BARI, LA COCAINA TRASPORTATA DALLA PROF. ARRESTATA IN AUSTRALIA ERA DELLA ‘NDRANGHETA

ERA DELLA ‘NDRANGHETA LA COCAINA TRASPORTATA DALLA BELLA PROF. ARRESTATA POI IN AUSTRALIA

14/06/2018 – Anche a Bari l’ombra della ‘ndrangheta e di una bella Professoressa.

Se continua così, rischia seriamente 25 anni di carcere. Ora gli investigatori stanno cercando di dare voce ai silenzi della donna, innanzitutto ricostruendo i suoi spostamenti.

Negli ultimi due anni la donna – che non aveva una buona situazione economica, sembrerebbe dovuta anche ai debiti dell’ex marito, con problemi di droga – aveva effettuato tre viaggi all’estero, oltre oceano.

Viaggiando in un caso, circostanza questa che fa insospettire non poco gli inquirenti, da sola.

È incensurata e il suo nome non risulta in nessuna indagine di droga. Risposte importanti arriveranno chiaramente dal suo telefonino che è stato sequestrato in Australia e dai tabulati telefonici del suo numero italiano, pronti già nelle prossime ore.

Da un punto di vista formale in Italia le indagini non sono ancora partite, ma nelle prossime ore la Squadra Mobile di Bari dovrà depositare una prima informativa dalla quale far nascere inevitabilmente accertamenti anche in Italia.

Le perquisizioni nelle due abitazioni della Salatino – a Bari e a Fasano, in provincia di Brindisi, dove vivevano i genitori – hanno avuto esito negativo.

Niente droga e, sembrerebbe, niente di utile per le indagini. Qualcosa di più interessante può invece venire dal viaggio: la ragazza è partita per l’Australia da Roma facendo scalo a Dubai.

Ha viaggiato in auto, non la sua. Ma accompagnata da alcune persone che potrebbero servire a dare dettagli utili alla ricostruzione della storia.

È confermato che alcuni giorni fa alcune persone l’avevano cercata con insistenza nella scuola dove insegnava ma la polizia è convinta che, eventualmente, il contatto barese possa essere soltanto stato un tramite: ” Gli unici che possono gestire un’operazione di questo tipo – insistono – sono i calabresi “.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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E’ GIUNTA A TERMINE L’INCHIESTA DELLA HOLDING DI SANTAPAOLA DI COSA NOSTRA. 50 INDAGATI

E’ STATA SMANTELLATA UNA VERA E PROPRIA HOLDING MAFIOSA

13/06/2018 – Succede a Catania. Una mafia camaleontica, capace di infiltrarsi nei tessuti finanziari, imprenditoriali e affaristici.

Un nuovo modo di operare dei boss, che invece di armarsi di pistole fumanti scelgono la diplomazia mafiosa.

Si utilizza ancora l’intimidazione del cognome ma non i colpi di lupara. Per chiudere affari si usa la loquacità e la capacità del manager, che gestisce una holding.

L’operazione Beta della Dda di Messina ha scoperto questo nuovo metodo mafioso: una strategia che cerca di camuffarsi tra il jet-set che conta per trovare spazi per riciclare denaro e arricchire le casse del clan.

E il clan è quello dei Santapaola di Catania. Ma in fondo il sistema criminale di Nitto, il padrino indiscusso di Catania, era in parte già questo negli anni Ottanta.

Il capo di Cosa nostra catanese indossava la giacca e la cravatta nelle occasioni commerciali e istituzionali, e stringeva le mani dei personaggi che contavano del mondo imprenditoriale e anche politico alle falde dell’Etna.

Primi fra tutti i cavalieri, o come li chiamava il giornalista ucciso dalla mafia Pippo Fava, i “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”.

Nitto però sapeva trasformarsi nel boss spietato: che non perdonava affronti e commissionava omicidi.

Quaranta anni dopo, il nipote di Nitto, Vincenzo Romeo ( figlio di Concetta Santapaola ) sceglie di seguire le orme dello ” zio ” e crea una cellula mafiosa a Messina.

Una costola mafiosa che ha mantenuto i radicali legami con Catania ma è riuscita a creare anche un network di contatti che superano anche lo Stretto.

Contatti con le altre organizzazioni criminali ( ‘ndrangheta e sacra corona unita ), imprenditori, funzionari e anche (aspetto inquietante) con esponenti delle forze dell’ordine.

Tra gli affari maggiormente redditizi, il gioco d’azzardo. A capo della costola messinese dei Santapaola gli investigatori inseriscono proprio Vincenzo Romeo, figlio di quello “ Zu Ciccio ” ( Francesco Romeo,) di cui parla in un verbale anche il pentito Santo La Causa, ex reggente di Cosa nostra catanese. ” A Romeo – scrive il Gip – può intestarsi il titolo di rappresentante della nuova mafia ”.

L’inchiesta Beta si è appena chiusa: l’avviso di conclusione delle indagini preliminari è stato notificato a cinquanta indagati, tra Catania e Messina.

E tra i nomi troviamo tutta la famiglia Romeo: il padre Francesco, e i fratelli di Vincenzo, Pasquale, Benedetto e Gianluca.

Ma ci sono anche avvocati, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine oltre a soldati messi in busta paga dai Santapaola.

CINQUANTA INDAGATI. Francesco Altieri, Antonio Amato, Giuseppe Amenta, Stefano Barbera, Domenico Bertuccelli, Giovanni Bevilacqua, Salvatore Boninelli, Carlo Borella, Bruno Calautti, Roberto Cappuccio, Giovanbattista Croce, Raffaele Cucinotta, Marco Daidone, Antonio Di Blasi, Caterina Di Pietro, Salvatore Galvagno, Silvia Gentile, Stefano Giorgio Piluso, Biagio Grasso, Mauro Guernieri, Fabio Laganà, Nunzio Laganà, Carmelo Laudani, Guido Lavista, Antonio Lipari, Salvatore Lipari, Andrea Lo Castro, Franco Lo Presti, Paolo Lo Presti, Fabio Lo Turco, Gaetano Lombardo, Giovanni Marano, Lorenzo Mazzullo, Italo Nebiolo, Benedetto Panarello, Salvatore Piccolo, Alfonso Resciniti, Antonio Rizzo, Antonio Romeo, Benedetto Romeo, Francesco Romeo, Gianluca Romeo, Maurizio Romeo, Pasquale Romeo, Vincenzo Romeo, Pietro Santapaola, Vincenzo Santapaola (classe ’64), Vincenzo Santapaola (classe ’63), Filippo Spadaro, Giuseppe Verde.

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FREELANCER VALTER PADOVANO

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L’EPOCA DEI SEQUESTRI E’ REALMENTE FINITA

25/05/2018 – Vi è  stato un tempo in cui nelle vignette dei giornali la Sardegna ma non solo nei giornali della Sardegna ma su tutti i quotidiani di tutta l’Italia come anche in televisione dove veniva disegnata come un orecchio mozzato e grondante di sangue.

Il sequestro di persona a scopo di estorsione è stato in Italia, tra gli anni Settanta e Ottanta, un fenomeno criminale con caratteristiche molto particolari che ha avuto un’evoluzione e una storia.

Oggi si parla di ” fine dei sequestri ” in quanto fenomeno, anche se dagli anni Novanta in poi si sono verificati comunque singoli casi, molto celebri ma isolati e, secondo gli esperti, con connotazioni diverse rispetto a quelle “ tradizionali ”.

C’è più di un motivo alla base di questa progressiva scomparsa: i cambiamenti delle leggi sui sequestri, una particolare preparazione sviluppata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura e, infine, il fatto che a un certo punto per chi li compiva i rischi avevano superato i potenziali benefici.

Il sequestro di persona quindi non è più rientrato tra gli interessi delle associazioni criminali perché poco produttivo, molto rischioso e perché creava troppo clamore rischiando di compromettere le loro altre attività.

Tra i sequestri di persona vanno distinti, in base alle finalità, quelli politici, quelli terroristici e quelli a scopo di estorsione, chiamati anche sequestri economici.

Il periodo dei sequestri economici in Italia viene individuato tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, quando vennero rapite in cambio della richiesta di un riscatto 489 persone  ( l’anno in cui ne avvennero di più fu il 1977: 75 sequestri in totale ).

In generale le regioni più coinvolte in questo fenomeno, sempre in quegli anni, furono la Lombardia, la Calabria e la Sardegna.

