AL SUD I SINDACI SONO LASCIATI SOLI CONTRO I CLAN

AL SUD I SINDACI SONO LASCIATI SOLI CONTRO I CLAN

AL SUD I SINDACI VENGONO LASCIATI SOLI IN BALIA DEI CLAN

09/05/2018 – In Calabria continuano a crescere il numero di amministratori locali vittime delle intimidazioni delle cosche.

In testa per numeri di episodi c’è la Calabria come ho già detto, seguita dalle altre regioni meridionali, con episodi in aumento in Lombardia e nel Lazio.

Un fenomeno che sta diventando molto preoccupante ma come sempre capita sottovalutato dagli ultimi governi.

L’ultimo episodio è successo pochi giorni prima di Natale a Trebisacce, un paese di 10 mila abitanti in provincia di Cosenza.

Sei uomini sospettati di far parte di una cosca emergente della ‘ndrangheta attiva nell’alto Ionio Cosentino avevano progettato di piazzare due bombe: ” Preparami queste cose che glielo devo andare a mettere al maresciallo dei carabinieri a Trebisacce, in questi giorni di festa, sotto la macchina proprio, vicino la caserma.

Gliela devo fare una a lui e un’altra al sindaco “, si sente nell’intercettazione che li ha incastrati. Gli Agenti della Direzione Distrettuale Antimafia li hanno fermati prima che dalle minacce passassero ai fatti.

Fare l’amministratore pubblico, in alcuni territori d’Italia, significa, inevitabilmente, andare a toccare, a sconvolgere i piani e gli interessi della criminalità. Ed esporsi a ritorsioni e intimidazioni.

È successo 270 volte nel corso del 2011 secondo i dati raccolti ed elaborati dall’associazione Avviso Pubblico  ( www.avvisopubblico.it ) che ha da poco presentato il secondo rapporto ” Amministratori sotto tiro. Intimidazioni mafiose e buona politica “.

Un episodio ogni 34 ore, con un aumento del 27 per cento rispetto al 2010. Ma anche nel 2012 il fenomeno non ha accennato a diminuire ed è andato di pari passo con un altro preoccupante record negativo, quello dei Comuni sciolti per infiltrazione e collusione con i clan.

VENTICINQUE LE AMMINISTRAZIONI COMMISSARIATE DA GENNAIO

” Riceviamo una segnalazione di nuove intimidazioni ogni due giorni “, spiega Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico, ” è un segnale molto preoccupante e da molti punti di vista sottovalutato.

E che quindi meriterebbe di essere portato maggiormente all’attenzione dell’opinione pubblica e di chi ci governa.

È vero che c’è un rapporto tra mafia e politica – e lo stanno testimoniando numerose inchieste – ma è altrettanto vero che gli enti locali più piccoli rappresentano una barriera della politica contro la mafia.

Uno degli elementi che contraddistingue la mafia rispetto ad altre forme di criminalità è proprio la volontà di controllare il territorio e quindi il Comune è oggettivamente la prima istituzione chiamata a controllare, perché ha i rapporti più vicini con i cittadini. È quella più di prossimità “.

Le regioni più colpite, nel 2011, sono state quelle meridionali. In testa la Calabria, con 85 casi, seguita dalla Sicilia ( 67 ), dalla Sardegna ( 37 ), dalla Campania ( 25 ) e dalla Puglia ( 20 ).

Ma la vera novità rispetto al rapporto dello scorso anno è rappresentata dalla presenza della Lombardia e del Lazio, con 9 e 7 casi.

” Nel centro nord un episodio che mi ha colpito molto è successo a Fino Mornasco, in provincia di Como “, dice Romani, riferendosi al messaggio lanciato lo scorso maggio al sindaco Giuseppe Napoli: una croce di legno alta quasi due metri, posta vicino alla piazza principale della cittadina, accanto ad essa una vecchia foto presa dal volantino della campagna elettorale del 2004, e una bomba priva di carica.

E, da lì, una lunga serie di ” avvertimenti ” che ha messo a dura prova l’intera giunta. Alcuni uffici, inoltre, rivela il rapporto di Avviso Pubblico, vengono presi di mira più di altri: quelli tecnici, che gestiscono gli appalti, e i vigili urbani perché sono i funzionari che vanno a controllare i cantieri.

Così come gli uffici regionali che si occupano delle spese e delle forniture sanitarie. Un immenso giro d’affari, quello legato alla sanità, che incide per l’80/85 per cento sul bilancio di una Regione.

Tra gli amministratori locali sono invece soprattutto i sindaci, gli assessori e i consiglieri a diventare oggetto di intimidazioni.

” Nel 2011, una serie impressionante di minacce è stata rivolta in particolare ai sindaci donna che governano comuni calabresi “, spiega il coordinatore di Avviso Pubblico, ” molto spesso si pensa che i sindaci che ricevono minacce conducano esplicitamente la lotta alla mafia. In realtà, non fanno altro che cercare di fare la politica intesa come bene comune, stando attenti a recuperare risorse che sono state sottratte allo Stato e a ridistribuirle in maniera equa, riconoscendo i diritti e combattendo i privilegi “.

È il caso del primo cittadino di Isola di Capo Rizzuto, Carolina Girasole. La sua giunta si è insediata nel 2008, dopo un anno e mezzo di commissariamento.

