Ma quali riforme stanno facendo?

Bene le riforme. Peccato che in Italia siano tutte riforme contro il ceto medio (riforma del catasto) per non parlare dell’imu, tasi & C. Riforme del lavoro con abrogazione dell’Art.18 unica garanzia per i lavoratori. I tagli alla spesa pubblica e fondi per Regioni e Comuni da parte del Governo, hanno solo inasprito le pretese di aumenti di tasse ed imposte da parte di Regioni e Comuni. Quindi il Governo ha risparmiato ma con i soldi dei cittadini. Insomma finora politiche di risparmio che solo hanno visto una penosa riduzione di servizi anche essenziali da parte di Regioni e Comuni i quali, abituati a navigare nell’oro, ora pretendono l’oro dai sudditi cittadini. Ma quali riforme saranno mai queste del governo in carica? ma vogliamo essere seri?

Ci vogliono far credere che l’ideologia comunista sta vincendo in Cina come in Italia? La verita’ e’ un’altra: i Cinesi mangiano 2 volte al giorno da sempre, visti i costi della loro alimentazione a base di riso e prodotti della terra. I comunisti al potere, navigano nell’oro e negli eccessi da sempre. In buona sostanza, chi governa, che sia comunista o di altro sistema di governo, fara’ sempre i propri interessi e non rinunciera’ mai al potere e agli abusi. I sudditi, al contrario, dovranno distribuirsi la poverta’ tra di loro. Perche’ dire ricchezza? chiamiamole con il proprio nome.

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riformatorio

riforme

La capitolazione degli Italiani

Ormai non ci sono piu’ dubbi, agiscono alla luce del sole. Quanto sono bacati gli elettori del Pd in primis, ma anche dei partiti tradizionali.
A costoro non interessa minimamente l’andamento della politica del partito che votano.
Puo’ stare con chicchessìa! loro sono apolidi, specie nel Pd, che alimentano e danno potere ad un partito che sta programmando la disfatta del paese, altro che progresso e futuro! come dichiarano a gran voce, in un delirio comune.
Hanno assoldato il fior dell’incompetenza, per non avere nessun tipo di contraddittorio ed eseguire solo ordini in questo attuale sistema autoritario, che ha ridotto l’Italia ad asta fallimentare.

Sperano, con una deflazione assicurata, di favorire la futura formazione del governo unico mondiale.
L’operazione e’ voluta dagli “Illuminati” della massoneria e sta portando buoni risultati.
Italiani, avete col vostro “dannoso ed irresponsabile” voto al Pd, rinforzato la macchina che sta programmando la vostra stessa “capitolazione”, insieme a quella del paese.

– Anonimo da Web

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politiche del pd

L’articolo 18 spiegato alla politica

Si è parlato tanto in questi giorni di articolo 18, e soprattutto di “modernizzare” il paese e della eliminazione di alcune norme per creare sviluppo e occupazione. Il mood politico sottostante era la necessità di una delega e di un governo “finalmente forte” e stabile capace di fare riforme impopolari; un mood che sottintendeva in caso di stallo anche il ricorso alle urne, nella speranza – per qualcuno sottintesa certezza – di nuovi rapporti di forza interni capaci di velocizzare queste riforme.

Lo statuto dei lavoratori, la legge 300 del 1970, nasce in anni difficili, in cui le legislature duravano anche meno di un anno, in cui le maggioranze erano decisamente eterogenee, e spesso appese al filo di governi di pochi mesi. Se oggi la congiuntura economica è complessa, a leggere i dati in quegli anni era forse anche peggio: un’economia più debole, con una moneta debole, in balia di mercati fortemente frammentati e speculativi, sopratutto per un paese legato alla volatilità dei prezzi delle materie prime e delle fonti energetiche.

Il 1970 veniva dopo le lotte sociali del triennio precedente a livello europeo ed eravamo negli anni di piombo. Non fu il PCI a proporlo, e nemmeno formalmente a votarlo, ma il pentapartito. L’esigenza era dare “un ordine” di principi base che togliesse forza propulsiva alle spinte extrasindacali, e togliesse armi di propaganda a chi proponeva spinte “armate rivoluzionarie”. Erano anni in cui chi faceva un sindacalismo duro ma intransigente verso gli estremismi, come Guido Rossa, veniva ucciso dalle BR.