I sequestri economici furono organizzati sia da gruppi di criminali comuni ( che si formavano proprio per commettere quel singolo sequestro e che poi, una volta portato a termine l’obiettivo, si scioglievano ) sia da gruppi criminali strutturati, ognuno dei quali aveva per questo tipo di reato le proprie originali modalità.

Per la conoscenza del fenomeno dei sequestri all’interno di Cosa Nostra sono state fondamentali invece le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

La mafia siciliana, a differenza della ‘ndrangheta, era solita trattenere i sequestrati il minor tempo possibile.

Alcuni rapimenti vennero organizzati in Sicilia, come quello di Luciano Cassina a Palermo nel 1972, rilasciato dopo circa un anno e mezzo e il pagamento di 1 miliardo e 350 milioni di lire.

Dopodiché il campo d’azione delle organizzazioni ( soprattutto per il clamore causato dai sequestri che rischiava di attirare troppa attenzione e compromettere altre attività ) venne spostato nel Lazio e in Lombardia.

La ‘ndrangheta, a differenza di Cosa Nostra, decise invece di trasformare il suo territorio, la Calabria, nel luogo di custodia degli ostaggi, anche di quelli sequestrati in altre regioni, di coinvolgere le comunità locali nella gestione materiale delle operazioni e di trasformare il sequestro in una specie di vantaggio economico per quelle stesse comunità.

A Bovalino per esempio fu costruito un quartiere chiamato Paul Getty, dal nome del nipote dell’uomo che era stato il più ricco al mondo e che venne rapito a piazza Farnese a Roma il 10 luglio 1973.

Fu un caso che per cinque mesi rimase sulle prime pagine di tutti i giornali italiani e culminò in un gesto macabro destinato a rimanere per molto tempo nell’immaginario comune: i rapitori tagliarono l’orecchio destro dell’ostaggio – che aveva 16 anni – e lo inviarono a un giornale per convincere la famiglia a pagare il riscatto ( 3 milioni di dollari, che vennero pagati ).

Il ciclo dei sequestri di persona si chiuse nel 1993, anno in cui venne approvata la legge sul blocco dei beni delle famiglie degli ostaggi.

Il terzo grande gruppo che in Italia fu protagonista della stagione dei sequestri fu la cosiddetta “ anonima sarda ”.

Le modalità di quel gruppo erano così brutali e specifiche che già alla fine degli anni Sessanta ci furono degli interventi legislativi mirati, come l’istituzione di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta sui fenomeni del banditismo in Sardegna.

Gli studiosi sostengono che il sequestro di persona praticato in quei luoghi aveva la sua origine nell’abigeato, cioè nel furto di bestiame.

I componenti della banda appartenevano spesso a un ristretto gruppo familiare o tribale: i guadagni che derivavano da quei reati non venivano investiti in altre attività criminali, come facevano invece le organizzazioni siciliane e calabresi, ma restavano sul territorio.

Alla fine del 1968 erano state sequestrate in Sardegna già 70 persone, e tra loro molti bambini, ma l’attività nei decenni successivi si espanse anche in altre regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Toscana, dove nel frattempo si erano create delle comunità di pastori sardi.

Tra i rapimenti più noti dell’anonima sequestri ci furono quello di Fabrizio De André e Dori Ghezzi nel 1979, quello nel 1985 dell’imprenditore di Oliena Tonino Caggiari, che terminò con una sparatoria in cui rimasero uccisi diversi latitanti e che viene ricordata come il “ conflitto di Osposidda “, quello nel 1992 di Farouk Kassam e quello di Silvia Melis rilasciata a Orgosolo nel 1997.

Nella legislazione italiana il sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione era inizialmente regolato dall’articolo 630 del codice penale: e diceva che il sequestro come mezzo di realizzazione di un’estorsione ( allo scopo dunque ” di conseguire, per sé o per altri, un ingiusto profitto come prezzo della liberazione ” ) era punito con la reclusione dagli 8 ai 15 anni.

Visto l’aumento del numero dei sequestri di persona a partire dagli anni Settanta, l’articolo, rimasto identico per molti anni, cominciò a subire delle modifiche.

Nel 1974 con la legge numero 497 vennero aumentate le pene da 8 – 15 anni a 10 – 20 anni, e per incentivare la liberazione dell’ostaggio vennero concesse delle riduzioni a chi l’avesse fatto senza ricevere un riscatto ( la riduzione della pena poteva andare dai 6 mesi agli 8 anni ).

Dopo il rapimento di Aldo Moro nel codice penale venne introdotto l’articolo 289-bis che riguardava il sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione, ma che conteneva alcune novità in generale: un ulteriore aumento della pena e la distinzione fra la morte del sequestrato derivata dal sequestro, la morte derivata volontariamente e la morte dopo la liberazione ” in conseguenza del sequestro “.

Un altro passo fondamentale, dal punto di vista della legislazione, fu l’introduzione del blocco dei beni dei parenti dell’ostaggio, basato sul principio che il congelamento avrebbe impedito il pagamento del riscatto e sull’idea che un reato avrebbe portato a ulteriori conseguenze: fino al 1991 il blocco era stato deciso da singoli magistrati in modo discrezionale, dopodiché venne fissato come norma generale.

La legge numero 82 del 1991 stabilì l’obbligo del ” sequestro del beni appartenenti alla persona sequestrata, al coniuge, e ai parenti e affini conviventi “.

Stabilì anche la possibilità di un sequestro facoltativo nei confronti di ” altre persone ” se vi fosse stato il ” fondato motivo di ritenere che tali beni ” potessero essere utilizzati ” direttamente o indirettamente, per far conseguire agli autori del delitto il prezzo della liberazione della vittima “.

Con la legge del 1991 venne introdotta anche la possibilità, in caso di sequestro di persona, di creare ” appositi nuclei interforze ” per evitare che l’indagine si disperdesse in più filoni e per avere un maggiore coordinamento delle attività di ricerca e indagine.

Indipendentemente dal fatto che vi fosse in corso oppure no un sequestro, vennero attivati strumenti investigativi stabili.

Negli anni Novanta venne costituito anche il NAPS, Nucleo Antisequestri della Polizia di Stato, che ora è stato sciolto e che a quel tempo operava in provincia di Reggio Calabria per contrastare in modo specifico il fenomeno dei sequestri di persona.

Quest’unità aveva ottenuto importanti risultati nella cattura di latitanti della ‘ndrangheta, nell’individuazione di covi, depositi e rifugi.

In Calabria, ma anche in Sardegna, furono poi attivate in quegli anni delle indagini quotidiane e permanenti per controllare ogni movimento e per raccogliere informazioni dalle persone comuni.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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‘NDRANGHETA, IL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA PARLA E DICE: ” I SERVIZI SEGRETI CI MANGIAVANO CON I SEQUESTRI DI PERSONA “

IL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA DECIDE DI PENTIRSI INIZIA A PARLARE ACCUSA DICENDO CHE I SERVIZI SEGRETI MANGIAVANO INSIEME ALL’NDRANGHETA SUI SEQUESTRI DI PERSONA.

24/05/2018 – Il collaboratore di giustizia si è pentito quindi decide di parlare: “ Dottori, queste sono cose delicate perché questi sono uomini di legge… ”.

Interrogato dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gaetano Paci e dai sostituti della Dda Stefano Musolino e Simona Ferraiuolo, il pentito Nicola Femia sa che le sue dichiarazioni rischiano di riaprire storie vecchie e mai del tutto chiarite.

Con la stagione dei sequestri di persona gestiti dalla ‘ndrangheta, ci mangiavano tutti: le cosche calabresi ma anche pezzi delle istituzioni che con le famiglie mafiose più potenti della provincia di Reggio non avrebbero esitato a sedersi allo stesso tavolo.

Servizi Segreti, poliziotti e mediatori che, in un modo o nell’altro, si sono spesi per dare un’immagine di uno Stato che reagisce all’Anonima Sequestri.

Anche a costo di entrare nelle sanguinarie dinamiche dell’Aspromonte non esitando a scarcerare boss della ‘ndrangheta come Vincenzo Mazzaferro e a far circolare, per tutta la Locride, una valigetta con dentro 500 milioni di vecchie lire.

Erano i soldi che lo Stato ha pagato per la liberazione di Roberta Ghidini, sequestrata il 15 novembre 1991 a Centenaro di Lonato, in provincia di Brescia, e liberata in Calabria dopo 29 giorni.