La linea con cui il sindaco Girasole decide di amministrare è chiara sin dalla delibera n. 2, con la quale il Comune si costituisce parte civile nei processi di mafia.

” Nei primi due anni abbiamo fatto molte altre cose per cercare di riavviare, in modo concreto e sano, la macchina amministrativa, che era rimasta ferma al commissariamento», racconta Girasole.

Ma dal 2010 partono le intimidazioni: macchine bruciate, lettere anonime, minacce dirette ai consiglieri e un blog anonimo che getta fango sui membri della giunta.

” Sono trascorsi quasi cinque anni, che considero come una vera e propria resistenza. Abbiamo fatto scelte che abbiamo pagato a caro prezzo e la nostra vita privata è stata completamente sconvolta.

Eppure abbiamo semplicemente cercato di fare il nostro dovere, gestendo la cosa pubblica in modo serio e cercando di dare efficienza e modernità alla macchina amministrativa.

Non potrei definirlo diversamente, anche se mi rendo conto che possiamo sembrare degli extra-terrestri “

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO.

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IL MINISTRO DELL’INTERNO ANNAMARIA CANCELLIERI CHIEDE IL COMMISSARIAMENTO  PER INFILTRAZIONI MAFIOSE ” CHI HA UCCISO REGGIO CALABRIA “

IL MINISTRO DELL’INTERNO ANNAMARIA CANCELLIERI CHIEDE IL COMMISSARIAMENTO PER INFILTRAZIONI MAFIOSE ” CHI HA UCCISO REGGIO CALABRIA “

IN CALABRIA ALLA MADONNA DURANTE I FESTEGGIAMENTI SI CHIEDONO I MIRACOLI.

08/05/2018 –  In Calabria, alla madonna si chiedono i miracoli durante la festa. Martedì 11 settembre a Reggio Calabria si sono chiusi i festeggiamenti per la Madonna della Consolazione, patrona della città.

Erano incominciati sabato 8, con la discesa dalla collina dell’Eremo fino al Duomo. In mezzo al percorso, la fermata di fronte a Palazzo San Giorgio, sede del Comune, con i portatori che gridavano ” Forza Reggio “, oltre al tradizionale ” Viva Maria “.

Alla Madonna si chiedono i miracoli. Il primo è atteso a giorni, se non a ore, quando il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri deciderà sul commissariamento di Reggio per infiltrazioni mafiose durante le giunte del sindaco Giuseppe Scopelliti ( 2002-2010 ), oggi governatore della Regione.

Solo un miracolo adesso potrà salvare dallo scioglimento il Comune della più grande città calabrese. Poi bisogna vedere da che parte sta la Madonna.

I suoi rappresentanti in terra di Calabria sembrano orientati in modo contrapposto. Domenica 2 settembre 2012 dal Santuario di Polsi, Sancta Sanctorum per i Summit delle ‘ndrine, il Vescovo di Locri Giuseppe Fiorini Morosini ha annunciato il perdono della Chiesa per i mafiosi e, testualmente, la volontà di ” non farsi intimorire dalla stampa che aspetta da noi sacerdoti parole di disprezzo ” ( applausi vivissimi degli astanti ).

La replica è arrivata due giorni dopo da monsignor Salvatore Nunnari, arcivescovo di Cosenza, che ha bollato i mafiosi come ” cuori di Caino ” e li ha accusati di devastare l’economia locale con le violenze e le estorsioni.

Nunnari avrebbe potuto citare anche l’altro fattore di devastazione: la politica locale. ‘Ndrine e assessori sono spesso insieme quando si deve decidere della vita e della morte delle attività produttive.

I clan, a colpi di bombe. La politica in modo più sottile, creando un albo informale di fornitori-amici con accesso preferenziale alle casse pubbliche per appalti, consulenze e altre distribuzioni di fondi.

È bastato verniciare tutto con una patina di notti bianche, tronisti e leoni del pop in concerto come Elton John e battezzare il risultato finale ” modello Reggio “.

È durato dieci anni questo modello creato dai figli dei ” boia chi molla “, criticato da 400 pagine di relazione prefettizia e celebrato con decine di inchieste della magistratura.

L’elenco è sterminato. Si può citare la Multiservizi spa, una joint-venture tra il Comune e la cosca Tegano.

Ci sono le parentele pericolose di Massimo Pascale, ex segretario particolare di Scopelliti e ora capostruttura in Regione, e dell’ex assessore Luigi Tuccio, figlio di un presidente di Cassazione.

Pascale e Tuccio sono cognati di Pasquale Condello, cugino omonimo del ” Supremo “, catturato nel 2008.

Ci sono gli incarichi ad hoc per Alessandra Sarlo, moglie del giudice Vincenzo Giglio arrestato dalla Procura di Milano per i suoi rapporti con il clan Lampada.

C’è l’arresto a fine luglio dell’ex consigliere pro-Scopelliti, Dominique Suraci, punto di riferimento dei clan cittadini per la grande distribuzione.

La pagina delle infiltrazioni mafiose potrebbe bastare a sbriciolare il ” modello Reggio “.

Ma Reggio è anche a forte rischio di dissesto finanziario. Anni di spendi e spandi per creare una realtà mitologica a base di feste in differita Rai e dirette radio quotidiane su Rtl 102,5 con il sindaco Scopelliti ( nome d’arte Peppe Dj ) hanno creato un buco che il primo cittadino attuale Demetrio Arena stima in 118 milioni di euro.

