BENI CONFISCATI ALLE MAFIE, ECCO LA MAPPA OPEN DATA REGIONE PER REGIONE

Vorrei iniziare giusto per dare informazione nasce il portale www.confiscatibene.it

per monitorare aziende, immobili e altre proprietà sottratte alla criminalità.

Nel cuore della Toscana che faceva capo a V.P., considerato uno dei principali faccendieri di T.R. e dei fratelli Ganci. Da allora, da quel lontanissimo 1983, il numero di beni confiscati alla criminalità organizzata è aumentato notevolmente, ma stando ad atti e documenti ufficiali l’unica cosa certa è che non si sa con esattezza nè quanti siano, nè quando valgano, nè ancora con precisione come vengano riutilizzati.

Le inchieste e io aggiungo perchè muoiono le aziende sottratte alla mafia. Sei milioni all’Agenzia per costruire un database mai fatto.

OTTO ANNI FA IL ” MANDATO ” DI CONFISCA EUROPEO MA L’ITALIA NON HA ADERITO

Come dicevo otto anni fa l’Unione Europea ha predisposto un provvedimento ( decisione quadro 2006/783/GAI del Consiglio del 6 ottobre 2006 ) per l’esecuzione delle confische tra Paesi europei, il meccanismo è semplice: un Paese emette un decreto di confisca di un bene che si trova in un altro Paese, il quale a sua volta lo esegue con una procedura automatica.

Si tratta di uno strumento che potrebbe comportare giovamenti altissimi per contrastare la criminalità sul piano economico. Un’occasione che l’Italia però non ha ancora colto. Si legge nella ” Relazione sulla criminalità organizzata su base europea ” del 18 giugno 2014: ” non vi è chi non veda la grande importanza di questo strumento di cooperazione giudiziara internazionale che rende estremamente dinamiche procedure pur sempre attuabili ma che altrimenti richiederebbero tempi estremamente più lunghi. La decisione quadro di cui trattasi, risalente a quasi otto anni orsono, è già stata implementata da ben 21 Paesi su 28 dell’Unione Europea.

L’Italia non vi ha ancora provveduto unitamente a Estonia, Irlanda, Lussemburgo, Slovacchia e Regno Unito “.

IL RIUSO DEI BENI FRENATO DALLA BUROCRAZIA

Si è proprio cosi’ sempre più beni confiscati , sempre meno decreti di destinazione. La contraddizione emerge dalla Relazione sui beni confiscati presentata in Parlamento nel 2013. A fronte di una crescita costante di confische e, soprattutto, confische definitive, quest’ultime passate da 921 del 2009 a 2259 del 2012, non si è verificato un aumento di consegne di beni a enti, associazioni o forze dell’ordine.

Le confische con destinazione ( solo immobili e aziende ), che richiedono un apposito decreto da parte dell’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati, sono addirittura in diminuzione.

Dall’apice dei 629 del 2009 si è scesi fino a 85 del 2012. ” Il che è quantomeno contraddittorio … “, si legge nella stessa relazione, aggiornata al 31 marzo 2013. Il rallentamento nel percorso di riconversione della villa di un boss o della fattoria di un narcotrafficante si traduce in una diminuzione di valore dei beni confiscati con destinazione.

Nel 2008 i Comuni avevano a disposizione immobili e aziende per un valore di 120,9 milioni di euro, passati ad appena 3 milioni nel 2012.

Anche lo stato ha perso tanto, scendendo dai 40 milioni e mezzo del 2008 ai 202mila euro del 2012. Complessivamente il valore dei beni confiscati con destinazione è crollato di ben 158 milioni in cinque anni.

Se facessimo un rapido calcolo, il valore medio di ogni bene è di appena 38mila euro nel 2012 ( era di 204mila euro nel 2008 ).

A NORD COME AL SUD, TRA METROPOLI E PERIFERIE, IL FENOMENO INTERESSA 94 PROVINCE ITALIANE SU 110

Quello che però emerge con certezza dai numeri è che la concentrazione dei beni confiscati è si al Sud ( Sicilia, Calabria, Campania, Puglia ) ma anche sempre di più nel Centro Nord ( Lazio, Lombardia, Piemonte )

QUANDO VALGONO I BENI? LE STIME TRA I 10 E GLI 80 MILIARDI

Sul valore economico dei beni, il valzer di stime è ricco di contraddizioni. L’ex direttore dell’Agenzia per i beni confiscati G.C. prima dichiarò all’ANSA un anno fa che il valore ammontava a 10 miliardi di euro, poi in Commissione Antimafia parlò di circa 30 miliardi, di cui 3 miliardi in contanti.

