IL PENTITO CARMINE SCHIAVONE PARLA E DICE: VI SONO ANCHE DISCARICHE A BARI E FOGGIA

I VERBALI DEL PENTITO SCHIAVONE ” IN PUGLIA LE DISCARICHE DELLA CAMORRA ”

Il pentito della camorra napoletano rivela dall’uomo dei casalesi all’Antimafia ” per tutti gli anni ottanta la camorra ha usato alcune pattumiere. Una si chiamava Puglia “.

Lo ha raccontato nel 1997 il pentito Carmine Schiavone alla Commissione Parlamentare Antimafia in un verbale che è stato dissecretato.

Ma lo hanno confermato anche le indagini più recenti in tema di mafia e di rifiuti come ha spiegato in audizione di alcuni mesi fa l’ex Procuratore di Bari, Dr. Antonio Laudati.

” Parlavano spesso di Puglia – spiega il pentito – c’erano discariche nelle quali si scaricavano sostanze che venivano da fuori, in base ai discorsi che facevano negli anni fino al 1990 – 1991.

Schiavone parla di ” Salento “, ma sentivo parlare anche delle province di Bari e Foggia “.

Pochi i riferimenti precisi anche perché, dice, “il nostro era un discorso “accademico” interno che facevamo, dicendo: mica siamo solo noi, lo fanno tutti quanti”.

Il traffico riguardava “sostanze tossiche, fanghi industriali, rifiuti di lavorazione, rifiuti radioattivi “.

Tutto materiale che veniva nascosto metri e metri sotto terra, dove ancora oggi è probabilmente conservato.

È bene ricordare che in alcune zone del Salento si registrano percentuali di malattie oncologiche assai superiori alla media.

Quei dati sono stati oggetto nei giorni scorsi di una riunione all’Istituto superiore di Sanità nella quale l’Arpa Puglia e il ministero hanno previsto un percorso comune: l’anomalia nei numeri c’è, ed è importante.

Bisogna trovare ora le cause. I rifiuti interrati potrebbero essere uno dei problemi.

Tornando alle dichiarazioni di Schiavone, il pentito ha parlato anche del “supporto” logistico dei clan locali: “In effetti – ha messo a verbale.

In Puglia, la Sacra corona unita non è mai stata nessuno. Era sorta inizialmente insieme al gruppo della Nuova camorra organizzata di Cutolo, e poi fu staccata.

C’erano gruppi che operavano con noi e con i siciliani. Nel Brindisino operava un certo Bicicletta, un certo D’Onofrio che stava con Pietro Vernengo, il suo capozona.

Con me operavano un certo Tonino ‘o Zingaro e Lucio Di Donna, che era di Lecce”. Le parole di Sandokan sono però state integrare e in parte superate dal quadro tracciato nei mesi scorsi dal procuratore Laudati sempre in commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti.

È stato il magistrato a parlare del legame tra i casalesi e il foggiano. Se io devo smaltire un frigorifero e lo butto a Savignano Irpino – ha detto – rischio l’arresto nella fragranza.

Se mi sposto di un chilometro e mezzo, se mi va male prendo una contravvenzione.

Dove butta il frigorifero la criminalità organizzata?  Le indagini stanno verificando anche in questo caso ” sinergie ” criminalità locale e Casalesi. Ma c’è altro. Alcune aziende, “anche a partecipazione pubblica – ha detto Laudati – hanno avuto forme di condizionamento dalla criminalità organizzata sul modello di quello che è successo in Campania”.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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SEQUESTRATA DISCARICA DI CONVERSANO. LEGAMBIENTE ALL’ ATTACCO

SEQUESTRO DISCARICA CONVERSANO

Per il sequestro della discarica di Conversano Legambiente ci fa sapere che esprime preoccupazione per un possibile inquinamento.

Quindi chiede alla Regione Puglia una convocazione urgente per l’osservatorio rifiuti per monitorare la corretta gestione del ciclo dei rifiuti in Puglia.

Oltre alle conseguenze di tali comportamenti che possono portare ad illeciti determineranno, non solo delle ripercussioni sulla salute dei cittadini e questo è dimostrabile ma anche a causa di un eventuale disastro ambientale dovuto certamente al possibile inquinamento della falda – ma anche quello legato allo smaltimento dei rifiuti della discarica di Conversano che, ora, saranno condotti altrove con un innalzamento notevole dei costi di gestione.

 In Puglia purtroppo vi devo far sapere che sono ancora basse le percentuali di raccolta differenziata, sono ancora tanti i rifiuti indeferenziati che vengono smaltiti in discarica.