Gli ispettori delle Finanze lo quantificano prudenzialmente in 170 milioni, di cui 70 di puro saccheggio dalle pubbliche casse.

Come capro espiatorio per tutti si è immolata Orsola Fallara, responsabile del settore Finanze e Tributi del Comune. Ufficiale pagatore di Scopelliti e custode dei segreti finanziari della giunta, Fallara è morta suicida il 17 dicembre 2010 dopo quasi due giorni di coma e due mesi di attacchi dell’opposizione, che l’accusava documenti alla mano di essersi liquidata quasi 1,5 milioni di euro dal 2008 al 2010.

Come dirigente del Comune pagava se stessa in quanto consulente del Comune. E così faceva con altri sodali di Scopelliti.

Dopo gli attacchi dei ” nemici di Reggio “, i consiglieri dell’opposizione Demetrio Naccari Carlizzi, Sebi Romeo e Massimo Canale, anche Scopelliti ha scaricato la manager che, poche ore dopo una conferenza stampa, ha inghiottito una dose mortale di acido muriatico.

La Procura, diretta dall’attuale procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e dal suo vice Michele Prestipino, ha chiuso l’indagine senza autopsia e senza verificare i tabulati telefonici della dirigente inquisita.

Eppure sono fondamentali per capire se la difesa di Scopelliti, inquisito a sua volta per la gestione delle finanze municipali, è fondata.

Il governatore ha dichiarato che lui poteva non sapere. Firmava decine di carte al giorno. Non si poteva pretendere che le leggesse.

Si fidava dei suoi e, in particolare, dell’amica di infanzia Orsola. Quando le autoliquidazioni sono state portate alla luce dall’opposizione, lei gli avrebbe scritto per sms ” mi vergogno “.

E lui: ” Ti dovevi vergognare prima “. Un dialogo da film che, senza verifica sui tabulati, diventa inconfutabile.

È altrettanto inconfutabile che gli altri beneficati dalla Fallara, quelli vivi, non sono stati affatto abbandonati da Peppe Dj.

Il city manager Franco Zoccali o il dirigente dell’Urbanistica Saverio Putortì, entrambi indagati, sono stati promossi a più alto incarico in Regione.

La patata bollente dei conti è stata girata all’epigono di Scopelliti, il sindaco in carica Arena. Dottore commercialista, Arena sa che la salvezza contabile è legata a qualche fondo straordinario, magari dalla legge sulle dieci aree metropolitane d’Italia di cui Reggio fa parte, e al mantenimento di poste di bilancio come quella sui residui attivi, un presunto tesoro da 626 milioni di euro fatto di crediti in larga parte inesigibili. In proporzione, il ” modello Reggio ” spazza via la concorrenza.

La Sicilia ha 5,3 miliardi di euro di residui attivi e 5 milioni di abitanti ( circa mille euro di crediti pro capite ).

I reggini sono poco meno di 200 mila con il triplo di crediti. In compenso, alla fine del 2010 Reggio aveva fondi di cassa per soli 2 milioni di euro, secondo il bilancio consuntivo approvato a luglio del 2012 con un anno di ritardo.

Al solito, ci vanno di mezzo i fornitori, come l’impresa Siclari che si è vista sospendere 400 mila euro di pagamenti da Scopelliti per il restauro del Castello Aragonese.

Le incrinature del sistema e l’austerity nella spesa pubblica si fanno sentire anche sulle cosche cittadine.

Le inchieste Assenzio e Sistema della Dda le mostrano unite per gestire il mercato alimentare in una città dove le catene della grande distribuzione non fanno certo la fila per entrare.

Con l’arresto a fine luglio dell’ex eletto scopellitiano Suraci, gestore di sei supermercati con marchio Sma, i magistrati hanno elencato con minuzia la pax mafiosa sullo scaffale.

I De Stefano-Tegano provvedevano a latte, formaggi, uova, ortofrutta e gelati. La cosca Caridi vendeva il pane.

I Lo Giudice e i Rosmini fornivano gli imballaggi di plastica e cartone. I Condello la pasta fresca e i Labate il bestiame.

A ciascuno il suo, con una bella pietra sopra a una guerra da ottocento morti in nome dei soldi e del controllo del territorio.

Ma tanto controllo del territorio e pochi soldi, quanto meno in confronto ai clan della Piana. Loro possono godersi quella miniera d’oro a getto continuo che è il porto di Gioia Tauro.

Dall’inizio del 2012 i sequestri di cocaina nascosta nei container sfiorano le 2 tonnellate per un controvalore di mercato di 450 milioni di euro.

Se, ad essere ottimisti, la droga intercettata è pari a qualche punto percentuale sul totale della merce in arrivo, si sta parlando di alcune decine di miliardi di euro all’anno di giro d’affari.

È dura fare i margini della coca con il pecorino e la soppressata.

Le cosche urbane, compensate dai clan più ricchi con le alleanze d’affari al Nord, riequilibrano il gap finanziario con un esercito di colletti bianchi per riciclare e con l’influenza politica.

Cioè con l’influenza sui politici attraverso figure imprenditoriali come Pasquale Rappoccio, che spaziava dalla Calabria alla Lombardia e dal turistico-alberghiero alla sanità, due settori tenuti in piedi con fondi pubblici.