REPORT

FREELANCER VALTER PADOVANO

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ANTIMAFIA, PM CHE CATTURO’ ZAGARIA ATTACCA LIBERA: ” INQUINATA DA INTENTI ECONOMICI ” DON CIOTTI: FANGO, LO DENUNCIAMO “.

Catello Maresca, magistrato della Dda di Napoli punta il dito sulle cooperative che gestiscono i beni confiscati alla criminalità: ” C’è chi lo fa per i propri interessi “, dice in un intervista a Don Ciotti fondatore, sentito oggi in Commissione parlamentare: ” Le promuoviamo, ma non sono nostre. Cosi’ si fa il gioco delle mafie “, E denuncia: ” La nostra rete sotto attacco ” Bindi lo difende: ” Commissione vuole rilanciare l’antimafia, non delegittimarla “.

” Se un’Associazione, come libera, diventa troppo grande, se acquisisce interessi che sono anche di natura economica, e il denaro spesso contribuisce a inquinare l’iniziale intento positivo, ci si possono inserire persone senza scrupoli che approfittando del suo nome per fare i propri interessi “.

L’attacco arriva da uno stimato pm antimafia, Catello Maresca, il sostituto procuratore della Repubblica di Napoli che tra l’altro ha coordinato le indagini sui Casalesi e la cattura del boss Michele Zagaria.

In un’intervista il magistrato napoletano afferma ancora: ” Libera gestisce i beni attraverso cooperative non sempre affidabili.

Io ritengo che questa antimafia sia incompatibile con lo spirito dell’antimafia iniziale .

L’affondo arriva nel giorno in cui Don Luigi Ciotti, il fondatore di libera è stato carriere personali coltivati approfittando della popolare etichetta dei movimenti antimafia, sull’onda di casi di cronaca per esempio Confindustria Sicilia e il magistrato palermitano Silvana Saguto, impegnata appunto sul fronte dei beni confiscati.

Libera ha comunque incassato l’immediata solidarietà del presidente della Commissione Rosy Bindi ( Pd ), secondo la quale le affermazioni di Maresca ” sono offensive ” assolutamente gratuite e infondate “.

Perchè il lavoro dei commissari è stato ” intrapreso nell’ottica di rilanciare l’antimafia, non per delegittimarla “.

DON CIOTTI: ” CHI GETTA FANGO FA GIOCO DELLE MAFIE “.

Durissima la reazione di Libera, a cominciare dallo stesso Don Ciotti, che ha definito le parole di Maresca ” sconcertanti “: ” Noi lo denunceremo questo signore, se quelle dichiarazioni saranno riportate domani in virgolettato. Quando viene distrutta la dignità di tanti giovani, io credo sia un dovere difenderli “. E ancora: ” Non ho rilasciato nessuna intervista neppure quando altri giornali ci hanno gettato fango addosso.

Le fonti vanno verificate, le parole non devono essere interpretate. I giornalisti che gettano fango fanno il gioco delle mafie “.

Il magistrato, però, non retrocede: ” Vedremo se sarà della stessa idea quando avrà l’intera intervista, che affronta il tema in modo più ampio “, dice Maresca ” poi vedremo in che sede dovremo confrontarci “.

IL NODO DEI BENI CONFISCATI: ” MA LIBERA NON LI GESTISCE “.

Il nodo è sempre quello delle cooperative sociali ai cui vengono affidati in gestione i beni immobili confiscati alle mafie, tema affrontato anche da Don Ciotti in Commissione: ” Le cooperative non sono di Libera le promuove “. E i beni sono assegnati, per realizzazione di attività sociali, dai Comuni ” con un bando, il fondatore di Libera ha spiegato: ” C’è un equivoco che qualcuno vuole attribuire a Don Ciotti: la capacità di concentrare beni e poteri economici.