È perentorio Francesco Tarantini, presidente Legambiente Puglia all’ indomani dell’operazione condotta dai Carabinieri del Noe e della Guardia Costiera che ha portato il gip del Tribunale di Bari, Dr.ssa Annachiara Mastrorilli al sequestro preventivo senza facoltà d’uso della discarica di Conversano in contrada Martucci.

In questi anni Legambiente, attraverso i circoli di Mola di Bari e Conversano, è sempre stata in prima linea sul fronte della discarica in Contrada Martucci, evidenziando, tra le altre cose, il mancato decollo della raccolta differenziata porta a porta secco/umido nei ventuno Comuni che smaltiscono nella discarica di Conversano.

«Chiediamo alla Regione Puglia, alla luce di ciò che sta accadendo a Conversano, di convocare quanto prima l’Osservatorio Regionale Rifiuti, istituito con legge regionale 36/2009, al fine di monitorare la corretta gestione del ciclo di rifiuti in Puglia».

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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UN ACCORDO SIGLATO TRA IL COMITATO E IL COMUNE DI POLIGNANO A MARE PER LA CHIUSURA DELLA DISCARICA MARTUCCI

SI E’ ARRIVATI A UN ACCORDO TRA IL COMITATO E IL COMUNE DI POLIGNANO PER LA CHIUSURA DELLA DISCARICA MARTUCCI

MOLA – Si sta continuando a tentativi  nell’opera incessante di allargamento del fronte dei partecipanti alla ricerca della verità sui possibili inquinamenti derivanti dalla discarica Martucci e della tutela della salute pubblica, il Comitato ha incontrato, lo scorso venerdì 10 maggio, l’Amministrazione Comunale di Polignano.

Un incontro intenso e fruttuoso, che ha visto ampie convergenze sull’analisi della situazione attuale, soprattutto dopo i risultati scaturiti, e resi pubblici, dalle indagini della Procura della Repubblica di Bari su quanto avvenuto in contrada Martucci nel corso degli oltre trent’anni di esercizio di discariche, più o meno controllate e autorizzate; ma soprattutto si è convenuto sulle iniziative da intraprendere per ottenere dati concreti ed avere maggiori certezze sui fenomeni in atto e possibilmente scongiurare danni o aggravamento di danni già presenti.

A tal fine l’Amministrazione Comunale di Polignano, nelle persone del Sindaco Domenico Vitto, dell’Assessore all’ambiente, Daniele Simone, e della Presidente della Commissione Consiliare per la sanità, Tina Lofano, si è impegnata a far eseguire, con proprie risorse, analisi delle acque di falda nel proprio territorio, in contraddittorio con i dati ufficiali ( già definiti falsi nelle intercettazioni telefoniche ) dell’ARPA, a richiedere alla ASL i dati epidemiologici riguardanti i propri cittadini, a costituirsi parte lesa nei confronti degli autori dell’eventuale disastro ambientale, ma ha anche offerto la propria disponibilità a partecipare alle manifestazioni in programma del Comitato cittadino molese ed eventualmente ad emanare apposite ordinanze sindacali, laddove risultassero positive le analisi effettuate in proprio e certificate dai laboratori a cui si rivolgeranno.

Il Comitato non può che plaudire alla prontezza e chiarezza di assunzione di impegni seri e concreti da parte del Comune di Polignano che, se trovasse sponda anche nelle altre Amministrazioni interessate, a cominciare dalla nostra Mola e includendo anche Conversano e Rutigliano, non potrà che gettare una vivida luce nel buio dei misteri di contrada Martucci e appagare la sete di conoscenza della reale situazione ambientale/sanitaria, con gli eventuali e relativi provvedimenti da adottare.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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LA DISCARICA DI CONVERSANO IN CONTRADA MARTUCCI: DISASTRO AMBIENTALE

CONVERSANO: E’ UN DISASTRO AMBIENTALE ANNUNCIATO

28 Febbraio 2017 Il PM Dr. Pisani chiede finalmente delle condanne per 9 imputati se pur lievi per danni e disastro ambientale causati dalla discarica Martucci nel barese.

Le Associazioni Ambientalistiche come Legambiente e WWF hanno deciso di costituirsi  parte civile al processo insieme Ministero dell’Ambiente e gli Enti locali del territorio.

Il PM barese Dr. Baldo Pisani  ha chiesto nove condanne a pene comprese fra i 22 e i 24 mesi di reclusione per altrettanti imputati nel processo sul presunto disastro ambientale causato dalla discarica di Conversano, in contrada Martucci, sotto sequestro da quasi tre anni.