Quando l’hanno arrestato come partner d’affari dei Condello, un anno fa, Rappoccio custodiva in casa i simboli che meglio sintetizzano il ” modello Reggio “.

C’erano le immagini della Madonna della Consolazione e della Madonna della Montagna. E c’era il bric-à-brac di grembiuli e medaglioni della Gran Loggia Regolare d’Italia, presente in città con cinque logge dichiarate ( Bereshit, Odigitria, Alchimia, San Giorgio, Tommaso Campanella ) e diretta dal romano Fabio Venzi, studioso di rapporti tra massoneria e fascismo.

La stanza di compensazione del potere, a Reggio, è sempre la loggia. Ma forse sta volta non basterà a salvare il ” modello Scopelliti “.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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NDRANGHETA, IO ROSARIA SCARPULLA SONO RIMASTA DA SOLA A COMBATTERE LA MIA BATTAGLIA

NDRANGHETA, IO ROSARIA SCARPULLA SONO RIMASTA DA SOLA A COMBATTERE LA MIA BATTAGLIA

ROSARIA SCARPULLA ” MADRE CORAGGIO ” SONO RIMASTA DA SOLA, SENZA SCORTA A COMBATTERE L’NDRANGHETA. LEI ADESSO ACCUSA E ROMPE IL SILENZIO.

08/05/2018 – Rosaria Scarpulla, si ribella e fa nomi con  accuse ben precise in una conferenza stampa: Parla “ Sono rimasta sola a combattere la mia battaglia e la strage non è ancora finita. Vogliono tutto il mio casato ”.

“ Madre-coraggio ”  cosi’ viene definita, rompe il silenzio e torna a parlare. Lo fa a due passi dal nuovo Tribunale di Vibo Valentia, nella sala conferenza della Confcommercio.

Al suo fianco c’è l’avvocato Giuseppe De Pace che dal 2014 assiste lei e la sua famiglia. Fa nomi e cognomi Rosaria Scarpulla, la mamma di Matteo Vinci, il 42enne di Limbadi ucciso da un’autobomba piazzata sotto la sua auto lo scorso 9 aprile nelle campagne di Limbadi. “ A me – sottolinea la donna – non interessa dei Mancuso come cognome.

Io combatto contro le persone che hanno ucciso mio figlio e fatto male a mio marito e alla mia famiglia.

In questa vicenda sono coinvolti anche due Mancuso: Salvatore detto “ Lo zoppo ” e Rosaria Mancuso.

Sono persone indegne che agiscono dietro le nostre spalle, ma io so chi sono e li ho anche visti ”

. Si tratta del fratello più piccolo e della sorella di Giuseppe, Diego, Pantaleone ( alias l’Ingegnere ) e Francesco ( alias Tabacco ) Mancuso.

Cronologia dei fatti. La famiglia Vinci sarebbe nel mirino dei Di Grillo-Mancuso fin dal 2014 quando – questa la tesi che la difesa sta cercando di dimostrare nel corso di un processo che si trascina da quattro anni – un gruppo di sei persone aggredì Francesco Vinci e Rosaria Scarpulla.

L’avvocato De Pace l’ha definita una “ spedizione punitiva ” nei loro confronti condotta da Rosaria Mancuso e dal marito Domenico Di Grillo.

A quell’episodio ne seguirono altri e sempre per questioni relative ad un terreno ubicato proprio nella zona dove un mese fa è saltata in aria l’auto guidata da Matteo.

Ai Vinci fu incendiato un capannone, furono murate le finestre dell’abitazione di campagna e il 30 ottobre del 2017 Francesco Vinci venne brutalmente aggredito e per le gravi ferite riportate ricoverato anche in terapia intensiva.

“ E’ stato – afferma Rosaria Scarpulla – un tentato omicidio. Mio marito ha visto in faccia i suoi aggressori, li ha riconosciuti e mi ha anche detto i nomi ”.

Cita Domenico Di Grillo, la moglie Rosaria Mancuso, il genero di quest’ultimi Vito Barbara e i loro più stretti familiari.

Il caso è al vaglio della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro che non ha ancora deciso se contestare l’aggravante mafiosa.

SENZA SCORTA

Intanto il tempo passa e ad un mese dall’autobomba che ha ucciso Matteo Vinci e ferito gravemente il padre Francesco è calato il silenzio.

Un silenzio rotto proprio dalle nuove accuse lanciate da Rosaria Scarpulla e dal suo Avvocato Giuseppe De Pace.

Madre-coraggio ha nuovamente puntato l’indice contro una parte della famiglia Mancuso. Ha idee precise su chi è stato.

“ Se non hanno agito loro in prima persona – afferma riferendosi ai Di Grillo-Mancuso – hanno mandato loro qualcuno.

Io non ho altre inimicizie e sono stata catapultata in una storia più grande di me ”. Rosaria porta avanti una battaglia per suo figlio che in questa storia ci ha rimesso la vita.

La nuora, Laura, è appena ripartita per l’Argentina. “ Vado avanti per mio figlio, poi per la famiglia e poi per i giovani limbadesi.

Come fa una persona che subisce – si chiede – ad andare a dire certe cose quando lo Stato non tutela nessuno.

Non ha tutelato Matteo, non sta tutelando noi in queste vicenda, non tutela Limbadi. Io non vedo niente.