Non è assolutamente cosi’. Libera gestisce solo sei strutture tra cui un piccolissimo appartamento a Roma “. Inoltre ” i fondi europei vanno agli enti locali, non a Libera. Che sia chiaro a tutti: per la gestione dei beni confiscati, Libera non riceve contributi pubblici “.

Libera non gestisce, ha sottolineato anche Fava, che ha bollato le dichiarazioni di Maresca come ” calunniose e ingenerose “.

LIBERA SOTTO ATTACCO

Libera è sotto attacco, ha sostenuto Don Ciotti. ” Oggi è in atto una semplificazione che mira a demolire con la menzogna il percorso fatto da Libera “.

Insomma, ” le trappole dell’antimafia le abbiamo ben chiare mai come oggi “. Oggi, ” è in atto una semplificazione che mira a demolire con la menzogna il percorso fatto da Libera “.

Don Ciotti replica ancora ” che il tentativo di infiltrazione c’è ed è trasversale in Italia. Le nostre rogne sono cominciate con 17 processi in cui Libera si è costituita parte civile “.

Altri problemi, poi, ” sono nati con le cooperative. Ogni sei mesi noi chiediamo alla Prefettura di verificare […] facendo abbiamo scoperto che delle situazioni erano mutate e siamo dovuti intervenire noi – ha precisato – Sono 1600 le associazioni coordinate da Libera, alcune grandi e a livello nazionale “.

” Bisognerebbe incidere sulla normativa che prevede la destinazione dei beni confiscati, tenendo conto che possono e che devono avere un valore simbolico nella lotta alla mafia e quelli che invece non hanno e che vanno quindi venduti.

Scremando questo ” mare magnum ” di beni, se da 15mila diventano mille, questi possono essere distribuiti in maniera più ampia tra le diverse associazioni e a quel punto avere anche la possibilità di controllare la gestione e il vero utilizzo sociale.

Questo conporterebbe un vantaggio per tutte le ” serie ” organizzazioni antimafia, come Libera “.

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FREELANCER VALTER PADOVANO

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POLITICHE PER IL RIUSO DEI BENI CONFISCATI ALLA MAFIA

” USO SOCIALE DEI BENI CONFISCATI ALLE MAFIE “, ITALIA

STRATEGIA:

Utilizzazione per scopi collettivi, tra i quali un particolari rilievo è dato al riutilizzo a scopi sociali, dei beni confiscati alle mafie su tutto il territorio nazionale

DESTINATARI:

Comuni, Province, Regioni, Università Statali, Agenzie Fiscali, Amministrazioni dello Stato, Istituzioni culturali con rilevante interesse nazionale.

ALTRI SOGGETTI:

Agenzia del Demanio ( gestore dei beni confiscati ).

IN COSA CONSISTE IL MECCANISMO di Risarcimento – l’intento del programma è quello di operare una sorta di risarcimento sociale, attraverso il riutilizzo dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, restituendoli alla collettività: una forma di ” restituzione del maltolto “. Responsabile della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata dal momento della confisca definitiva del bene fino alla sua destinazione è l’Agenzia del Demanio.

STORIA:

Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie è attività dal 1995 con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia.

Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1300 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità.

L’impegno di Libera si inserisce nel contesto dell’azione del Governo italiano per contrastare la criminalità organizzata e le mafie.

Nella legislazione antimafia italiana, l’azione di contrasto patrimoniale attività dallo Stato, si snoda essenzialmente in due grandi fasi.

Una prima fase, ( legge Rognoni La Torre, 13 settembre 1982 n° 646 ) riguarda le indagini per l’individuazione, il sequestro e la confisca delle ricchezze delle mafie.

Una volta che la confisca è divenuta definitiva i beni immobili possono essere destinati a diversi soggetti per varie finalità. Una seconda fase ( legge 7 marzo 1996, n° 109 ) riguarda, appunto, l’utilizzo dei patrimoni e dei beni confiscati ai mafiosi.

La legge 109/96 sul riutilizzo ai fini istituzionali e sociali dei beni confiscati nasce dal risultato di un percorso di riflessione che ha coinvolto e reso protagonista l’intera società civile sugli strumenti per una più efficace lotta alla criminalità organizzata.

Nel 1995 viene realizzata, grazie all’azione di Libera, una campagna nazionale di sensibilizzazione che porta alla raccolta di più un milione di firme a sostegno dell’iter parlamentare di approvazione.