Un sequestro per il quale è stato condannato il boss Vittorio Jerinò al termine di un processo nelle cui pieghe, forse, ancora si nasconde il resto di una storia che, se confermata, dimostrerebbe come lo Stato non ha trattato solo con Cosa nostra per fermare le stragi del 1993.

Lo ha fatto ancora prima, in Calabria, avventurandosi tra i sentieri dell’Aspromonte con i boss della ‘ndrangheta. L’archiviazione della Procura di Brescia

“ Dottori, queste sono cose delicate perché questi sono uomini di legge… ”.

Interrogato dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gaetano Paci e dai sostituti della Dda Stefano Musolino e Simona Ferraiuolo, il collaboratore di giustizia Nicola Femia sa che le sue dichiarazioni rischiano di riaprire storie vecchie e mai del tutto chiarite, nonostante i rapporti tra uomini in divisa e clan siano stati oggetto di un’indagine poi archiviata dalla Procura di Brescia per la quale  “ restano semplici sospetti insufficienti a sostenere delle accuse davanti a un tribunale ”.

Quei sospetti, oggi, sono confermati dal boss Femia arrestato nell’inchiesta “ Black monkey ” sugli affari delle cosche calabresi in Emilia Romagna.

Condannato in primo grado, Femia ha deciso di pentirsi. Ai magistrati della Procura di Reggio ha raccontato di non essere mai “ stato affiliato alla ‘ndrangheta.

Io praticamente ero un uomo ‘riservato’ di Vincenzo Mazzaferro ”. I PM lo interrogano a giugno e il verbale finisce nel fascicolo del processo “ Gotha ” che vede alla sbarra la componente “ riservata ” della ‘ndrangheta, tra cui gli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano.

Non è un caso che nei capi di imputazione contestati nel processo ci sia anche il riferimento alla famiglia mafiosa dei Mazzaferro di Marina di Gioiosa Jonica.

Ai magistrati, Femia descrive gli anni in cui viveva in Calabria, sempre al fianco del boss Vincenzo Mazzaferro.

Racconta di quando lo accompagnava a casa di don Paolino De Stefano e della famiglia Tegano, delle rapine commesse in gioventù e per le quali avrebbe dato una parte a un maresciallo dei carabinieri.

Parla dei miliardi portati a Milano e in Vaticano: “ Sono andato dentro le mura praticamente. – dice – Portavo i soldi a lui e c’era un garage, in una specie di alberghetto… portavo la macchina là e se la vedeva tutto lui ”.

Lui era un “ certo Antonio ” che aveva il compito di andare in Colombia dove i miliardi delle cosche si trasformavano in tonnellate di droga.

Una trattativa Stato -‘ndrangheta per liberare l’ostaggio.
Ma è la seconda parte del verbale, quella dedicata ai sequestri di persona degli anni 80 e 90, che ha spinto il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo la potete vedere nella foto in alto e il PM Stefano Musolino a inserire numerosi “ omissis ” per coprire i nomi pronunciati da Femia sulla trattativa Stato -‘ndrangheta per la liberazione di Roberta Ghidini.

Fascicoli che, adesso, la Dda sta rispolverando per incrociarli con le dichiarazioni di Femia secondo cui quel sequestro “ lo aveva fatto Vittorio Jerinò ”.

Per convincere quest’ultimo a rilasciare l’ostaggio, entrano in gioco i servizi segreti che – ricorda Femia – “ si muovono con i soldi ”.

Ma i soldi non bastano: servono anche contatti, numeri di telefono, persone disposte a stare nel mezzo.

In una parola, mediatori capaci di entrare in contatto con Jerinò. “ E hanno trovato Vincenzo Mazzaferro ” che però, in quel momento, era detenuto e doveva “ uscire dal carcere ”.

Detto fatto: “ I soldi tramite loro ( i servizi, ndr ) sono arrivati, so che si sono mossi ed è uscito Vincenzo Mazzaferro dal carcere.

Era detenuto a Regina Coeli, a Roma, ed è uscito ”. Quando la ‘ndrangheta prende un impegno, non ci sono dubbi che lo porti a termine: il boss parla con Vittorio Jerinò e gli dà i soldi che gli deve dare, liberano l’ostaggio e tutti amici “ Vincenzo Mazzaferro ritorna in carcere? – domanda il procuratore aggiunto Paci – Cioè come esce?”.

“ No, che ritorna. Esce. Femia ricorda tutto quello che gli ha confidato Mazzaferro ma non ha le risposte a ogni domanda: “ Farete le indagini voi per vedere che cosa è successo, io non vi posso dire niente perché sono fatti di Stato ”.

Fatti di Stato e ‘ndrangheta. Servizi segreti e cosche che, almeno per quanto riguarda Mazzaferro, si parlavano attraverso un confidente, un informatore del quale Nicola Femia fa anche il nome: “ Isidoro Macrì. Basta che vi informate alla questura di Reggio Calabria. Era l’autista… l’autista perché Vincenzo Mazzaferro era strano… questo Isidoro portava l’imbasciata avanti e indietro, faceva pure la persona normale… perché lui lo mandava… i rapporti con i marescialli glieli faceva tenere direttamente a lui e non a persone che magari erano di fiducia per non sputtanarsi ”.

A un certo punto, le cose cambiano. La ‘ndrangheta lascia stare i sequestri e il suo core-business diventa il traffico internazionale di droga.

COSI’ L’NDRANGHETA DECISE DI CHIUDERE CON I SEQUESTRI

“ Hanno fatto in modo che non si dovevano fare più sequestri ”. Per il pentito Femia è stato un vero e proprio accordo tra le famiglie della Locride: “ All’epoca – dice – erano iniziati i traffici con la droga e calcolate che a Mazzaferro gli arrivavano 1000 chili di droga, 2000 chili di droga ogni tre mesi.

Lui la pagava un milione e ottocentomila lire. La dava a tutte le famiglie a 10 milioni al chilo ”.

Con i sequestrati in Aspromonte e i controlli della polizia non si poteva trafficare in droga.

Ecco perché ci fu un summit di ‘ndrangheta in cui si decise di chiudere con la stagione dei sequestri.

Una strategia voluta dai boss Peppe Nirta, Vincenzo Mazzaferro e Pepé Cataldo, tutti morti ammazzati da lì a qualche anno e tutti in periodi in cui le loro famiglie non erano coinvolte in faide: “ Di smettere con i sequestri. – fa mettere a verbale Femia – non gli è stato bene a qualcuno… a personaggi che lavorano con i servizi, non lo so a chi ”.

IL PENTITO: ” I SERVIZI CI MANGIAVANO CON I SEQUESTRI “

Il collaboratore ha paura, il pm Musolino lo capisce quindi prova a tranquillizzarlo gli dice: “ Non sia timoroso ”.

Parli con tutta tranquillità. A questo punto Femia continua e lascia intendere che dietro quegli omicidi potrebbero esserci moventi diversi da quelli esclusivamente mafiosi: “ Chi lo doveva ammazzare Vincenzo Mazzaferro? – si domanda – Aveva la macchina blindata e non la prendeva più, con gli Aquino ( clan rivale, ndr ) aveva fatto la pace, chi lo doveva toccare? ”.

Le risposte il pentito non ce l’ha. Sa solo che “ i servizi ci mangiavano con i sequestri.

Se arrivavano cinque miliardi, due miliardi se li prendevano i servizi ”.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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REGGIO CALABRIA VENT’ANNI DI RAPIMENTI

QUANDO IN CALABRIA VI ERA L’INDUSTRIA DEI RAPIMENTI, PARLIAMO DI SAN LUCA.

23/05/2018 – Siamo a San Luca nel cuore della Calabria, paesi di Sequestri miliardari quelli dell’ Anonima di San Luca, che ha investito nei rapimenti fior di intelligenze e di professionalità fin dai lontani tempi del rapimento di Paul Getty.

Da allora ad oggi è stato un susseguirsi pressoché ininterrotto di successi, decine di sequestri tutti miliardari, mentre magari le altre ‘ ndrine di Platì, Ciminà, Africo Nuovo arrancavano con rapimenti da due-trecento milioni o magari rimettendoci pure ( come è il caso, ormai accertato, di Marco Fiora ).

Rivediamola in breve questa irresistibile storia solo nei suoi tratti più essenziali di oltre vent’ anni di rapimenti.

Il primo successo clamoroso è, appunto, quello di Paul Getty, rapito a Roma il 10 luglio 1973.