SIAMO AL PUNTO DI PARTENZA

Questo caso è in mano al procuratore Gratteri e quindi ci sarà un punto di arrivo.

Sono fiduciosa perché se neanche adesso si riuscirà a fare giustizia vuol dire che l’Italia è morta, i giovani sono morti e non ci sarà più speranza per nessuno ”.

Sulla scorta che ancora non c’è Rosaria Scarpulla dice: “ Io non sono un avvocato o un magistrato per giudicare.

Sono stata una bracciante agricola, sono una casalinga e quindi non so come funzionano queste cose.

Io so qual è la verità e voglio che sia fatta giustizia. Tocca ai magistrati prendere provvedimenti. Loro sanno se io debbo avere la tutela o la scorta.

Loro devono proteggerci e sono sicura che ancora la strage non è finita, che il loro obiettivo era tutto il mio casato.”

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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IL GIORNALISTA GIOVANNI TIZIANO : ” LA MIA VITA NEL MIRINO “

IL GIORNALISTA GIOVANNI TIZIANO : ” LA MIA VITA NEL MIRINO “

GIORNALISTA, LA MIA VITA NEL MIRINO DELL’NDRANGHETA MA ANCHE SOTTO SCORTA

07/05/2018 – Giovanni Tiziano il giornalista e collaboratore dell’Espresso a cui la ‘ndrangheta voleva ” sparare in bocca ” racconta la sua storia.

Dalle prime inchieste locali sulle infiltrazioni malavitose in Emilia fino al giorno in cui si è ritrovato sotto scorta, ci sono telefonate in grado di stravolgerti la vita.

Alcune lasciano un segno eterno, altre per qualche anno.

L’ultima l’ho ascoltata pochi giorni fa. Intercettati dagli investigatori, un boss-imprenditore legato alla ‘ndrangheta calabrese e un faccendiere piemontese pianificano di zittirmi in qualche modo.

Sparandomi, comprandomi o imbavagliandomi attraverso sottili metodi mafiosi.

L’ audio è agghiacciante. Il nastro l’ho ascoltato come tutti il giorno degli arresti. La preoccupazione più grande non era rivolta alla mia incolumità o al pericolo che avevo corso, ma alle persone che con me hanno condiviso quest’anno di inferno fatto di paure, privazioni e scorte armate.

Davanti a me gli occhi della mia compagna, che al mio fianco in questi tredici mesi non ha mai dubitato che stessi facendo la cosa giusta; di mia madre, con la quale abbiamo condiviso il buio del dolore e attimi di luce.

Ho pensato ad Amelia. La nonna materna che dopo l’ assassinio di mio padre ha avuto la forza di guardare avanti e credere fino in fondo in un futuro normale fuori dalla Calabria.

In fondo lo devo proprio a lei se ho iniziato a scrivere e a raccontare le patologie secolari che immobilizzano l’economia italiana: mafia e corruzione, due facce della stessa medaglia.

Dei suoi ricordi, sussurrati davanti al caminetto nelle sere del gelido inverno modenese, ne ho fatto tesoro.

Li custodico gelosamente. Racconti che mi hanno permesso di guardare al passato con occhi diversi.

Di affrontare il presente con un profondo senso di rispetto per le mie radici: ” La rabbia porta solo guai “, mi ripeteva spesso.

E’ questo passaggio di testimone, da una generazione a un’altra, che mi ha insegnato a resistere alle impreviste bufere della vita.

Nonna Amelia non ha fatto in tempo ad ascoltare il nastro dell’intercettazione. Prima di morire, nel luglio 2012, sapeva della scorta assegnatami, ma non le avevo mai accennato al possibile contenuto.

Meglio così. Le avrei provocato un dolore inutile. L’avrebbe trascinata indietro nel tempo, in quel passato insaguinato dalla ‘ndrangheta, ostaggio dei sequestri, marchiato da incendi e morti ammazzati.

GLI SPARO IN BOCCA!

Il frammento di intercettazione che 13 mesi ha cambiato il mio quotidiano. Da allora, 22 dicembre 2011, tre giorni dopo aver sentito quelle parole e tante altre sul mio conto, gli investigatori hanno deciso in via d’urgenza di blindarmi la vita, proteggendomi con la scorta.

Un cambiamento radicale, certo. Una forte limitazione della libertà personale causato dall’arroganza di un personaggio, Nicola Femia, che quando comincia a interessarsi di me e dei miei articoli ha già sulle spalle una condanna a 24 anni in secondo grado.

Eppure è libero di amministrare società italiane ed estere, di intrecciare relazioni con insospettabili, di estorcere denaro, imporre il proprio dominio nella rossa Emilia Romagna e non solo. Anche questa è l’Italia.

Un anno è passato dalla telefonata con cui mi hanno comunicato l’assegnazione della protezione perché ” persona esposta a rischio “.

Ci vorrà ancora tempo perché io possa ritornare a passeggiare libero e vagare senza meta, semplicemente per il piacere di farlo.

Ma finirà. Non sarà per sempre.

In eterno mi porterò invece il dolore provocato dagli squilli indiscreti piovuti in una notte del luglio ’88.

Vivevo ancora a Bovalino, nella Locride. Quando una telefonata annunciava che il mobilificio di mio nonno era stato divorato dalle fiamme.