Nel processo, che si sta celebrando con il rito abbreviato dinanzi al GUP Dr. Antonio Diella, sono imputati i titolari e tecnici della Lombardi Ecologia srl, proprietaria della discarica, i componenti della commissione di collaudo regionale che avrebbero omesso i controlli e l’amministratore della società Progetto gestione bacino Bari 5 che gestisce l’impianto.

Le indagini dei carabinieri del Noe che sono intervenuti hanno rilevato che la vasca utilizzata per anni per la raccolta dei rifiuti ( anche pericolosi e non autorizzati ) non sarebbe stata realizzata secondo il progetto e le norme di legge: in particolare sarebbe stata usata una quantità inferiore di argilla e questo avrebbe provocato l’infiltrazione del percolato nel sottosuolo.

Così la falda sarebbe stata inquinata e, di conseguenza, anche i terreni agricoli dell’area.

Nel procedimento si sono costituiti parti civili il ministero dell’Ambiente, la Regione Puglia, Città Metropolitana di Bari, nove Comuni, Legambiente e WWF, che hanno chiesto la condanna degli imputati a risarcimenti.

Per la realizzazione della discarica di contrata Martucci gli stessi imputati sono già a processo per i reati, a vario titolo contestati, di falso ideologico, omissione di atti di ufficio, truffa, frode in pubbliche forniture e gestione di rifiuti non autorizzata.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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Il “disgraziato paese”

Il Regno d’Italia, diventa “disgraziato paese” dopo il #referendum truffa del 2 e 3 giugno 1946.
La #politica, che doveva “tutelare” gli italiani, diventa progressivamente una accumulatrice di “privilegi” e inizia a trattare i cittadini come “zerbini” e “bancomat”, gia’ da decenni.
Abbiamo un #debito pubblico di circa 2.300 miliardi di Euro, praticamente #insanabile.
Siamo tecnicamente falliti da decenni, per colpa della politica.
Il “disgraziato paese” pensa di ottenere risultati diversi, facendo le stesse cose. Praticamente da matti e irresponsabili.
Ormai manca il #lavoro e le #imprese falliscono ogni giorno, per colpa della #tassazione e della mancanza di liquidita’.
Hanno “distrutto” la #classe media, da sempre volano dell’economia.
Il “disgraziato paese” e’ incapace di reggersi su #economia reale e continua a indebitarsi con #BCE e #Ue.
I pseudo #governanti fantocci, di scena in questi anni, stanno affossando il passato, il presente, il futuro.
Ma forse all’italiano medio, interessa piu’ l’#inter e il concerto di
#musica.
Siamo in caduta libera, ma ci dicono che siamo una grande #nazione.
#bugiardi, venditori di pentole!!!!

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L’invasione continua

Ricordate come è cominciata. Renzi che simulava preoccupazione sull’immigrazione, lamentava l’eccesso di zelo delle ONG e minacciava di chiudergli i porti.
Settimane dopo hanno scritto un codice di condotta, destando gran clamore… e poi lo hanno trasformato in “raccomandazione”.

Germania, Belgio, Austria, Ungheria hanno pubblicamente esortato a chiudere a tutta l’immigrazione, fermarla in Libia.
Invece il Governo rifiuta con sdegno, si inventa immaginifici impedimenti, coglie pretesti per indignarsi, protesta la mancata “solidarietà” UE, vorrebbe se li prendessero loro, “minaccia” di tagliare fondi.

Avete capito? Assumono l’iniziativa mediatica. Spostano sull’Europa cattiva. Chiedono l’assurdo. Si tronfiano di superiorità morale. Fanno gli spavaldi. Sviano sulle responsabilità.
Mentre in realtà, non è mai stata loro intenzione rallentare sull’immigrazionismo.

Giocolieri di balle. Cazzari professionisti.
Si esibiscono ogni giorno. Li puoi vedere alla TV.
Una pagliacciata dietro l’altra. Farsa dopo farsa.
Miliardi su miliardi. Sempre più a fondo.

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BENI CONFISCATI ALLE MAFIE, ECCO LA MAPPA OPEN DATA REGIONE PER REGIONE

Vorrei iniziare giusto per dare informazione nasce il portale www.confiscatibene.it

per monitorare aziende, immobili e altre proprietà sottratte alla criminalità.

Nel cuore della Toscana che faceva capo a V.P., considerato uno dei principali faccendieri di T.R. e dei fratelli Ganci. Da allora, da quel lontanissimo 1983, il numero di beni confiscati alla criminalità organizzata è aumentato notevolmente, ma stando ad atti e documenti ufficiali l’unica cosa certa è che non si sa con esattezza nè quanti siano, nè quando valgano, nè ancora con precisione come vengano riutilizzati.