Fu un sequestro drammatico: al giovane erede dei miliardari d’ oltreoceano i rapitori mozzarono un lembo d’ orecchio per convincere i genitori a pagare e diciassette anni fa, per farlo rilasciare, la famiglia Getty fu costretta a pagare 3 miliardi di lire.

Il sequestro di Paul Getty gettò sulle prime pagine gli uomini della ‘ ndrangheta ed i loro illeciti arricchimenti.

Quei miliardi fruttarono: dieci chilometri a valle di San Luca, a Bovalino ( i sanlucoti la chiamano anche San Luca Marina ), fu addirittura costruito un quartiere denominato Paul Getty.

Fu tirato su peraltro in maniera orribile, con casermoni a schiera fra la 106 e il mare con i soldi di quel sequestro.

Ormai, che quello si chiama quartiere Paul Getty la gente lo dice senza farci neanche più caso.

Eppure costò, fra l’ altro, una mutilazione permanente a un giovane di vent’ anni.

Solo ostaggi presi lontano. Ma dopo Paul Getty l’ Anonima di San Luca colpì ancora nella capitale, stavolta con l’ armatore Giuseppe D’ Amico ( prelevato a Roma il 30 giugno 1975 ).

D’ Amico pagò un miliardo, dopo alcuni mesi di prigionia. La storia si ripeteva, ancora, nella capitale, il 6 aprile del 1983 con Maurizio Gellini ( due miliardi di riscatto ), ma, soprattutto, a Pavia, con Giuliano Ravizza, il re delle pellicce, titolare della famosissima pellicceria Annabella.

Quello di Ravizza fu un sequestro autenticamente miliardario, oltre tre miliardi pagati per quasi un anno di prigionia.

Ravizza fu rilasciato il giorno di Santo Stefano del 1983 dopo un tira e molla che lasciò sfiancata la famiglia.

E’ significativo rilevare come ci sia un precedente proprio a Pavia, prima del sequestro Casella.

E Pavia, con Roma e Napoli, è una delle piazze privilegiate dell’ Anonima di San Luca, che raramente ha operato con ostaggi locali, forse ritenuti poco remunerativi ai fini di sequestri che finiscono con l’ arricchire migliaia di persone.

L’ 83, in ogni caso, si chiudeva con un altro maxiriscatto, quello pagato dai familiari dell’ imprenditore di Busto Arsizio Giorgio Bortolotti: 2 miliardi tondi tondi.

L’ 84 si apriva e si chiudeva invece nel segno di un altro clamoroso colpo messo a segno dall’ anonima di San Luca: il sequestro dell’ industriale campano Carlo De Feo.

Cinque anni fa i De Feo pagarono 4 miliardi e 400 milioni, per riavere libero il loro caro.

I giudici napoletani Mancuso e Lancuba hanno rievocato, il muro d’ omertà e il livello di complicità di cui gode l’ anonima di San Luca.

De Feo riuscì a ricostruire ( lo stesso aveva fatto D’ Amico ) i luoghi, le prigioni, mettendo nella sua mente tutti i particolari di una prigionia durata un anno ( da febbraio ‘ 83 fino allo stesso mese dell’ 84 ).

Non ci fu però neanche il tempo di tirar fuori un ostaggio, che ad un altro industriale campano, Steno Marcegaglia, toccarono altri duri mesi nei rifugi dell’ anonima prima di riacquistare la libertà con 2 miliardi in contanti versati nelle casse dei rapitori.

Un gioco pericoloso Poi Casella. Due anni fa. Sembrava uno dei tanti sequestri fatti in missione nella zona di Pavia, con gli ostaggi trasferiti in Aspromonte.

E invece su Casella la San Luca connection si sta giocando tutto. Non tanto in termini finanziari ma di credibilità.

E la stessa gestione del rapimento del giovane pavese mostra di quali menti fruisce questa potente banda.

Sui nomi delle famiglie che tirano le fila di questa industria, i magistrati di Locri potrebbero scrivere un libro, dai mitici Nirta degli anni 60 agli Strangio di oggi.

Questo paesino distrutto da periodiche alluvioni e che vanta l’ onore di aver dato i natali al più grande scrittore calabrese di tutti i tempi, Corrado Alvaro, ha visto passare intere generazioni di persone specializzate nei sequestri di persona a scopo di estorsione.

Un’ industria che, oltre e al di là di San Luca, è una vera e propria industria che regge la Calabria, che ha fatturato 250 miliardi dal 1970 in poi, di cui una piccolissima parte sequestrata ed una ancora più misera parte riciclata attraverso lo smercio quotidiano di banconote.

Il grosso è infatti servito per agire nuove e più potenti leve di illecito arricchimento, nel traffico di droga o nell’ acquisizione di fette cospicue di un’ economia povera ma pur sempre legale ( turismo e commercio ) nei paesi della costa, a Bovalino, Bianco, Locri, Siderno.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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STOP ALL’ ALLEANZA POLITICA – CLAN ALL’INTERNO DEL COMUNE DI REGGIO CALABRIA

IL GOVERNO HA DICHIARATO LO SCIOGLIMENTO DEL COMUNE DI REGGIO CALABRIA PERCHE’ AL SUO INTERNO VI ERA UNA ” CONTINUITA’ ” PER L’INFILTRAZIONE DELL’NDRANGHETA.

23/05/2018 – Nel Comune di Reggio Calabria vi era l’infiltrazione dell’ndrangheta. A questo punto il governo dichiara lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria per ” contiguità ” con le ‘ndrine.

Questo naturalmente è un grave atto d’accusa non solo per il sindaco Arena, ma per la precedente gestione di Scopelliti, ora governatore regionale.

E un altro colpo, a livello nazionale, per il Pdl, verrà riportato, o meglio, sarà scritto sulla Gazzetta Ufficiale: Reggio Calabria è la capitale della ‘ndrangheta.

Lo scioglimento del Comune dichiarato ieri dal Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri piomba come una mazzata sulla giunta guidata dal commercialista Demetrio Arena, ma più ancora sugli otto anni della gestione precedente, affidata all’attuale governatore calabrese Giuseppe Scopelliti ( Pdl ).

Una frase del ministro, che circoscrive le responsabilità all’ultima giunta in carica da soli 16 mesi, è poco più che una foglia di fico politica per evitare un effetto a catena sulla Regione.

Il Pdl già scosso dalle dimissioni di Renata Polverini non può permettersi un caso Scopelliti e ha fatto pressioni fino alla fine per limitare i danni.

Così, contro ogni verosimiglianza e contro ogni logica, il Carneade Arena paga il conto da solo purché sia salvo il soldato Scopelliti, cresciuto nel Msi, poi promosso alla guida dei giovani di An da Gianfranco Fini e infine passato sotto le insegne berlusconiane al seguito di Maurizio Gasparri.

Nel provvedimento del governo si indica che lo scioglimento del Comune avviene per ” contiguità ” con i clan e non per ” infiltrazione ” delle cosche.

Se le parole hanno un valore, è un motivo ancora più grave. Il termine contiguità spiega infatti con efficacia il sistema di pacifica e profittevole convivenza tra le ‘ndrine e i politici reggini.

Arena e il suo mentore Scopelliti, ancora influente sotto il profilo del consenso elettorale e dei numeri in palio per le prossime politiche, si sono affannati fino a ieri ad accusare dei mali di Reggio i pochi oppositori che hanno osato contrastarli.

Fra i congiurati hanno coinvolto la stampa di sinistra. Lo scorso lunedì 24 settembre in un intervento pubblico il sindaco Arena ha accusato due giornali che non fara’ i nomi di una campagna di diffamazione e falsità.

L’ormai ex primo cittadino e l’attuale governatore potrebbero riflettere sul fatto che l’accesso prefettizio al Comune è stato disposto dal ministro dell’Interno Roberto Maroni ( Lega ), che ha spedito a Reggio il prefetto Luigi Varratta, oggi a Firenze.

Né si è opposto al provvedimento il Guardasigilli che era l’ex magistrato Francesco Nitto Palma, primo degli eletti in Calabria in quota Pdl.

Insomma, è stato lo scorso governo di centrodestra, o quanto meno alcuni suoi esponenti, a creare le premesse per il commissariamento.

Annamaria Cancellieri, anche lei prefetto ed ex commissario alle prese con il crack di Parma, non poteva certo ignorare le conseguenze di un’ispezione tradotta in un rapporto di 400 pagine.