Poche ore e il rogo doloso ha trasformato il sogno di Ciccio, il padre di mia mamma, in uno scheletro consumato.

Sono passati 23 anni ma quell’immagine mi accompagnerà per il resto dei miei giorni.

Così come l’annuncio della morte di mio padre. Tornava a casa dal lavoro. Lo aspettavamo a casa.

Ma lungo la statale 106 all’entrata di Locri due motociclisti rimasti ignoti, lo attendevano per ucciderlo.

La sua vita è finita quella notte, sul muro che separa la strada dalla ferrovia. Ucciso mentre era alla guida della sua panda rossa.

Oggi su quel muretto bianco c’è un murales che lo ricorda, realizzato a luglio 2010 dall’associazione daSud.

Un atto di giustizia dovuto alla sua memoria. Neppure quegli squilli del citofono dimenticherò. E il vuoto lasciato dalla sua perdita rimarrà, anch’esso per sempre.

Tasselli della mia infanzia calabrese e della mia vita emiliana. Passato e presente legati da un filo rosso.

Tenuti assieme dalla volontà di non abbassare mai la testa, di ricercare la verità a tutti i costi, di guardare dentro la realtà per raccontarne le corruzioni.

Ieri e oggi con la ‘ndrangheta che cerca in ogni modo di bloccarmi la corsa verso la normalità.

A cui resisto, oggi come allora, portando avanti le mie passioni e sfidando la cultura del favore sul terreno dei diritti.

Ecco perchè la paura iniziale per le minacce ha lasciato il posto al ” fresco profumo di libertà “, citato da Paolo Borsellino.

Nonostante la scorta, il dolore, la precarietà e le incertezze per il futuro.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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VIVERE E MORIRE DI ‘NDRANGHETA IN CALABRIA

VIVERE E MORIRE DI ‘NDRANGHETA IN CALABRIA

D’NDRANGHETA IN CALABRIA SI PUO’ ANCHE MORIRE CON IL POTERE DELLE COSCHE

06/05/2018 – Vi voglio narrare da Reporter Freelancer Il potere che possono avere le cosche in Calabria.

Quest’articolo non è un racconto ma è una verità di quello che avviene in Calabria e non è un Film.

Una vita segnata dalla ferocia della mafia attraverso i ricordi di chi è nato in Calabria come i giornalisti che tentavano di denunciare e poi hanno pagato con la pelle.

L’ndrangheta con le imboscate  catturavano imprenditori, figli di industriali, medici, farmacisti.

Fino agli anni Ottanta, quando è stato raggiunto l’apice; poi i sequestri sono diminuiti e, infine, cessati a metà degli anni Novanta.

In quel periodo terribile, Bovalino, la Locride e la provincia di Reggio Calabria erano al centro delle notizie di cronaca.

Telecamere e macchine della Rai sostavano nelle piazze o davanti alle case. Nel mio paese, la piazza di fronte alla chiesa era illuminata dai riflettori delle dirette televisive, e al mio sguardo di bambino sembrava uno stadio che attende l’ingresso dei giocatori.

Tutta quell’attenzione e quel trambusto nelle strade del paese mi davano un brivido di eccitazione, che però si mescolava all’apprensione che percepivo negli adulti: nel viavai degli amici a tarda sera, nelle parole sussurrate e nei volti tesi.

Ero piccolo e i discorsi dei grandi mi sfuggivano, ma era impossibile non avvertire la preoccupazione, l’ansia, l’incertezza.

Quando mi sedevo in braccio alla nonna davanti al camino, le domandavo il perché dei riflettori, delle telecamere, e lei, che conosceva i nomi di tutti i giornalisti impegnati nella Locride, mi abbracciava e mi parlava come se fossi adulto; mi spiegava che erano lì perché le persone rapite che avevamo visto alla tv forse erano tenute nascoste sui nostri monti e bisognava fare tutto il possibile affinché venissero liberate.

” È successo anche ai nostri amici, sai? Continua il giornalista della zona.

Eri piccolo, avevi tre anni. Non puoi ricordare “.

Si riferiva al sequestro del farmacista del paese, Giuseppe De Sandro, amico di famiglia.

C’erano giornalisti bravi e meno bravi. Quelli che aspettavano la notizia, che cercavano i fatti, e quelli che inseguivano con ferocia lo scoop.

Da mostrare a un’Italia terrorizzata da una banda di selvaggi criminali dall’accento duro e dai modi rudi.

Ignara che presto, con quegli stessi banditi, avrebbe concluso affari vantaggiosi e che eminenti politici, alla ricerca di voti, ci avrebbero cenato insieme.

Gli italiani non immaginavano che avrebbero diretto le loro Asl e costruito le loro case, le autostrade, gestito discoteche e ristoranti.

Nella Locride si aggiravano anche personaggi ambigui, inviati da chissà quale grumo di potere per trattare con i rapitori.

Poi vi erono uomini armati, con mimetiche e anfibi neri sporchi del fango dell’Aspromonte, alla ricerca dei sequestrati, nascosti nei covi scavati nelle nostre montagne.

Ostaggi sepolti vivi sotto le frasche che celavano una voragine trasformata in tana. Nella cronaca dei telegiornali e dei quotidiani nazionali, la mia terra assomigliava a un paese in guerra.