Le inchieste e io aggiungo perchè muoiono le aziende sottratte alla mafia. Sei milioni all’Agenzia per costruire un database mai fatto.

OTTO ANNI FA IL ” MANDATO ” DI CONFISCA EUROPEO MA L’ITALIA NON HA ADERITO

Come dicevo otto anni fa l’Unione Europea ha predisposto un provvedimento ( decisione quadro 2006/783/GAI del Consiglio del 6 ottobre 2006 ) per l’esecuzione delle confische tra Paesi europei, il meccanismo è semplice: un Paese emette un decreto di confisca di un bene che si trova in un altro Paese, il quale a sua volta lo esegue con una procedura automatica.

Si tratta di uno strumento che potrebbe comportare giovamenti altissimi per contrastare la criminalità sul piano economico. Un’occasione che l’Italia però non ha ancora colto. Si legge nella ” Relazione sulla criminalità organizzata su base europea ” del 18 giugno 2014: ” non vi è chi non veda la grande importanza di questo strumento di cooperazione giudiziara internazionale che rende estremamente dinamiche procedure pur sempre attuabili ma che altrimenti richiederebbero tempi estremamente più lunghi. La decisione quadro di cui trattasi, risalente a quasi otto anni orsono, è già stata implementata da ben 21 Paesi su 28 dell’Unione Europea.

L’Italia non vi ha ancora provveduto unitamente a Estonia, Irlanda, Lussemburgo, Slovacchia e Regno Unito “.

IL RIUSO DEI BENI FRENATO DALLA BUROCRAZIA

Si è proprio cosi’ sempre più beni confiscati , sempre meno decreti di destinazione. La contraddizione emerge dalla Relazione sui beni confiscati presentata in Parlamento nel 2013. A fronte di una crescita costante di confische e, soprattutto, confische definitive, quest’ultime passate da 921 del 2009 a 2259 del 2012, non si è verificato un aumento di consegne di beni a enti, associazioni o forze dell’ordine.

Le confische con destinazione ( solo immobili e aziende ), che richiedono un apposito decreto da parte dell’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati, sono addirittura in diminuzione.

Dall’apice dei 629 del 2009 si è scesi fino a 85 del 2012. ” Il che è quantomeno contraddittorio … “, si legge nella stessa relazione, aggiornata al 31 marzo 2013. Il rallentamento nel percorso di riconversione della villa di un boss o della fattoria di un narcotrafficante si traduce in una diminuzione di valore dei beni confiscati con destinazione.

Nel 2008 i Comuni avevano a disposizione immobili e aziende per un valore di 120,9 milioni di euro, passati ad appena 3 milioni nel 2012.

Anche lo stato ha perso tanto, scendendo dai 40 milioni e mezzo del 2008 ai 202mila euro del 2012. Complessivamente il valore dei beni confiscati con destinazione è crollato di ben 158 milioni in cinque anni.

Se facessimo un rapido calcolo, il valore medio di ogni bene è di appena 38mila euro nel 2012 ( era di 204mila euro nel 2008 ).

A NORD COME AL SUD, TRA METROPOLI E PERIFERIE, IL FENOMENO INTERESSA 94 PROVINCE ITALIANE SU 110

Quello che però emerge con certezza dai numeri è che la concentrazione dei beni confiscati è si al Sud ( Sicilia, Calabria, Campania, Puglia ) ma anche sempre di più nel Centro Nord ( Lazio, Lombardia, Piemonte )

QUANDO VALGONO I BENI? LE STIME TRA I 10 E GLI 80 MILIARDI

Sul valore economico dei beni, il valzer di stime è ricco di contraddizioni. L’ex direttore dell’Agenzia per i beni confiscati G.C. prima dichiarò all’ANSA un anno fa che il valore ammontava a 10 miliardi di euro, poi in Commissione Antimafia parlò di circa 30 miliardi, di cui 3 miliardi in contanti.

REPORT

FREELANCER VALTER PADOVANO

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ANTIMAFIA, PM CHE CATTURO’ ZAGARIA ATTACCA LIBERA: ” INQUINATA DA INTENTI ECONOMICI ” DON CIOTTI: FANGO, LO DENUNCIAMO “.

Catello Maresca, magistrato della Dda di Napoli punta il dito sulle cooperative che gestiscono i beni confiscati alla criminalità: ” C’è chi lo fa per i propri interessi “, dice in un intervista a Don Ciotti fondatore, sentito oggi in Commissione parlamentare: ” Le promuoviamo, ma non sono nostre. Cosi’ si fa il gioco delle mafie “, E denuncia: ” La nostra rete sotto attacco ” Bindi lo difende: ” Commissione vuole rilanciare l’antimafia, non delegittimarla “.

