Pubblicità

Droni per il virus, silenzio per l’invasione

Di fronte alla grave situazione che sta attraversando l’Occidente, si delineano tre modi di reagire: convivere in silenzio con i problemi, fingere che tutto proceda per il meglio oppure parlarne apertamente. La terza via è l’unica dignitosa, perché il silenzio diventa complicità quando le fondamenta stesse della nostra società vengono erose.

Ricordiamo il biennio del Covid, con i suoi apparati di controllo degni di uno stato di guerra: droni in cielo, sirene per strada, isolamenti forzati, ronde e divieti che hanno compresso le libertà individuali come mai prima in tempo di pace. Tutto questo per arginare un virus. Eppure, di fronte all’emergenza ben più concreta e duratura che colpisce le città europee – l’arrivo incontrollato di masse di immigrati dal Nord Africa e dal mondo islamico, spesso portatori di culture incompatibili con i nostri valori e di forme di radicalizzazione violenta – non si vede neppure l’ombra di una risposta simile. Nessun controllo capillare ai confini Schengen, nessuna espulsione sistematica dei soggetti pericolosi, nessuna bonifica dei quartieri che si sono trasformati in zone franche dove la legge dello Stato è sostituita da quella della strada o della sharia. Le nostre metropoli, un tempo orgoglio di civiltà, ospitano oggi sacche di degrado, violenza, spaccio e aggressioni che rendono insicure intere aree. E le autorità, invece di intervenire con la stessa durezza mostrata contro i propri cittadini durante la pandemia, preferiscono invocare “accoglienza” e “diritti umani”, come se questi concetti valessero solo in una direzione.

Questa inerzia non è casuale. Le guerre che si prolungano senza una vera volontà di pace, le crisi energetiche gonfiate da scelte politiche dissennate, le frontiere lasciate porose per decenni: tutto converge verso un unico esito, visibile a chiunque non voglia chiudere gli occhi. Le popolazioni native europee, con tassi di natalità sotto il livello di sostituzione, vengono progressivamente sostituite da flussi demografici esterni, incoraggiati o almeno tollerati dalle élite. Non si tratta di un incidente della storia, ma del risultato prevedibile di politiche migratorie che hanno ignorato deliberatamente le differenze culturali, religiose e antropologiche. Il multiculturalismo, celebrato come valore supremo, si è rivelato un fallimento catastrofico: ha creato società parallele, ha minato la coesione sociale e ha aperto la porta a forme di integralismo che minacciano la laicità e le libertà conquistate in secoli di lotte.

L’ipocrisia è abissale. Per un virus si è accettato di sospendere la democrazia; per difendere l’identità e la sicurezza dei popoli europei, invece, si grida al razzismo. I governi e le istituzioni sovranazionali sembrano più interessati a preservare un’ideologia globalista che a tutelare i cittadini che li hanno eletti. È come se l’Occidente avesse deciso di suicidarsi lentamente, smantellando dall’interno le proprie difese culturali e demografiche, mentre finge di combattere battaglie morali contro nemici immaginari.

Parlarne non è odio, è lucidità. È il minimo che dobbiamo alla storia delle nostre nazioni e alle generazioni che verranno. Se non si inverte la rotta con misure concrete – chiusura effettiva dei confini, rimpatri immediati, priorità assoluta alla sicurezza interna – il declino non sarà più evitabile. L’Occidente sta abdicando al proprio diritto di esistere come civiltà distinta. E il tempo per fingere che vada tutto bene è finito da un pezzo.

Pubblicità

Pubblicato da Blogger2014 - Magazine solo online

Scrittore freelance | Poeta | Saggista | Video Maker | Blogger 👉 Creo e condivido contenuti.

Lascia un commento