Da una parte lo Stato, timido e impacciato, dall’altra un esercito organizzato e pronto a tutto. E in mezzo noi, legati al nostro destino, i veri sequestrati in Patria.

Un’ inferno senza via di fuga. Isolati da un’informazione sensazionalistica, fatta di approssimazione e stereotipi, che ci trattava come animali esposti allo zoo.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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SMANTELLATA IN PIEMONTE L’ORGANIZZAZIONE DELL’NDRANGHETA NELL’OPERAZIONE BARBAROSSA

SMANTELLATA IN PIEMONTE L’ORGANIZZAZIONE DELL’NDRANGHETA NELL’OPERAZIONE BARBAROSSA

OPERAZIONE BARBAROSSA SMANTELLATA IN PIEMONTE UN ORGANIZZAZIONE CHE AVEVA I COLLEGAMENTI CON I CLAN VIBONESI, 26 ARRESTI

06/05/2018 – A capo vi erano tre famiglie residenti in provincia di Asti, in costante contatto con gli esponenti della ‘ndrangheta calabrese come gli Stambè e i Catarisano.

Tra i 58 indagati anche commercianti, imprenditori, artigiani e liberi professionisti

Sono state ventisei le ordinanze di custodia cautelare in carcere con l’accusa di associazione di stampo mafioso, 58 indagati tra commercianti, imprenditori, artigiani e liberi professionisti e 78 perquisizioni domiciliari.

Questi sono solo alcuni dei numeri della maxi operazione denominata  “ Barbarossa ” condotta dai carabinieri di Asti, che è riuscita a smantellare un’organizzazione criminale di stampo ‘ndranghetista attiva nell’Astigiano e nel Cuneese.

OPERAZIONE ” BARBAROSSA “

Al sodalizio criminale gli inquirenti contestano, fra le altre cose, un omicidio, due tentati omicidi, numerose rapine, estorsioni, furti, traffico di armi e droga.

Nel corso dell’indagine è stato accertato che l’associazione si era infiltrata in diversi settori economici: edile, agricolo commerciale e sportivo.

Una nuova locale di ‘ndrangheta con sede ad Asti, che aveva le sue ramificazioni in localita’ “ insospettabili ” come Costigliole d’Asti, Agliano Terme, Castelnuovo Don Bosco, Castagnito, Canelli, Isola d’Asti, Mombercelli, Calosso e la più nota Alba.

A capo della locale tre famiglie residenti in provincia di Asti, in costante contatto con gli esponenti della ‘ndrangheta calabrese, in particolare delle provincie di Catanzaro e Vibo Valentia.

L’OMBRA DEI CLAN SUL CALCIO

In ambito sportivo, è stato provato il ruolo centrale delle famiglie Catarisano e Zangrà, che controllavano le squadre di calcio dell’Asti e della Pro Asti Sandamianese mentre la famiglia Stambè aveva interessi nell’Us Costigliole Calcio e nella Motta Piccola California.

Inoltre, sia gli Stambè che gli Zangrà, facevano affari con due aziende di calcestruzzi, la Concretocem Snc e la Mercurio Calcestruzzi Snc nonchè con l’azienda agricola Giacosa Sas.

L’indagine, avviata nel maggio 2015, oltre alle provincie di Asti e Cuneo, ha interessato anche quelle di Alessandria, Torino, Milano e Savona.

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L’NDRANGHETA E’ ANCHE IN PIEMONTE

L’NDRANGHETA E’ ANCHE IN PIEMONTE

SMANTELLATA UNA ORGANIZZAZIONE COLLEGATA AL CLAN VIBONESI

05/05/2018 – Un maxi blitz dei carabinieri con  arresti a raffica nell’Astigiano e nel Cuneese. Estorsioni, traffico di armi e droga i reati contestati a vario titolo.

E’ avvenuta una maxi-operazione contro la ‘ndrangheta in Piemonte. All’alba i carabinieri del Comando Provinciale di Asti hanno eseguito decine di arresti per estorsioni, traffico di armi e droga.

Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal GIP di Torino alla fine di una complessa indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia Torinese.

Nell’operazione, denominata “ Barbarossa ”, condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Asti, con la collaborazione dei colleghi della Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta, sono stati impegnati circa 300 militari dell’Arma.

l’OPERAZIONE E’ STATA CHIAMATA BARBAROSSA

 Gli investigatori ritengono di aver smantellato una presunta organizzazione criminale attiva nell’Astigiano e nel Cuneese, legata alle cosche calabresi, in particolare al temuto clan dei Mancuso di Limbadi, nel Vibonese.

Secondo l’accusa sarebbe stato costituito un locale di ‘ndrangheta nell’astigiano con ramificazione nella confinante provincia di Cuneo.

Nell’ambito di questo blitz sono state eseguite anche una cinquantina di perquisizioni a carico degli indagati, quasi tutti residenti in Piemonte ( tranne uno ) che è originario della Calabria.

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ARRIVANO LE MINACCE DALL’ NDRANGHETA AD UN MAGISTRATO DELLA CALABRIA

ARRIVANO LE MINACCE DALL’ NDRANGHETA AD UN MAGISTRATO DELLA CALABRIA

LE MINACCE DELL’NDRANGHETA AL MAGISTRATO CALABRESE CHE NON LO SPAVENTANO

05/05/2018 – Le minacce di cui sto per parlarvi in questo articolo da parte dell’ndrangheta avvengono a Reggio Calabria ad un magistrato al PM Antimafia, Dr. Giuseppe Lombardo.