” Se un’Associazione, come libera, diventa troppo grande, se acquisisce interessi che sono anche di natura economica, e il denaro spesso contribuisce a inquinare l’iniziale intento positivo, ci si possono inserire persone senza scrupoli che approfittando del suo nome per fare i propri interessi “.

L’attacco arriva da uno stimato pm antimafia, Catello Maresca, il sostituto procuratore della Repubblica di Napoli che tra l’altro ha coordinato le indagini sui Casalesi e la cattura del boss Michele Zagaria.

In un’intervista il magistrato napoletano afferma ancora: ” Libera gestisce i beni attraverso cooperative non sempre affidabili.

Io ritengo che questa antimafia sia incompatibile con lo spirito dell’antimafia iniziale .

L’affondo arriva nel giorno in cui Don Luigi Ciotti, il fondatore di libera è stato carriere personali coltivati approfittando della popolare etichetta dei movimenti antimafia, sull’onda di casi di cronaca per esempio Confindustria Sicilia e il magistrato palermitano Silvana Saguto, impegnata appunto sul fronte dei beni confiscati.

Libera ha comunque incassato l’immediata solidarietà del presidente della Commissione Rosy Bindi ( Pd ), secondo la quale le affermazioni di Maresca ” sono offensive ” assolutamente gratuite e infondate “.

Perchè il lavoro dei commissari è stato ” intrapreso nell’ottica di rilanciare l’antimafia, non per delegittimarla “.

DON CIOTTI: ” CHI GETTA FANGO FA GIOCO DELLE MAFIE “.

Durissima la reazione di Libera, a cominciare dallo stesso Don Ciotti, che ha definito le parole di Maresca ” sconcertanti “: ” Noi lo denunceremo questo signore, se quelle dichiarazioni saranno riportate domani in virgolettato. Quando viene distrutta la dignità di tanti giovani, io credo sia un dovere difenderli “. E ancora: ” Non ho rilasciato nessuna intervista neppure quando altri giornali ci hanno gettato fango addosso.

Le fonti vanno verificate, le parole non devono essere interpretate. I giornalisti che gettano fango fanno il gioco delle mafie “.

Il magistrato, però, non retrocede: ” Vedremo se sarà della stessa idea quando avrà l’intera intervista, che affronta il tema in modo più ampio “, dice Maresca ” poi vedremo in che sede dovremo confrontarci “.

IL NODO DEI BENI CONFISCATI: ” MA LIBERA NON LI GESTISCE “.

Il nodo è sempre quello delle cooperative sociali ai cui vengono affidati in gestione i beni immobili confiscati alle mafie, tema affrontato anche da Don Ciotti in Commissione: ” Le cooperative non sono di Libera le promuove “. E i beni sono assegnati, per realizzazione di attività sociali, dai Comuni ” con un bando, il fondatore di Libera ha spiegato: ” C’è un equivoco che qualcuno vuole attribuire a Don Ciotti: la capacità di concentrare beni e poteri economici.

Non è assolutamente cosi’. Libera gestisce solo sei strutture tra cui un piccolissimo appartamento a Roma “. Inoltre ” i fondi europei vanno agli enti locali, non a Libera. Che sia chiaro a tutti: per la gestione dei beni confiscati, Libera non riceve contributi pubblici “.

Libera non gestisce, ha sottolineato anche Fava, che ha bollato le dichiarazioni di Maresca come ” calunniose e ingenerose “.

LIBERA SOTTO ATTACCO

Libera è sotto attacco, ha sostenuto Don Ciotti. ” Oggi è in atto una semplificazione che mira a demolire con la menzogna il percorso fatto da Libera “.

Insomma, ” le trappole dell’antimafia le abbiamo ben chiare mai come oggi “. Oggi, ” è in atto una semplificazione che mira a demolire con la menzogna il percorso fatto da Libera “.

Don Ciotti replica ancora ” che il tentativo di infiltrazione c’è ed è trasversale in Italia. Le nostre rogne sono cominciate con 17 processi in cui Libera si è costituita parte civile “.

Altri problemi, poi, ” sono nati con le cooperative. Ogni sei mesi noi chiediamo alla Prefettura di verificare […] facendo abbiamo scoperto che delle situazioni erano mutate e siamo dovuti intervenire noi – ha precisato – Sono 1600 le associazioni coordinate da Libera, alcune grandi e a livello nazionale “.

” Bisognerebbe incidere sulla normativa che prevede la destinazione dei beni confiscati, tenendo conto che possono e che devono avere un valore simbolico nella lotta alla mafia e quelli che invece non hanno e che vanno quindi venduti.