In questo contesto l’articolo 18 era un argine forte a qualsiasi “ritorsione” dei “padroni” – in realtà i capiturno e direttori del personale – verso gli operai (generalmente) maggiormente impegnati nel sindacalismo e nelle lotte. Non si poteva “licenziare per ragioni politiche o sindacali”. Questo il senso del reintegro, tra le misure a disposizione del giudice del lavoro.

Negli anni questa norma è quella di maggiore civiltà, ripresa anche dalla normativa europea, che non cancella alcuna giusta causa di licenziamento, come improduttività, assenteismo, furto, danni all’azienda, false certificazioni mediche e personali, e nemmeno limita cause generali di ridimensionamento del personale causa crisi economica, mancanza di lavoro, ordini e commesse, bilanciando con passaggi per varie forme di ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà.

E tuttavia questa è la norma che impedisce che io possa licenziare un omosessuale in quanto tale, una donna perché incinta, un dipendente per il solo fatto che a cinquantanni mi costa più di un neoassunto con contratti meno vincolanti, un operaio perché denuncia carenze nella sicurezza sul lavoro, o un operaio iscritto ad un certo sindacato. Se pensiamo che siano ragioni inverosimili, basti pensare che due anni fa la Fiat di Pomigliamo e Melfi ha licenziato dei sindacalisti perché iscritti alla Fiom.

Dinanzi alla condanna al reintegro, è uscita da Confindustria disconoscendo il contratto collettivo nazionale e rinegoziando molte clausole, e dichiarando apertamente di non volere operai di un certo sindacato: ovvero una scelta basata solo sulle idee politiche e sindacali.

Condannata al reintegro, li ha lasciati a casa “vi paghiamo lo stipendio ma in fabbrica non vi vogliamo”. E ancora oggi la maggior parte degli operai FIAT non rientrati a lavoro dopo la cassa integrazione sono quelli iscritti ala Fiom.
Ecco a cosa serve ciò che resta dell’articolo 18.

A chi dice che è una norma vecchia, io vorrei ricordare che si tratta di una norma di principio, e i principi non hanno età. Che anche se oggi la cancelli dal diritto italiano, è una norma di diritto europeo. A chi vuole ricondurre la sua eliminazione a ragioni di crescita e sviluppo, mi permetto di ricordare che su poche cose gli economisti sono concordi, tra queste che eliminare l’articolo 18 non porta occupazione o crescita.

L’unico effetto certo della eliminazione del reintegro tra le opzioni in caso di licenziamento senza giusta causa è la facilitazione della delocalizzazione: se in Polonia o in Cina la manodopera costa meno, licenzio tutti qui e sposto la mia azienda. Questo l’effetto certo. E nessun economista può negarlo. Effetto derivato e molto probabile è il cd. “ricatto occupazionale”: se non mi dai questo contributo o facilitazione licenzio, delocalizzo, cambio regione, paese. O peggio, se non aumenti la produttività e accetti un salario minore licenzio.

Tutto questo non ha nulla a che fare con il numero di cause, perché la sola esistenza di questa norma fa si che le questioni che riguardano l’articolo 18 sono appena 6000, e moltissime vengono decise in fase stragiudiziale. Spesso con il reintegro, altre volte con un indennizzo, anche senza condanna.
Semmai, questa norma, in un paese che ha un’economia fondata non sulla grande industria ma sulle piccole e medie imprese, andrebbe estesa a tutti. E la vergogna sociale è che gli unici, ed in questo Renzi ha ragione, che non la prevedono siano proprio i sindacati, in quanto associazioni.

E tuttavia quello che non si capisce del dibattito di questi giorni è cosa c’entri eliminare l’articolo 18 con l’eliminazione di contratti precari e precarizzanti che non servono più. Perché si debba eliminare questo articolo per eliminare i cocopro, ad esempio. Non c’è nesso. Così come non esiste nesso tra il dare la maternità o la malattia a chi ha un contratto “precario” con l’eliminazione del reintegro in caso di ingiustificato licenziamento.