Nella relazione, che fotografa con abbondanza di particolari la cogestione politico-mafiosa di una città di 200 mila persone, viene dichiarata l’impostura del ” modello Reggio ” lanciato da Scopelliti, a sua volta indagato in vari procedimenti, rinviato a giudizio per abuso d’ufficio e, nonostante questo, tuttora commissario straordinario per la sanità calabrese.

Il ” modello Reggio ” ha saputo soltanto istituzionalizzare il patto d’acciaio tra eletti e clan sullo sfondo di una festa mobile permanente che ha creato un buco di bilancio stimato in almeno 170 milioni di euro.

Il terzetto di commissari in carica per 18 mesi è atteso da un lavoro immane. Da domani Reggio prova a ripartire, con lo spettro aggiuntivo del dissesto finanziario ma con la certezza che un governo tecnico-prefettizio era inevitabile a tutela dei tanti cittadini disgustati da dieci anni di pagliacciate, ruberie e democrazia mafiosa.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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IL COMUNE DI BRESCELLO CHIUDE PER MAFIA

BRESCELLO IL COMUNE DI PEPPONE E DON CAMILLO SCIOLTO PER MAFIA, ANZI CHIUSO PER MAFIA

21/05/2018 – Siamo nel Comune di Brescello dove furono girati moltissimi film su Peppone e Don Camillo, adesso sfido chi non si ricorda o meglio avrà visto tutte le puntate.

La situazione che troveranno i commissari è complessa. Le nuove leve, anzi le tre nuove leve pronte a prendere il posto dei reggenti in carcere al 41 bis e cittadini spaventati più dal periodo di commissariamento che dai boss di Brescello.

Il consiglio dei ministri ha deciso: il municipio della provincia di Reggio Emilia va sciolto perché condizionato dal clan.

È la prima volta che accade in Emilia. Arriveranno tre commissari per almeno 18 mesi sul filo del rasoio il Consiglio dei Ministri ha deciso: sciogliere il Comune di Brescello, provincia di Reggio Emilia.

A pochi giorni, dunque, dallo scadere del termine di tre mesi previsto dalla legge.

E nel giorno in cui è ripreso il maxi processo con 147 imputati contro la ‘ndrangheta, scaturito delle varie inchiesta che ha portato al provvedimento su Brescello Finisce così la favola del paese di Peppone e don Camillo.

Strade basse, casali, pianura verdissima e bagnata dal grande fiume Po, che divide questa terra dalla provincia di Mantova.

Costretto, ora, a fare i conti con una situazione inedita per la regione. Un’etichetta amara, il primo municipio dell’Emilia a essere sciolto per infiltrazioni mafiose.

Finale Emilia, infatti, è stato salvato dallo stesso destino pochi mesi fa. Nonostante la prefettura di Modena ne avesse chiesto lo scioglimento.

I problemi di Brescello si chiamano ‘ndrangheta. Condizionato, secondo gli Ispettori della Prefettura, dall’organizzazione che ha cuore e portafoglio proprio in questo paese di 8 mila abitanti.

Una decisione per nulla scontata. Nonostante evidenti sottovalutazioni e complicità del territorio finite tutte dentro la relazione dei commissari inviati dal prefetto che dovevano verificare se l’ente era stato o meno inquinato dal clan.

Brescello, comunque, non aveva più un sindaco da quando, qualche mese fa, Marcello Coffrini si era dimesso.

Eletto con il Pd, aveva in tutti i modi retto all’urto delle polemiche suscitate dopo l’intervista rilasciata al Collettivo Corto Circuito in cui definiva ” una brava persona ” il boss Francesco Grande Aracri.

Nei giorni a seguire dopo la messa in onda, aveva persino organizzato una manifestazione in piazza per mostrare alle istituzioni quanto i cittadini lo volessero ancora primo cittadino.

Tutti con lui: anche il parroco. Non si è dimesso neppure dopo l’arrivo della commissione d’accesso inviata dal prefetto.

E in un primo momento, lo stesso Pd è stato molto timido nel chiedere a Coffrini di fare un passo indietro.

Ma nel momento in cui il prefetto ha inviato la relazione al Viminale che chiedeva lo scioglimento qualcosa poi è cambiato.

Lo spettro del primo ente chiuso per mafia ha portato il partito ad insistere, anche se non sempre pubblicamente, affinché il sindaco lasciasse l’incarico.

Qualcuno, forse, pensava che con questa mossa si potesse evitare la decisione più estrema: lo scioglimento.

In vista, tra l’altro delle imminenti elezioni del 5 giugno, giornata di voto anche a Brescello.

Adesso non più. Perché ora arriveranno tre commissari a gestire il municipio per almeno 18 mesi.

Solo dopo si terranno nuove elezioni. Il clima che troveranno i funzionari del ministero non sarà dei migliori.

La tensione resta alta. Gran parte della famiglia del capo clan è in libertà. I cittadini volevano l’ex sindaco e lo hanno sostenuto anche dopo il clamore delle sue parole di amicizia verso il boss.

Qui la ‘ndrangheta non è mai stata avvertita come un problema. Perché dal ’92 non si spara.

Perché le imprese della ‘ndrina hanno lavorato ovunque. E fatto lavorare. Se questa è la mafia, pensano in molti, allora non è poi così tanto male.

Tuttavia, l’inchiesta Aemilia ( con oltre 200 indagati ) racconta un volto diverso della ‘ndrangheta emiliana.

Fatto di corruzione, violenza, quattrini sporchi. Il controllo del territorio avviene con il potere dei soldi.

Delle relazioni. E quando serve c’è sempre il fuoco o il piombo per convincere le persone che non si piegano.

Nella relazione di scioglimento in mano al Viminale c’è uno spaccato inquietante di condizionamento mafioso del comune.

Fonti autorevoli, riferiscono, per esempio, della cessione di un terreno da parte della vecchia giunta, guidata dal padre dell’ex sindaco, dove le famiglie del clan hanno potuto realizzare il loro quartierino.

Con ville e capitelli. D’altronde, il vecchio sindaco, che ha governato per tantissimo tempo, ha difeso, in passato, i Grandi Aracri ( il nucelo familiare che dà il nome al clan dell’indagine Aemilia ) in diversi procedimenti davanti al Tribunale Amministrativo.

La situazione che troveranno i commissari è complessa. Tra nuove leve pronte a prendere il posto dei reggenti in carcere al 41 bis e cittadini spaventati più dal periodo di commissariamento che dai boss di Brescello.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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ALL’EXPO LE COSCHE CALABRESI HANNO MESSO PIEDE IN QUASI TUTTI I CANTIERI

L’NDRANGHETA METTE PIEDE NEI CANTIERI DELL’EXPO E RIESCE ANCHE A CONDIZIONARE LA POLITICA.

20/05/2018 – Questo è un nuovo articolo su Santa Giulia sempre in Calabria dove l’ndrangheta la fa da padrone.

Da Santa Giulia all’Expo, le cosche calabresi hanno messo piede in quasi tutti i cantieri.

Questi riescono a condizionare la politica. Un assalto silenzioso, con fiumi di soldi e minacce.

SANTA GIULIA DEI VELENI

Si parliamo proprio dei Veleni di mafia. La città satellite celebrata dai politici, finanziata dai banchieri e venduta dai big del mattone come simbolo della Milano del futuro, ha le fondamenta inquinate da fiumi di scorie cancerogene: ” bombe ecologiche e sanitarie “, come le definiscono i periti della Procura, sepolte per anni accanto agli uffici e alle case del super quartiere e accanto agli uffici e alle case del super quartiere da un miliardo e 600 milioni di euri che avrebbe dovuto ridisegnare l’area Sud – Est della metropoli.

Sotto i piedi della nuova città c’è un sistema di discariche abusive che contaminano le acque della prime due falde: tra meno sette e meno venticinque metri, la terra è morta.

Uccisa da montagne di rifiuti tossici che le nuove indagini collegano ai clan più sanguinari della ‘ndrangheta.

Nomi che scottano e che gli inquirenti rivelano facendo i cognomi come i Nirta-Strangio che tengono nelle mani loro bar, negozi di lusso, Banche, prestiti a usura e naturalmente, droga: la mafia calabrese ha conquistato l’economia del nord.

A partire dall’ex capitale morale. Le indagini dei pm di Milano e Reggio, culminate nello storico blitz di luglio ( 304 arresti, per metà in Lombardia ), hanno smascherato 15 strutture mafiose, in gergo ” locali “, attive in mezza regione: nella metropoli trafficano ” da quarant’anni “.