Scremando questo ” mare magnum ” di beni, se da 15mila diventano mille, questi possono essere distribuiti in maniera più ampia tra le diverse associazioni e a quel punto avere anche la possibilità di controllare la gestione e il vero utilizzo sociale.

Questo conporterebbe un vantaggio per tutte le ” serie ” organizzazioni antimafia, come Libera “.

REPORT

FREELANCER VALTER PADOVANO

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POLITICHE PER IL RIUSO DEI BENI CONFISCATI ALLA MAFIA

” USO SOCIALE DEI BENI CONFISCATI ALLE MAFIE “, ITALIA

STRATEGIA:

Utilizzazione per scopi collettivi, tra i quali un particolari rilievo è dato al riutilizzo a scopi sociali, dei beni confiscati alle mafie su tutto il territorio nazionale

DESTINATARI:

Comuni, Province, Regioni, Università Statali, Agenzie Fiscali, Amministrazioni dello Stato, Istituzioni culturali con rilevante interesse nazionale.

ALTRI SOGGETTI:

Agenzia del Demanio ( gestore dei beni confiscati ).

IN COSA CONSISTE IL MECCANISMO di Risarcimento – l’intento del programma è quello di operare una sorta di risarcimento sociale, attraverso il riutilizzo dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, restituendoli alla collettività: una forma di ” restituzione del maltolto “. Responsabile della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata dal momento della confisca definitiva del bene fino alla sua destinazione è l’Agenzia del Demanio.

STORIA:

Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie è attività dal 1995 con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia.

Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1300 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità.

L’impegno di Libera si inserisce nel contesto dell’azione del Governo italiano per contrastare la criminalità organizzata e le mafie.

Nella legislazione antimafia italiana, l’azione di contrasto patrimoniale attività dallo Stato, si snoda essenzialmente in due grandi fasi.

Una prima fase, ( legge Rognoni La Torre, 13 settembre 1982 n° 646 ) riguarda le indagini per l’individuazione, il sequestro e la confisca delle ricchezze delle mafie.

Una volta che la confisca è divenuta definitiva i beni immobili possono essere destinati a diversi soggetti per varie finalità. Una seconda fase ( legge 7 marzo 1996, n° 109 ) riguarda, appunto, l’utilizzo dei patrimoni e dei beni confiscati ai mafiosi.

La legge 109/96 sul riutilizzo ai fini istituzionali e sociali dei beni confiscati nasce dal risultato di un percorso di riflessione che ha coinvolto e reso protagonista l’intera società civile sugli strumenti per una più efficace lotta alla criminalità organizzata.

Nel 1995 viene realizzata, grazie all’azione di Libera, una campagna nazionale di sensibilizzazione che porta alla raccolta di più un milione di firme a sostegno dell’iter parlamentare di approvazione.

Nei 13 anni di applicazione la legge ha consentito di creare in molti territori, non solo del sud d’Italia, le codizioni per l’inserimento occupazionale di giovani che trovano una occasione di riscatto sociale e economico.

Emblematica è l’esperienza di Libera Terra: un progetto promosso dall’Associazione Libera che dal 2001 prevede la promozione e il sostegno a forme di cooperazione su beni confiscati alla criminalità organizzata.

Nel primo progetto pilota, volto alla creazione della cooperazione su beni confiscati alla criminalità organizzata.

Nel primo progetto pilota, volto alla creazione della Cooperativa ” Placido Rizzotto”, il lavoro è stato svolto congiuntamente con Italia Lavoro Spa e con il Consorzio Sviluppo e Legalità della provincia di Palermo.

Sulla scorta di questo primo esempio, negli anni successivi sono nate altre esperienze cooperativa in Sicilia, Calabria, Puglia e Lazio.

Oggi queste forme di imprenditoria basate sulla gestione di terreni agricoli e beni immobili confiscati alle cosche mafiose, permettono il riserimento lavorativo di persone svantaggiate.

In taluni casi l’attività agricola d’eccellenza si accompagna anche alla promozione turistica del territorio, come nel caso della stessa Cooperativa ” Placido Rizzotto ”  o della Cooperativa ” Pio la Torre ” che nel territorio di San Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi e Corleone gestiscono, tra l’altro, anche due agriturismi e un centro ippico.

A livello nazionale, gli ettari di terreni agricoli gestiti dalle cooperative afferenti al progetto Libera Terra sono più di 700 convertiti ad agricoltura biologica con un fatturato totale che supera un milione di euro e che fa riferimento alla vendita di prodotti finiti ( pasta. olio. vino, legumi ecc.. ) presenti, con numeri sempre crescenti, sia sul mercato nazionale che estero.