Nei 13 anni di applicazione la legge ha consentito di creare in molti territori, non solo del sud d’Italia, le codizioni per l’inserimento occupazionale di giovani che trovano una occasione di riscatto sociale e economico.

Emblematica è l’esperienza di Libera Terra: un progetto promosso dall’Associazione Libera che dal 2001 prevede la promozione e il sostegno a forme di cooperazione su beni confiscati alla criminalità organizzata.

Nel primo progetto pilota, volto alla creazione della cooperazione su beni confiscati alla criminalità organizzata.

Nel primo progetto pilota, volto alla creazione della Cooperativa ” Placido Rizzotto”, il lavoro è stato svolto congiuntamente con Italia Lavoro Spa e con il Consorzio Sviluppo e Legalità della provincia di Palermo.

Sulla scorta di questo primo esempio, negli anni successivi sono nate altre esperienze cooperativa in Sicilia, Calabria, Puglia e Lazio.

Oggi queste forme di imprenditoria basate sulla gestione di terreni agricoli e beni immobili confiscati alle cosche mafiose, permettono il riserimento lavorativo di persone svantaggiate.

In taluni casi l’attività agricola d’eccellenza si accompagna anche alla promozione turistica del territorio, come nel caso della stessa Cooperativa ” Placido Rizzotto ”  o della Cooperativa ” Pio la Torre ” che nel territorio di San Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi e Corleone gestiscono, tra l’altro, anche due agriturismi e un centro ippico.

A livello nazionale, gli ettari di terreni agricoli gestiti dalle cooperative afferenti al progetto Libera Terra sono più di 700 convertiti ad agricoltura biologica con un fatturato totale che supera un milione di euro e che fa riferimento alla vendita di prodotti finiti ( pasta. olio. vino, legumi ecc.. ) presenti, con numeri sempre crescenti, sia sul mercato nazionale che estero.

Il successo di queste esperienze si è registrato laddove i tavoli di concertazione hanno messo in rete l’Agenzia del Demanio, le Prefetture, i Comuni, i Consorzi di Comuni e le varie associazioni, e dove l’attività di scambio sinergico si è potuta associare al reperimento di finanziamenti pubblici.

Nel corso del 2007 l’Agenzia del Demanio ha avviato un nuovo modello di gestione e destinazione dei beni confiscati basato sui Progetti Territoriali che prevedono la consegna di ” pacchetti omogenei di beni ” agli Enti locali e il loro riutilizzo sociale, attraverso la firma di Protocolli d’Intesa.

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FREELANCER VALTER PADOVANO

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CONFISCA DEI BENI ALLE MAFIE, LA LEGGE COMPIE 15 ANNI

Era il 1996 quando il presidente di libera, Don Luigi Ciotti, consegnava all’ora presidente della Camera un milione di firme raccolte per l’utilizzo sociale dei beni confiscati ai boss  Un milione di cittadini chiedeva al Parlamento di fare un passo in avanti nella lotta alle mafie, restituendo alla collettività quando sottratto dalle organizzazioni criminali.

In quindici anni la legge 109 ha consentito allo Stato di riprendersi migliaia di beni: palazzi, appartamenti, terreni, aziende. Un fiore all’occhiello della legislazione italiana.

Dall’entrata in vigore della legge sono stati confiscati 11.152 beni. In questi quindici anni, tuttavia, la legge non ha avuto vita facile. Osteggiata dai boss, perché compromette i patrimoni illeciti, non è molto apprezzata neanche dalla politica.

In diverse occasioni si è cercato di stravolgerla inserendo emendamenti che ne depotenziavano la portata. Con l’ultimo di questi tentativi si è introdotta la possibilità di vendere i beni confiscati all’asta.

Una minaccia che ha portato ad un forte mobilizzazione della società civile. Il rischio che le proprietà tornassero nella disponibilità dei boss era troppo alto.

Tramite prestanome, infatti, le mafie avrebbero potuto tranquillamente riacquistare quello che lo stato aveva sottratto, mandando in fumo indagini lunghe anni. L’emendamento della vendita dei beni è stato adottato.