Uno dei boss, intercettato, svela al compare che gli affiliati sono molti di più: ” Cecè, qua in Lombardia siamo in cinquecento “. Clan emigrati dalla Calabria, certo.

Come i Cosco, trafficanti di droga arrivati a rapire nel pieno centro di Milano e a sciogliere nell’acido la pentita Lea Garofalo.

Ma ci sono anche imprenditori padani al cento per cento, piegati con la violenza o sedotti col denaro.

Soldi sporchi che comprano politici, professionisti, funzionari, manager, industriali, medici, avvocati, direttori di banca, perfino uomini in divisa. A Milano come nella Locride.
LA CITTA’ DEI VELENI

A Santa Giulia, in mezzo a due file di nuovi palazzi abitati da migliaia di cittadini onesti, c’è un geometrico pratone abbandonato: Parco Trapezio, l’avevano chiamato gli architetti-star dell’immobiliarista Luigi Zunino.

In fondo c’è un asilo coloratissimo, con le giostre in cortile e i banchi di legno immacolati, pronto per un’inaugurazione mai avvenuta.

Il recinto è costellato di cartelli: ” sequestro giudiziario “. Loretta e Rosa, giovani mamme di Ettore, 6 mesi, ed Emma, 4, spingono le carrozzine nello stradone centrale: ” Viale del Futurismo “. ” Qui non c’è inquinamento, è solo un problema di detriti edilizi “, rispondono spensierate.

Ma il Comune non vi ha detto niente? ” No. Abbiamo sentito qualcosa solo su Sky tv. La nostra cooperativa ha nominato un perito.

Speriamo che dissequestrino almeno il parco e l’asilo “.

Mariagrazia, 31 anni, segretaria d’azienda, sa ancora meno: ” Ho comprato casa dieci giorni fa.

Nessuno mi ha avvisato dell’inchiesta. Sono molto preoccupata “. Finora sui giornali si è parlato solo di mancata bonifica. Riassunto: nel marzo 2005 il Comune di Milano autorizza il gruppo Zunino a costruire su oltre un milione di metri quadrati di aree contaminate dell’ex acciaieria Radaelli e dell’ex Montedison.

Un tecnico ciellino, Vittorio Tedesi, ora indagato, si accontenta di un ” piano scavi “: ripulire tutto è inutile, basta e avanza cambiare terra solo nelle zone da ricostruire.

Quindi Zunino appalta il disinquinameno a Giuseppe Grossi, il re degli inceneritori privati, che subappalta a due imprese collegate: Lucchini-Artoni ed Edilbianchi.

Poi arrivano i magistrati: Grossi ha usato fatture offshore per rubare 23 milioni di fondi neri, nascosti all’estero grazie a riciclatori come Rosanna Gariboldi, moglie dell’onorevole Giancarlo Abelli, il ras della sanità lombarda oggi al ministero della Cultura.

Arrestati tra le proteste dei big del Pdl, Grossi e Gariboldi risarciscono e patteggiano.

Intanto un sindacalista della Cgil manda ai pm una mappa di Santa Giulia piena di zone nere: i veleni sono ancora lì, i misuratori di inquinanti ” sono stati distrutti “, il ” percolato ” tossico delle discariche ha invaso le falde.

Ddt, pesticidi e scorie che i tecnici classificano così: ” Sostanze cancerogene, che mettono a rischio la fertilità e possono danneggiare i bambini non ancora nati “.

Come è potuto succedere? Due operai delle imprese subappaltatrici, terrorizzati, hanno per primi il coraggio di testimoniare: invece di portar via la terra malata, i camion scaricavano nuovi veleni.

Voragini riempite di rifiuti tossici ” d’ignota provenienza “. A est si vede un lunghissimo muraglione in cemento, costruito da poco, da cui straripano tonnellate di amianto e chissà cos’altro.

Ma chi erano i trasportatori? A rispondere è un rapporto della Guardia di Finanza: pregiudicati calabresi, usciti dal carcere dopo condanne per ” omicidio, associazione mafiosa, droga e reati ambientali “. Legami di sangue e d’affari portano ai Nirta-Strangio.

Del resto la faida di San Luca, che a Ferragosto 2007 ha scosso la Germania ( ammazzati sei italiani collegati alle famiglie Pelle-Vottari ), era emigrata nell’hinterland milanese già 18 anni prima di Duisburg, con l’assassinio di Giovanni Vottari a Limbiate.

Oggi Milano sembra una Gomorra del Nord. Smaltire regolarmente costa, per cui il lavoro sporco lo fa la mafia spa.

Rifiuti, edilizia e ” movimento terra “: monopolio della ‘ndrangheta lombarda.IL ” SISTEMA “.

Ma da dove arrivavano i Tir che, invece di bonificare, hanno riavvelenato Santa Giulia?

” Dalla Stazione Centrale “, rispondono le indagini. Proprio dal cantiere che ha trasformato in un caotico centro commerciale il monumentale portone d’ingresso dei treni in città.

E l’alta velocità? Inquinata anche quella: tonnellate di scorie sepolte dalla ‘ndrangheta lungo i binari, sia per Torino che per Venezia.

Veleni di mafia anche sotto la quarta corsia dell’autostrada A4. E tra i nuovi ” quartieri ecologici ” spuntati come alveari sull’asse dei Navigli.

Le imprese del Nord progettano, costruiscono e vendono case, uffici e ipermercati. E a sotterrare le vergogne ci pensano i clan.

Oggi Milano è disseminata di mega-progetti già sequestrati per inquinamento, con migliaia di famiglie disperate, o ad altissimo rischio di nuovi blitz giudiziari, secondo quanto risulta sul modello Santa Giulia.

Una pista tra le tante: i carabinieri stanno dando la caccia a ” oltre due milioni di tonnellate di rifiuti tossici ” sotterrati chissà dove dal gruppo Perego, grossa azienda lombarda doc, in apparenza.

In realtà, secondo i giudici, era in mano alla ‘ndrangheta come il suo titolare, arrestato.

E conquistava subappalti milionari: tra gli altri, il tunnel targato Expo, il maxi-ospedale di Como e perfino il nuovo tribunale di Milano.

ONORATA SANITÀ.
Tra il 2007 e il 2009 le cosche Morabito e Paparo si erano infiltrate, secondo l’antimafia, in tutta la filiera alimentare, dall’Ortomercato ai magazzini logistici dei supermercati, con manovali pestati a sangue e concorrenti gambizzati.

Ora le indagini documentano una nuova scalata: ospedali e cliniche private.
In galera per mafia, nella retata di luglio, è finito Carlo Antonio Chiriaco, direttore sanitario dell’Asl di Pavia, cioè ” manager di fiducia della giunta Formigoni “, come insegna la legge regionale che dal ’98 ha legalizzato la lottizzazione ( per fermare i processi ).

Le microspie lo hanno registrato mentre si vantava di essere ” uno dei capi della ‘ndrangheta a Pavia “, assolto da un tentato omicidio anche se era ” vero che gli abbiamo sparato “.

Questi segreti li confidava a un dirigente del San Paolo di Milano, che non potrà difendersi dall’accusa di mafia: è volato giù dalle scale del suo ospedale. Una morte senza testimoni: omicidio o suicidio?

In attesa di risolvere il giallo, altre indagini hanno svelato massicci investimenti della ‘ndrangheta in cliniche private: decine di milioni riciclati in nuove residenze per anziani tra le province di Bergamo ( 148 posti letto a Vigolo ), Pavia ( tre ospizi da accreditare a Costa dei Nobili, Pinarolo Po, Monticelli ) e Novara.

I soldi per le cliniche uscivano dalla tasche di decine di commercianti e imprenditori usurati e taglieggiati con violenza selvaggia.

È la storia nera dei comuni accanto all’aeroporto di Malpensa, secondo l’accusa dominati dai boss Filippelli di Cirò Marina.

Per ripulire il denaro usavano, tra l’altro, l’immobiliare Makeall, sede a due passi dal Duomo: il dominus era un ingegnere milanese che fece l’errore di chiedere prestiti a quei ” crotonesi di Varese “, fino a diventarne ostaggio. Oggi è testimone sotto protezione: deve vivere con la scorta.

Anche nel profondo nord, ormai, la sanità serve alla mafia per condizionare la politica e incassare lavori pubblici.

Un esempio? Il direttore sanitario del carcere di Monza cerca voti per una nuova lista mirata sugli elettori disabili.

Li chiede a un boss detenuto con cui si scambia favori, Rocco Cristello, che spiega agli affiliati: ” È un amico, con la politica prenderà in mano qualche Asl.