Il successo di queste esperienze si è registrato laddove i tavoli di concertazione hanno messo in rete l’Agenzia del Demanio, le Prefetture, i Comuni, i Consorzi di Comuni e le varie associazioni, e dove l’attività di scambio sinergico si è potuta associare al reperimento di finanziamenti pubblici.

Nel corso del 2007 l’Agenzia del Demanio ha avviato un nuovo modello di gestione e destinazione dei beni confiscati basato sui Progetti Territoriali che prevedono la consegna di ” pacchetti omogenei di beni ” agli Enti locali e il loro riutilizzo sociale, attraverso la firma di Protocolli d’Intesa.

REPORT

FREELANCER VALTER PADOVANO

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CONFISCA DEI BENI ALLE MAFIE, LA LEGGE COMPIE 15 ANNI

Era il 1996 quando il presidente di libera, Don Luigi Ciotti, consegnava all’ora presidente della Camera un milione di firme raccolte per l’utilizzo sociale dei beni confiscati ai boss  Un milione di cittadini chiedeva al Parlamento di fare un passo in avanti nella lotta alle mafie, restituendo alla collettività quando sottratto dalle organizzazioni criminali.

In quindici anni la legge 109 ha consentito allo Stato di riprendersi migliaia di beni: palazzi, appartamenti, terreni, aziende. Un fiore all’occhiello della legislazione italiana.

Dall’entrata in vigore della legge sono stati confiscati 11.152 beni. In questi quindici anni, tuttavia, la legge non ha avuto vita facile. Osteggiata dai boss, perché compromette i patrimoni illeciti, non è molto apprezzata neanche dalla politica.

In diverse occasioni si è cercato di stravolgerla inserendo emendamenti che ne depotenziavano la portata. Con l’ultimo di questi tentativi si è introdotta la possibilità di vendere i beni confiscati all’asta.

Una minaccia che ha portato ad un forte mobilizzazione della società civile. Il rischio che le proprietà tornassero nella disponibilità dei boss era troppo alto.

Tramite prestanome, infatti, le mafie avrebbero potuto tranquillamente riacquistare quello che lo stato aveva sottratto, mandando in fumo indagini lunghe anni. L’emendamento della vendita dei beni è stato adottato.

Contemporaneamente, tuttavia, il Governo ha fatto nascere l’Agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati. Una struttura centralizzata, con sede principale a Reggio Calabria, in grado di gestire con più celerità le procedure che vanno dal sequestro alla confisca definitiva, fino all’assegnazione del bene confiscato per finalità sociale.

La confisca dei beni alle mafie è un occasione di sviluppo come pasta e vino, e con essi altri frutti della terra prodotti di utilizzo quotidiano e anche una colata di cemento di calcestruzzo sono oggi i veri simboli della lotta alle mafie, i segni tangibili che la battaglia contro le cosche può essere vinta, creando occasione di sviluppo e lavoro nel pieno rispetto della legalità.

La pasta e il vino sono quelli realizzati dalle cooperative di giovani che lavorano i terreni confiscati alle mafie e che oggi sono commercializzati in tutto il Paese con il marchio di qualità e legalità  ” libera terra “; il cosiddetto ” Cacestruzzi Ericina Libera “, inaugurata agli inizi del febbraio 2009. La calcestruzzi cioè la Cooperativa che fu confiscata al presunto boss Vincenzo Virga, nonché boss trapanese.

L’azienda che produce calcestruzzo, dal giugno 2000, quando viene confiscata, è gestita da amministratori giudiziaria e ci vogliono quasi dieci anni per trasferire i beni aziendali della Calcestruzzi Ericina alla cooperativa che, nel frattempo, viene costituita dai lavoratori: quasi dieci anni perchè possa nascere finalmente la Calcestruzzi Ericina Libera, grazie all’impegno e alla collaborazione di diversi soggetti, dalla Prefettura di Trapani, alle forze dell’ordine e alla magistratura, dall’Agenzia del Demanio a realtà produttive come Unipol e Legacoop, con una regia complessiva esercitata da Libera.

Adesso vediamo per il mercato dell’edilizia, che ancora oggi risente in larga parte dell’influente presenza negativa delle cosche, non solo al sud, come testimoniato anche da una recente operazione dell’Arma dei Carabinieri, che ha portato alla luce in tentativi di infiltrazione, in parte andati purtroppo a buon fine, negli appalti dell’Alta velocità alle porte di Milano e in quelli per i lavori di ammodernamento dell’A4 nella tratta Bergamo e Milano.