Come dicevo le minacce le riceve tutti i giorni un magistrato, però lui intende andare avanti, sull’esempio di Falcone e Borsellino, lui è il PM Antimafia Dr. Giuseppe Lombardo,

Il Magistrato lo hanno definito il ” cacciatore di mafiosi più tosto del mondo “, Lombardo, raggiunto a Reggio Calabria, spiega inoltre che l’infiltrazione della ‘ndrangheta in Germania è un fenomeno sottovalutato dalle istituzioni tedesche.

Il magistrato descrive come sia formata la struttura gerarchica e militare delle cosche calabresi, che hanno il loro quartier generale a San Luca.

” Nelle decisioni importanti che l’ndrangheta prende, sia in Germania, Sudamerica o in Australia, il sì o il no arriva comunque sempre da San Luca “, il magistrato afferma spiegando poi che la ‘ndrangheta è divisa per famiglie e per territori.

Lombardo ” fa male alla mafia “, e lui  da anni toglie i bambini alle famiglie malavitose i cui padri finiscono in carcere o fuggono all’estero.

” Le famiglie sono le strutture basilari della ‘ndrangheta. I bambini non possono non diventare mafiosi. Noi diamo loro una chance di scegliere un’altra vita “.

” Ma i padrini odiano quando ci si avvicina alle loro famiglie. Questo ha fatto inasprire le minacce nei miei confronti “, aggiunge Lombardo.

” Ricevo così tante minacce, che non riesco neanche più a contarle – racconta a riguardo -. Una volta un proiettile, una volta una lettera minatoria, un’altra poter trovare sul mio percorso un’autobomba.

Ma io non ho mai pensato di rinunciare. Non succederà mai. Mai! Chi lotta contro la mafia e contro i suoi boss deve sapere quale rischio corre.

Io l’ho deciso volontariamente. Più difficile è per la mia famiglia. I miei figli di 6 e 8 anni crescono con militari e bodyguard. Questo è il prezzo ” .

La sua missione ha origine nella storia familiare: ” Mio padre era procuratore, mio nonno anche. Perciò già da bambino avevo la sensazione che si dovesse combattere, perché la ‘ndrangheta qui controlla tutto.

La mafia blocca lo sviluppo, le persone non possono svilupparsi liberamente. E io ho preso la mia decisione in un periodo in cui venivano continuamente rapite persone.

Mi era già chiaro da giovane: cose del genere non devono succedere “.

” Chi ha paura di morire muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola {cit. Paolo Borsellino} “, era il motto seguito da chi lo ha preceduto e al quale personalmente si ispira in questa lotta.

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PER I COMUNI SCIOLTI PER MAFIA, GRATTERI AVVISA CHE IL COMMISSARIO PREFETTIZIO DOVRA’ ESSERE PIU’ PRESENTE

PER I COMUNI SCIOLTI PER MAFIA, GRATTERI AVVISA CHE IL COMMISSARIO PREFETTIZIO DOVRA’ ESSERE PIU’ PRESENTE

MOLTI COMUNI SONO STATI SCIOLTI IN CALABRIA PER MAFIA, IL PROCURATORE GRATTERI DICE: ” IL COMMISSARIO DEVE ESSERE PIU’ PRESENTE “

04/05/2018 – Il Procuratore di Catanzaro, che è alla guida della DDA del capoluogo di regione, avverte che è necessario adesso modificare la norma.

Gratteri comunica: “ Stiamo ottenendo qualche risultato in piu’, vedo una crescita da parte del mio ufficio che ha competenza su quattro province della Calabria.

Non siamo in pochi, riteniamo che il numero dei magistrati della Procura di Catanzaro, come quella di Reggio Calabria, sia sufficiente.

Dobbiamo ora organizzarci meglio, stiamo avendo una Polizia Giudiziaria di qualita’. Non continuiamo a piangerci addosso, dicendo che siamo pochi, dobbiamo lavorare meglio e di più “.

Cosi’ il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Dr. Nicola Gratteri parla il 1 Maggio, festa del lavoro.

I Comuni – ha continuato Gratteri – vengono sciolti per mafia nel 99% dei casi, quando la procura, a conclusione delle indagini, invia gli atti alla prefettura e quindi, dopo l’istruttoria, si procede e viene nominato cosi’ un Ufficiale Prefettizio.

Il problema, in alcuni casi, e’ che il commissario si reca in Comune poche volte a settimana. Quindi sostanzialmente l’amministrazione viene congelata per due anni.

La popolazione mediamente pensa che era meglio quando c’era il sindaco, che riusciva almeno a dare risposte.

Occorre modificare la norma, il Commissario Prefettizio deve stare al Comune sciolto per mafia sette giorni su sette – ha aggiunto Gratteri – e deve avere ampi poteri di amministrare e di annullare tutte le delibere, soprattutto in termini di assunzioni e di apparato burocratico.

E’ capitato anche di avere la figlia di un capomafia come vigile urbano. Per essere coerenti, seri e credibili per la collettivita’ – ha concluso il procuratore di Catanzaro – occorre azzerare tutto questo fatto dal punto di vista amministrativo e dare potere al Commissario come se fosse il Sindaco.

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