Ma c’è un effetto economico ben più grave che si sta sottovalutando, e che è bene qualcuno dica con chiarezza, perché la frattura economica e sociale sarebbe drammatica e poco rimediabile. Ed è materia delicata e da maneggiare con cura, visto che parliamo della struttura sociale del paese.

Il nostro sistema bancario, del credito, si regge essenzialmente sullo strumento del mutuo immobiliare e del credito al consumo. Garanzia formale per queste erogazioni è nel 90% dei casi una busta paga e un contratto a tempo indeterminato. Quando basta.

Se si elimina l’articolo 18, questa garanzia documentale in sé viene meno, perché anche un contratto a tempo indeterminato, dal punto di vista dell’istituto di credito, in sé ha meno valore in termini di garanzia. L’effetto psicologico di chi domani potrebbe essere messo di fronte alla scelta di andare a casa oppure lavorare di più guadagnando meno sarebbe devastante sui consumi, ed anche sui risparmi, precarizzando di fatto tutta l’economia, e la vita di milioni di persone che sino ad oggi sapevano che se lavoravano e producevano, in condizioni normali di mercato, nessuno li avrebbe potuti licenziare. Lo sapevano loro, i loro creditori e le banche.

Su tutto questo non si può “tentare”, non si può “sperimentare”, non si può “provare”. Men che meno con una moneta sovranazionale, in un’economia comunitaria, ed in un mondo economico e finanziario globale. In cui una tutto sommato moderata bolla speculativa in America ha devastato vent’anni di pil mondiale in sei mesi.

La politica può essere quella cosa che amministra processi decisi altrove. Può essere quella cosa che legge il presente e lo interpreta e disegna. E può essere quella cosa complessa di intuire dove stiamo andando, ponderarlo, e rendere possibile il migliore futuro auspicabile.

La differenza tra queste tre dimensioni della politica sta alla qualità degli uomini, al rispondere a esigenze e richieste imminenti, semmai di qualcuno, o nell’avere cura coscienza, e di comprendere che non tutto quello che fai con decreto lo puoi anche cancellare con un altro decreto e tornare indietro come se nulla fosse stato.

Eliminare le cose che non vanno, non passa necessariamente dal cancellare quelle che funzionano e danno diritti e garanzie. Lo dico oggi a Renzi, e al partito democratico, e lo dico alla mia generazione di quarantenni. Una generazione cui non compete più costruire il proprio presente, ma quello dei nostri figli. E semmai mettere tutti nelle condizioni di poterne avere di figli, serenamente.

fonte: http://micheledisalvo.com/2014/09/l-articolo-18-spiegato-alla-politica.html

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art18blog

Riforma del TITOLO Vº della Costituzione

@riforme Cambiare il Paese? sta facendo le stesse cose degli altri, sperando di ottenere risultati diversi. Nessun provvedimento contro le riforme ai Parlamentari. Nessun provvedimento contro gli sprechi ed i privilegi. Di contro: aumento della tassazione, abbiamo il rekord negativo mondiale ed un Paese in paralisi, sull’orlo di prossimi caos sociali, a causa dell’immigrazione selvaggia e la disoccupazione. Questi sono tutti dati negativi! Il nuovo che avanza? facciamo dei problemi opportunita’? demagogia che presto si sciogliera’ come neve al sole! Siate seri, l’Italia e’ in grave recessione!!! non fate i bambocci bugiardi, non sono piu’ i tempi. Il vostro tempo e’ scaduto!

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Lavaggio dei cervelli e riforme

Sono riusciti ad inculcare nella mente degli italiani il concetto che “con le riforme si può riavviare il Paese”.

Niente di più “falso”, come “falsi” sono i tagli che invece di colpire gli sprechi ed i privilegi colpiscono i servizi a cui i cittadini avrebbero diritto. Siamo “sudditi” e come tali ci trattano e dobbiamo ammettere che ce lo meritiamo!

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Italiano medio a scuola

previsioni per l'Italia