Mazzaferro era strano… questo Isidoro portava l’imbasciata avanti e indietro, faceva pure la persona normale… perché lui lo mandava… i rapporti con i marescialli glieli faceva tenere direttamente a lui e non a persone che magari erano di fiducia per non sputtanarsi ”.

A un certo punto, le cose cambiano. La ‘ndrangheta lascia stare i sequestri e il suo core-business diventa il traffico internazionale di droga.

COSI’ L’NDRANGHETA DECISE DI CHIUDERE CON I SEQUESTRI

“ Hanno fatto in modo che non si dovevano fare più sequestri ”. Per il pentito Femia è stato un vero e proprio accordo tra le famiglie della Locride: “ All’epoca – dice – erano iniziati i traffici con la droga e calcolate che a Mazzaferro gli arrivavano 1000 chili di droga, 2000 chili di droga ogni tre mesi.

Lui la pagava un milione e ottocentomila lire. La dava a tutte le famiglie a 10 milioni al chilo ”.

Con i sequestrati in Aspromonte e i controlli della polizia non si poteva trafficare in droga.

Ecco perché ci fu un summit di ‘ndrangheta in cui si decise di chiudere con la stagione dei sequestri.

Una strategia voluta dai boss Peppe Nirta, Vincenzo Mazzaferro e Pepé Cataldo, tutti morti ammazzati da lì a qualche anno e tutti in periodi in cui le loro famiglie non erano coinvolte in faide: “ Di smettere con i sequestri. – fa mettere a verbale Femia – non gli è stato bene a qualcuno… a personaggi che lavorano con i servizi, non lo so a chi ”.

IL PENTITO: ” I SERVIZI CI MANGIAVANO CON I SEQUESTRI “

Il collaboratore ha paura, il pm Musolino lo capisce quindi prova a tranquillizzarlo gli dice: “ Non sia timoroso ”.

Parli con tutta tranquillità. A questo punto Femia continua e lascia intendere che dietro quegli omicidi potrebbero esserci moventi diversi da quelli esclusivamente mafiosi: “ Chi lo doveva ammazzare Vincenzo Mazzaferro? – si domanda – Aveva la macchina blindata e non la prendeva più, con gli Aquino ( clan rivale, ndr ) aveva fatto la pace, chi lo doveva toccare? ”.

Le risposte il pentito non ce l’ha. Sa solo che “ i servizi ci mangiavano con i sequestri.

Se arrivavano cinque miliardi, due miliardi se li prendevano i servizi ”.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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