Contemporaneamente, tuttavia, il Governo ha fatto nascere l’Agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati. Una struttura centralizzata, con sede principale a Reggio Calabria, in grado di gestire con più celerità le procedure che vanno dal sequestro alla confisca definitiva, fino all’assegnazione del bene confiscato per finalità sociale.

La confisca dei beni alle mafie è un occasione di sviluppo come pasta e vino, e con essi altri frutti della terra prodotti di utilizzo quotidiano e anche una colata di cemento di calcestruzzo sono oggi i veri simboli della lotta alle mafie, i segni tangibili che la battaglia contro le cosche può essere vinta, creando occasione di sviluppo e lavoro nel pieno rispetto della legalità.

La pasta e il vino sono quelli realizzati dalle cooperative di giovani che lavorano i terreni confiscati alle mafie e che oggi sono commercializzati in tutto il Paese con il marchio di qualità e legalità  ” libera terra “; il cosiddetto ” Cacestruzzi Ericina Libera “, inaugurata agli inizi del febbraio 2009. La calcestruzzi cioè la Cooperativa che fu confiscata al presunto boss Vincenzo Virga, nonché boss trapanese.

L’azienda che produce calcestruzzo, dal giugno 2000, quando viene confiscata, è gestita da amministratori giudiziaria e ci vogliono quasi dieci anni per trasferire i beni aziendali della Calcestruzzi Ericina alla cooperativa che, nel frattempo, viene costituita dai lavoratori: quasi dieci anni perchè possa nascere finalmente la Calcestruzzi Ericina Libera, grazie all’impegno e alla collaborazione di diversi soggetti, dalla Prefettura di Trapani, alle forze dell’ordine e alla magistratura, dall’Agenzia del Demanio a realtà produttive come Unipol e Legacoop, con una regia complessiva esercitata da Libera.

Adesso vediamo per il mercato dell’edilizia, che ancora oggi risente in larga parte dell’influente presenza negativa delle cosche, non solo al sud, come testimoniato anche da una recente operazione dell’Arma dei Carabinieri, che ha portato alla luce in tentativi di infiltrazione, in parte andati purtroppo a buon fine, negli appalti dell’Alta velocità alle porte di Milano e in quelli per i lavori di ammodernamento dell’A4 nella tratta Bergamo e Milano.

In questi anni la rete di Libera ha consentito alle cooperative di operare in serenità e guardando al futuro, nonostante le intimidazioni, gli attentati e le preoccupazioni che quotidianamente i cooperanti devono affrontare, rischiando molto anche in termini economici.

Non dimentichiamoci, infatti, che i beni restano di proprietà dell Stato, secondo la formula del comodato, cioè del prestito d’uso gratuito.

L’ART.416 BIS E LE MISURE PATRIMONIALI

Se questo sono le eccellenze, se questi i segni di un cambiamento possibile, occorre fare un passo indietro per capire come si è arrivati a questi straordinari risultati, pur tra mille difficoltà.

La strategia di attaccato ai patrimoni mafiosi è frutto di una elaborazione da parte di politici, magistrati, esponenti della società civile, che prende le mosse quasi quarant’anni fa e sul finire degli anni sessanta che due grandi processi alle cosche siciliane, celebrati a Bari e Catanzaro per motivi di ordine pubblico, terminarono con una scandalosa serie di assoluzioni per insufficienza di prove.

Ciò accadde per la mancanza di una previsione legislativa del reato di associazione mafiosa: se è complicato ma possibile provare un omicidio o un traffico di sostanze stupefacenti, diventa praticamente impossibile provare l’esistenza di un’associazione mafiosa vera e propria.

di qui nasce la polemica sui teoremi sulle ardite ricostruzioni della magistratura da parte di chi non vede l’ora di dire che la mafia non esiste, che il mafioso è solo un uomo che sa farsi giustizia da se, che la cultura mafiosa è propria di alcune regioni e destinata a scomparire con l’arrivo del progresso e dello sviluppo nel Mezzogiorno d’Italia.

Da tutto questo nasce l’ingenuità, l’opportunismo, la collusione, il cointeresse  di tutti quegli atteggiamenti che confluiscono nel creare alibi sociologici e culturali, fino a mettere in dubbio la stessa esistenza, ad una vera realtà criminale, strutturata su base territoriale, con rigide regole d’affiliazione e di appartenenza e i cui obiettivi sono l’accumulazione di profitti illeciti e la ricerca costante e continua con il potere legale, per inquinarlo e trarne ogni tipo possibile di vantaggio.