E noi avremo gli appalti “. Commento di un candidato: ” Anche i carcerati sono diversamente abili “.

L’epilogo è tragico. Cristello viene ammazzato a Verano Brianza, nella guerra di mafia culminata nell’omicidio del boss scissionista Carmelo Novella. Punito perché organizzando una secessione dei clan lombardi.

POLITICA INQUINATA.
L’assalto al cielo, dal Comune di Milano alla Regione Lombardia e magari al Parlamento, comincia dai piccoli feudi elettorali della provincia, dove le cosche chiedono favori e promettono i voti di migliaia di calabresi.

È il modello Chiriaco, che maneggiava comitati d’affari, sindaci e assessori. Nelle intercettazioni i boss brigano per eleggere decine di politici milanesi e nazionali, primo fra tutti Abelli ( ” a mia insaputa “, giura lui ).

Tra Pavia e Milano la Procura è arrivata a contestare il reato di ” condizionamento mafioso delle elezioni “. Casi dubbi e isolati, minimizzano i leader.

Eppure nel cuore della Brianza c’è addirittura il primo grande comune del Nord paralizzato per mafia.

Desio, 40 mila abitanti, è la capitale lombarda del mobile. Il consiglio comunale si è riunito una sola volta in quattro mesi: la maggioranza di centrodestra non raggiungeva il numero legale.

La settimana scorsa tre assessori leghisti si sono dimessi senza spiegazioni. Perché i motivi sono imbarazzanti: lo stallo è l’effetto delle indagini che hanno scoperto un ” locale ” dei clan reggini di Melito Porto Salvo.

Tanto forte da ” permerare i gangli della vita politica “. Nessun indagato, almeno ufficialmente, ma negli atti si legge che il coordinatore cittadino del Pdl, Natale Marrone, chiede al presunto boss, Pio Candeloro, ” un’azione violenta ” contro un avversario politico.

È Rosario Perri, potente e discusso direttore dell’edilizia privata, diventato nel 2009 assessore della neonata Provincia di Monza e Brianza.

Candeloro rifiuta di colpirlo, perché Perri è intoccabile: ” appoggiato da persone di evidente rispetto “, come scrivono i PM.

Quando altre intercettazioni lo immortalano mentre parla di ” soldi nascosti nei tubi di casa “, Perri si dimette.

E il mandante del suo mancato pestaggio si scusa: ” Era solo un’esternazione di rabbia “.

Poi abbandona la carica di coordinatore del Pdl. Ma non il consiglio comunale. Intanto due suoi zii sono stati arrestati per armi: l’uno era arrivato a minacciare per strada l’altro ( suo fratello ) con una pistola.

Tutti i protagonisti di questi e altri infortuni sono calabresi, come Annunziato e Natale Moscato, imparentati con il clan Lamonte di Melito.

A Desio entrambi hanno avuto cariche pubbliche. Il primo è finito in manette per mafia il 13 luglio, il secondo, già assessore all’urbanistica del Psi, era stato arrestato con la stessa accusa nel ’94, uscendone assolto.

A quel punto è diventato berlusconiano: alle europee del 2009 era proprio Natale Moscato il rappresentante di lista del Pdl al seggio numero 13 di Desio, come ha verificato ” L’espresso “.

L’anno scorso si votava anche per le amministrative. Il presidente del consiglio comunale, Nicola Mazzacuva, ha trovato una molotov fuori dal suo studio medico, con proiettili e ” santini ” elettorali di altri due candidati, suo figlio Giuseppe e un certo Michele Vitale, un nome che divide tuttora il centrodestra.

Almeno quanto Pietro Gino Pezzano, direttore dell’Asl di Monza. E proprio da questa fetta di Brianza ha scalato il Pirellone Massimo Ponzoni, ex assessore formigoniano all’ambiente, rieletto consigliere regionale nonostante una bancarotta e nuove indagini per corruzione.

I giudici antimafia non esitano a definire Ponzoni ” parte del capitale sociale ” dello stesso clan ‘ndranghetista che ha scalato l’azienda Perego.

Colta da improvviso imbarazzo, la Lega Nord ha bloccato la maggioranza. ” Il Comune è allo sfascio “, riassume Lucrezia Ricchiuti del Pd: ” Senza delibere i fornitori non vengono pagati, lo scuolabus è sospeso “.

La copertura di bilancio è stata votata in extremis, il 25 ottobre, ma solo per evitare lo scioglimento prefettizio.

STATO E ANTISTATO.
La lotta a Cosa Nostra ha insegnato che la criminalità comune è contro lo Stato, mentre la mafia è dentro lo Stato.

Le indagini sulla ‘ndrangheta stanno svelando molte complicità insospettabili. Ma a dare la misura della profondità delle infiltrazioni in Lombardia può bastare un solo filmato di Michele Berlingieri, ex carabiniere di Rho, il comune dell’Expo, indagato con tre colleghi e ora in cella per corruzione e mafia.

La notte del 25 gennaio scorso il militare interviene nel bar ” Il brigante “, dove un giovane albanese, Avrami Artin, è appena stato ucciso a colpi di pistola.

Sette videocamere dei carabinieri di Monza lo riprendono mentre stringe la mano a due familiari del presunto assassino, Cristian Bandiera, figlio di un boss poi arrestato.

Gli stessi filmati dell’accusa mostrano il ragazzo italiano che spara e poi passa la pistola a un complice.

Il carabiniere infedele vede l’arma, ma lo lascia uscire indisturbato. Poi raccoglie i bossoli e li risistema a terra, inquinando la scena del delitto.

E secondo i giudici sapeva benissimo con chi aveva a che fare. Del boss Novella, dopo l’omicidio, diceva a un collega: ” Tu sai chi è quello? Riina era siciliano, questo è calabrese “.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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NDRANGHETA, IO ROSARIA SCARPULLA SONO RIMASTA DA SOLA A COMBATTERE LA MIA BATTAGLIA

ROSARIA SCARPULLA ” MADRE CORAGGIO ” SONO RIMASTA DA SOLA, SENZA SCORTA A COMBATTERE L’NDRANGHETA. LEI ADESSO ACCUSA E ROMPE IL SILENZIO.

08/05/2018 – Rosaria Scarpulla, si ribella e fa nomi con  accuse ben precise in una conferenza stampa: Parla “ Sono rimasta sola a combattere la mia battaglia e la strage non è ancora finita. Vogliono tutto il mio casato ”.

“ Madre-coraggio ”  cosi’ viene definita, rompe il silenzio e torna a parlare. Lo fa a due passi dal nuovo Tribunale di Vibo Valentia, nella sala conferenza della Confcommercio.

Al suo fianco c’è l’avvocato Giuseppe De Pace che dal 2014 assiste lei e la sua famiglia. Fa nomi e cognomi Rosaria Scarpulla, la mamma di Matteo Vinci, il 42enne di Limbadi ucciso da un’autobomba piazzata sotto la sua auto lo scorso 9 aprile nelle campagne di Limbadi. “ A me – sottolinea la donna – non interessa dei Mancuso come cognome.

Io combatto contro le persone che hanno ucciso mio figlio e fatto male a mio marito e alla mia famiglia.

In questa vicenda sono coinvolti anche due Mancuso: Salvatore detto “ Lo zoppo ” e Rosaria Mancuso.

Sono persone indegne che agiscono dietro le nostre spalle, ma io so chi sono e li ho anche visti ”

. Si tratta del fratello più piccolo e della sorella di Giuseppe, Diego, Pantaleone ( alias l’Ingegnere ) e Francesco ( alias Tabacco ) Mancuso.

Cronologia dei fatti. La famiglia Vinci sarebbe nel mirino dei Di Grillo-Mancuso fin dal 2014 quando – questa la tesi che la difesa sta cercando di dimostrare nel corso di un processo che si trascina da quattro anni – un gruppo di sei persone aggredì Francesco Vinci e Rosaria Scarpulla.

L’avvocato De Pace l’ha definita una “ spedizione punitiva ” nei loro confronti condotta da Rosaria Mancuso e dal marito Domenico Di Grillo.

A quell’episodio ne seguirono altri e sempre per questioni relative ad un terreno ubicato proprio nella zona dove un mese fa è saltata in aria l’auto guidata da Matteo.

Ai Vinci fu incendiato un capannone, furono murate le finestre dell’abitazione di campagna e il 30 ottobre del 2017 Francesco Vinci venne brutalmente aggredito e per le gravi ferite riportate ricoverato anche in terapia intensiva.