In questi anni la rete di Libera ha consentito alle cooperative di operare in serenità e guardando al futuro, nonostante le intimidazioni, gli attentati e le preoccupazioni che quotidianamente i cooperanti devono affrontare, rischiando molto anche in termini economici.

Non dimentichiamoci, infatti, che i beni restano di proprietà dell Stato, secondo la formula del comodato, cioè del prestito d’uso gratuito.

L’ART.416 BIS E LE MISURE PATRIMONIALI

Se questo sono le eccellenze, se questi i segni di un cambiamento possibile, occorre fare un passo indietro per capire come si è arrivati a questi straordinari risultati, pur tra mille difficoltà.

La strategia di attaccato ai patrimoni mafiosi è frutto di una elaborazione da parte di politici, magistrati, esponenti della società civile, che prende le mosse quasi quarant’anni fa e sul finire degli anni sessanta che due grandi processi alle cosche siciliane, celebrati a Bari e Catanzaro per motivi di ordine pubblico, terminarono con una scandalosa serie di assoluzioni per insufficienza di prove.

Ciò accadde per la mancanza di una previsione legislativa del reato di associazione mafiosa: se è complicato ma possibile provare un omicidio o un traffico di sostanze stupefacenti, diventa praticamente impossibile provare l’esistenza di un’associazione mafiosa vera e propria.

di qui nasce la polemica sui teoremi sulle ardite ricostruzioni della magistratura da parte di chi non vede l’ora di dire che la mafia non esiste, che il mafioso è solo un uomo che sa farsi giustizia da se, che la cultura mafiosa è propria di alcune regioni e destinata a scomparire con l’arrivo del progresso e dello sviluppo nel Mezzogiorno d’Italia.

Da tutto questo nasce l’ingenuità, l’opportunismo, la collusione, il cointeresse  di tutti quegli atteggiamenti che confluiscono nel creare alibi sociologici e culturali, fino a mettere in dubbio la stessa esistenza, ad una vera realtà criminale, strutturata su base territoriale, con rigide regole d’affiliazione e di appartenenza e i cui obiettivi sono l’accumulazione di profitti illeciti e la ricerca costante e continua con il potere legale, per inquinarlo e trarne ogni tipo possibile di vantaggio.

Ci vogliono quasi vent’anni prima che lo Stato si possa dotare di una serie di norme che colpiscano l’associazione mafiosa in quanto tale. E ci vogliono anche un gran numero di omicidi eccellenti prima che le intuizioni di Pio La Torre, deputato nazionale e segretario del Partito Comunista in Sicilia, prendano finalmente valore di legge.

I NUMERI DELLA ” MAFIA S.p.A ”

Dall’entrata in vigore della legge ad oggi, molti progetti di riutilizzo dei beni confiscati sono andati a buon esito: case, terreni e aziende hanno conosciuto una seconda vita, potendo diventare nel luogo di confisca un segno di vittoria dello Stato.

Eppure non mancano coloro che restano scettici sulla capacità di sottrarre veramente i beni alle mafie. Infatti seconda una stima fatta dalla Direzione Investigativa Antimafia tra il 1992 e il 2006 sarebbero stati sequestrati ai boss beni per un valore di oltre 4 miliardi di euro, mentre il valore delle confische ammonterebbero solo a 744 milioni.

COSI’ LO STATO SI RIPRENDE I TESORI DELLE COSCHE

Riciclaggio e investimenti di denaro sporco sono solo alcune delle regole della mafia imprenditrice. Per contrastarli, servono leggi mirate alla trasparenza finanziaria ma anche una agenzia nazionale per la gestione dei beni sequestrati e confiscati ai boss.

Enti locali e associazioni chiedevano da molti anni il trasferimento dell’iter burocratico in mano all’ufficio del Demanio verso una struttura capace di fare fronte ai tanti problemi connessi al riutilizzo dei beni.

A Reggio Calabria e Roma sono nate le due sedi principali di questo nuovo strumento antimafia. Con il prefetto Mario Morcone, direttore dell’Agenzia, un bilancio di questo primo anno di attività.

Morcone spiega che da quando avevano iniziato a lavorare una buona parte dei beni confiscati con sentenza definitiva erano stati assegnati. Una parte delle aziende sottoposte a confisca era in liquidazione e altre erano invece alle prese con le ipoteche bancarie che gravano sulle imprese e in evidente stato di sofferenza.

Oggi abbiamo messo in campo strumenti indirizzati a supportare il riutilizzo sociale, anche per immobili sottoposti ad ipoteca bancaria. Questo è uno dei punti di maggiore criticità. Ma abbiamo già riscontrato le prime aperture da parte di alcuni istituti bancari.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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