Ci vogliono quasi vent’anni prima che lo Stato si possa dotare di una serie di norme che colpiscano l’associazione mafiosa in quanto tale. E ci vogliono anche un gran numero di omicidi eccellenti prima che le intuizioni di Pio La Torre, deputato nazionale e segretario del Partito Comunista in Sicilia, prendano finalmente valore di legge.

I NUMERI DELLA ” MAFIA S.p.A “

Dall’entrata in vigore della legge ad oggi, molti progetti di riutilizzo dei beni confiscati sono andati a buon esito: case, terreni e aziende hanno conosciuto una seconda vita, potendo diventare nel luogo di confisca un segno di vittoria dello Stato.

Eppure non mancano coloro che restano scettici sulla capacità di sottrarre veramente i beni alle mafie. Infatti seconda una stima fatta dalla Direzione Investigativa Antimafia tra il 1992 e il 2006 sarebbero stati sequestrati ai boss beni per un valore di oltre 4 miliardi di euro, mentre il valore delle confische ammonterebbero solo a 744 milioni.

COSI’ LO STATO SI RIPRENDE I TESORI DELLE COSCHE

Riciclaggio e investimenti di denaro sporco sono solo alcune delle regole della mafia imprenditrice. Per contrastarli, servono leggi mirate alla trasparenza finanziaria ma anche una agenzia nazionale per la gestione dei beni sequestrati e confiscati ai boss.

Enti locali e associazioni chiedevano da molti anni il trasferimento dell’iter burocratico in mano all’ufficio del Demanio verso una struttura capace di fare fronte ai tanti problemi connessi al riutilizzo dei beni.

A Reggio Calabria e Roma sono nate le due sedi principali di questo nuovo strumento antimafia. Con il prefetto Mario Morcone, direttore dell’Agenzia, un bilancio di questo primo anno di attività.

Morcone spiega che da quando avevano iniziato a lavorare una buona parte dei beni confiscati con sentenza definitiva erano stati assegnati. Una parte delle aziende sottoposte a confisca era in liquidazione e altre erano invece alle prese con le ipoteche bancarie che gravano sulle imprese e in evidente stato di sofferenza.

Oggi abbiamo messo in campo strumenti indirizzati a supportare il riutilizzo sociale, anche per immobili sottoposti ad ipoteca bancaria. Questo è uno dei punti di maggiore criticità. Ma abbiamo già riscontrato le prime aperture da parte di alcuni istituti bancari.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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BENI CONFISCATI, ADESSO VI FARO’ CAPIRE DI PIU’

” Innanzitutto occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale “.

A dirlo fu Pio La Torre, lo stesso che propose la confisca dei beni mafiosi.

Divento’ poi legge il 13 settembre del 1982, quattro mesi dopo il suo omicidio.

Adesso vi dico cos’è un bene confiscato e io vi dico quando ci costa custodirlo dopo e quando rendono i beni sequestrati alle mafie.

Un soggetto condannato per mafia, dopo una misura di prevenzione patrimoniale, dal sequestro sino alla confisca, viene privato dei beni mobili ed immobili accumulati illecitamente. Lo stato dopo avere emesso un provvedimento di sequestro a carico di un mafioso, di norma, nomina un amministratore giudiziario che cura i beni per tutto il processo sino alla sentenza, che puo’ essere, di revoca del sequestro e quindi di restituzione dei beni al mafioso, o di confisca definitiva.

E’ stata la legge Ragnoni-La Torre, nel 1982, a introdurre la norma che prevede la confisca dei beni frutto dell’illecita accumulazione di ricchezze provenienti dalle attività criminali mafiose.

Pero’ per giungere a tutto questo ci sono voluti quattordici anni ed una legge di iniziativa popolare per destinare, o meglio restituire, questi beni alla società.

Questo è avvenuto con la Legge 109/96 dopo che l’associazione Libera raccolse un milione di firme.

Il terzo passo legislativo che si fece, che era molto importante, è stato nel 2010 con l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata, con sede principale a Reggio Calabria e con a capo un Prefetto.