“ E’ stato – afferma Rosaria Scarpulla – un tentato omicidio. Mio marito ha visto in faccia i suoi aggressori, li ha riconosciuti e mi ha anche detto i nomi ”.

Cita Domenico Di Grillo, la moglie Rosaria Mancuso, il genero di quest’ultimi Vito Barbara e i loro più stretti familiari.

Il caso è al vaglio della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro che non ha ancora deciso se contestare l’aggravante mafiosa.

SENZA SCORTA

Intanto il tempo passa e ad un mese dall’autobomba che ha ucciso Matteo Vinci e ferito gravemente il padre Francesco è calato il silenzio.

Un silenzio rotto proprio dalle nuove accuse lanciate da Rosaria Scarpulla e dal suo Avvocato Giuseppe De Pace.

Madre-coraggio ha nuovamente puntato l’indice contro una parte della famiglia Mancuso. Ha idee precise su chi è stato.

“ Se non hanno agito loro in prima persona – afferma riferendosi ai Di Grillo-Mancuso – hanno mandato loro qualcuno.

Io non ho altre inimicizie e sono stata catapultata in una storia più grande di me ”. Rosaria porta avanti una battaglia per suo figlio che in questa storia ci ha rimesso la vita.

La nuora, Laura, è appena ripartita per l’Argentina. “ Vado avanti per mio figlio, poi per la famiglia e poi per i giovani limbadesi.

Come fa una persona che subisce – si chiede – ad andare a dire certe cose quando lo Stato non tutela nessuno.

Non ha tutelato Matteo, non sta tutelando noi in queste vicenda, non tutela Limbadi. Io non vedo niente.

SIAMO AL PUNTO DI PARTENZA

Questo caso è in mano al procuratore Gratteri e quindi ci sarà un punto di arrivo.

Sono fiduciosa perché se neanche adesso si riuscirà a fare giustizia vuol dire che l’Italia è morta, i giovani sono morti e non ci sarà più speranza per nessuno ”.

Sulla scorta che ancora non c’è Rosaria Scarpulla dice: “ Io non sono un avvocato o un magistrato per giudicare.

Sono stata una bracciante agricola, sono una casalinga e quindi non so come funzionano queste cose.

Io so qual è la verità e voglio che sia fatta giustizia. Tocca ai magistrati prendere provvedimenti. Loro sanno se io debbo avere la tutela o la scorta.

Loro devono proteggerci e sono sicura che ancora la strage non è finita, che il loro obiettivo era tutto il mio casato.”

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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IL GIORNALISTA GIOVANNI TIZIANO : ” LA MIA VITA NEL MIRINO “

GIORNALISTA, LA MIA VITA NEL MIRINO DELL’NDRANGHETA MA ANCHE SOTTO SCORTA

07/05/2018 – Giovanni Tiziano il giornalista e collaboratore dell’Espresso a cui la ‘ndrangheta voleva ” sparare in bocca ” racconta la sua storia.

Dalle prime inchieste locali sulle infiltrazioni malavitose in Emilia fino al giorno in cui si è ritrovato sotto scorta, ci sono telefonate in grado di stravolgerti la vita.

Alcune lasciano un segno eterno, altre per qualche anno.

L’ultima l’ho ascoltata pochi giorni fa. Intercettati dagli investigatori, un boss-imprenditore legato alla ‘ndrangheta calabrese e un faccendiere piemontese pianificano di zittirmi in qualche modo.

Sparandomi, comprandomi o imbavagliandomi attraverso sottili metodi mafiosi.

L’ audio è agghiacciante. Il nastro l’ho ascoltato come tutti il giorno degli arresti. La preoccupazione più grande non era rivolta alla mia incolumità o al pericolo che avevo corso, ma alle persone che con me hanno condiviso quest’anno di inferno fatto di paure, privazioni e scorte armate.

Davanti a me gli occhi della mia compagna, che al mio fianco in questi tredici mesi non ha mai dubitato che stessi facendo la cosa giusta; di mia madre, con la quale abbiamo condiviso il buio del dolore e attimi di luce.

Ho pensato ad Amelia. La nonna materna che dopo l’ assassinio di mio padre ha avuto la forza di guardare avanti e credere fino in fondo in un futuro normale fuori dalla Calabria.

In fondo lo devo proprio a lei se ho iniziato a scrivere e a raccontare le patologie secolari che immobilizzano l’economia italiana: mafia e corruzione, due facce della stessa medaglia.

Dei suoi ricordi, sussurrati davanti al caminetto nelle sere del gelido inverno modenese, ne ho fatto tesoro.

Li custodico gelosamente. Racconti che mi hanno permesso di guardare al passato con occhi diversi.

Di affrontare il presente con un profondo senso di rispetto per le mie radici: ” La rabbia porta solo guai “, mi ripeteva spesso.

E’ questo passaggio di testimone, da una generazione a un’altra, che mi ha insegnato a resistere alle impreviste bufere della vita.

Nonna Amelia non ha fatto in tempo ad ascoltare il nastro dell’intercettazione. Prima di morire, nel luglio 2012, sapeva della scorta assegnatami, ma non le avevo mai accennato al possibile contenuto.

Meglio così. Le avrei provocato un dolore inutile. L’avrebbe trascinata indietro nel tempo, in quel passato insaguinato dalla ‘ndrangheta, ostaggio dei sequestri, marchiato da incendi e morti ammazzati.

GLI SPARO IN BOCCA!

Il frammento di intercettazione che 13 mesi ha cambiato il mio quotidiano. Da allora, 22 dicembre 2011, tre giorni dopo aver sentito quelle parole e tante altre sul mio conto, gli investigatori hanno deciso in via d’urgenza di blindarmi la vita, proteggendomi con la scorta.

Un cambiamento radicale, certo. Una forte limitazione della libertà personale causato dall’arroganza di un personaggio, Nicola Femia, che quando comincia a interessarsi di me e dei miei articoli ha già sulle spalle una condanna a 24 anni in secondo grado.

Eppure è libero di amministrare società italiane ed estere, di intrecciare relazioni con insospettabili, di estorcere denaro, imporre il proprio dominio nella rossa Emilia Romagna e non solo. Anche questa è l’Italia.

Un anno è passato dalla telefonata con cui mi hanno comunicato l’assegnazione della protezione perché ” persona esposta a rischio “.

Ci vorrà ancora tempo perché io possa ritornare a passeggiare libero e vagare senza meta, semplicemente per il piacere di farlo.

Ma finirà. Non sarà per sempre.

In eterno mi porterò invece il dolore provocato dagli squilli indiscreti piovuti in una notte del luglio ’88.

Vivevo ancora a Bovalino, nella Locride. Quando una telefonata annunciava che il mobilificio di mio nonno era stato divorato dalle fiamme.

Poche ore e il rogo doloso ha trasformato il sogno di Ciccio, il padre di mia mamma, in uno scheletro consumato.

Sono passati 23 anni ma quell’immagine mi accompagnerà per il resto dei miei giorni.

Così come l’annuncio della morte di mio padre. Tornava a casa dal lavoro. Lo aspettavamo a casa.

Ma lungo la statale 106 all’entrata di Locri due motociclisti rimasti ignoti, lo attendevano per ucciderlo.

La sua vita è finita quella notte, sul muro che separa la strada dalla ferrovia. Ucciso mentre era alla guida della sua panda rossa.

Oggi su quel muretto bianco c’è un murales che lo ricorda, realizzato a luglio 2010 dall’associazione daSud.

Un atto di giustizia dovuto alla sua memoria. Neppure quegli squilli del citofono dimenticherò. E il vuoto lasciato dalla sua perdita rimarrà, anch’esso per sempre.

Tasselli della mia infanzia calabrese e della mia vita emiliana. Passato e presente legati da un filo rosso.

Tenuti assieme dalla volontà di non abbassare mai la testa, di ricercare la verità a tutti i costi, di guardare dentro la realtà per raccontarne le corruzioni.

Ieri e oggi con la ‘ndrangheta che cerca in ogni modo di bloccarmi la corsa verso la normalità.

A cui resisto, oggi come allora, portando avanti le mie passioni e sfidando la cultura del favore sul terreno dei diritti.

Ecco perchè la paura iniziale per le minacce ha lasciato il posto al ” fresco profumo di libertà “, citato da Paolo Borsellino.

Nonostante la scorta, il dolore, la precarietà e le incertezze per il futuro.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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