Il suo compito fu proprio quello di centralizzare la gestione dei beni confiscati alla mafia e di verificare dopo che i soggetti che sono risultati assegnatari dei beni, provvedano alla destinazione, pena la revoca della stessa.

Peccato che quest’Agenzia non sia stata dotata sufficientemente di personale e di fondi e per questo ha già rischiato la chiusura.

Adesso cercherò di farvi capire qual’ è lo stato di salute dei 13.000 beni confiscati in Italia e intanto proviamo a sfatare un mito, che i beni confiscati possono essere venduti, anche se a particolari condizioni.

Di questi circa  l’80% degli immobili presenta gravami tra cui i crediti garantiti da ipoteca che, di fatto, bloccano la destinazione per uso sociale del bene confiscato.

Dal sequestro all’assegnazione possono passare anche 12 anni. Dal sequestro, alla confisca definitiva, invece, passano dai 5 ai 9 anni, a causa dei lunghi tempi dei processi.

Durante la fase processuale, chi paga i mutui accesi dai mafiosi? Di norma nessuno e cosi’, con il tempo, crescono gli interessi di mora per il mancato pagamento delle rate e quando, a sentenza passata in giudicato, il bene entra tra le proprietà dello Stato, questo ne diventa debitore nei confronti della banca e quindi deve risolvere il mutuo, pagando.

Un’ altra questione che deve essere detta e’ che buona parte degli immobili sequestrati e poi confiscati non vengono assegnati per problemi di natura giuridico-amministrativa; altri poi vengono abbandonati al loro stato di degrado, altri invece vengono comunque utilizzati dagli stessi mafiosi o dalle loro famiglie.

Adesso invece vediamo per quanto riguardano le aziende ( quasi 2000 ), invece, queste hanno spesso vita breve, soprattutto quelle commerciali che quasi sempre sono destinate a fallire, dovuto anche al fatto che il mafioso puo’ dirottare la clientela.

Senza la tutela dei boss molte ditte non potranno piu’ essere competitive, quindi finiscono fuori dal mercato.

Arriva poi lo stato e le imprese che affogano nei debiti.

Questo naturalmente e’ il vero fallimento italiano della vera lotta alle mafie. Oltre poi ad un danno economico, la gestione fallimentare dei beni confiscati, comporta dopo un danno sociale e d’immagine per quello stesso Stato che giustamente si è impossessato di quei beni. Il tesoro vale quasi 2 miliardi di euro, ma non si riuscirà a farle sfruttare.

Per colpire invece veramente al cuore i patrimoni mafiosi però bisognerebbe colpire il riciclaggio; però la nostra normativa è indietro anni luce.

Invece una corretta gestione dei beni confiscati alle mafie darebbe fiducia e in piu’ una nuova linfa all’anima di questo paese. Cosi’ facendo si darebbe un messaggio incredibile soprattutto alle nuove generazioni. ” Le mafie ” possono essere sconfitte e con i loro ingiusti tesori, lo Stato potrebbe sicuramente produrre ricchezza, dando lavoro.

Purtroppo dal 2013 non si vede uno spiraglio per poter cambiare questo, quindi vi dico che sicuramente rimarrà ancora un’ utopia.

Cosa bisognerebbe fare a questo punto per la lotta alla mafia e ai sequestri di beni. Innanzitutto bisognerebbe istituire strumenti validi alla finanza di incentivazione fiscale, introducendo facilitazioni contributive per il mantenimento dei dipendenti, prevedendo un welfare per ricollocare i lavoratori in caso di chiusura dell’attività.

Abrogare le discipline dell’autofinanziamento, per creare un fondo per la gestione dei beni, utilizzando il contante sequestrato rinvestendolo negli immobili e nelle aziende.

Stipulando poi dei ” patti ” con le banche, smettendo di pagare gli interessi sui i mutui relativi ad immobili confiscati ai mafiosi.

Formando poi dei veri manager, amministratori giudiziari competenti che dovrebbero essere in grado di fare il loro mestiere fino in fondo e di programmare piani a medio e a lungo termine per le aziende confiscate.

Creando una vera e propria anagrafe dei beni confiscati, monitorando costantemente i beni segnalando le emergenze ed intervenire tempestivamente.

Approvando quindi una legge d’iniziativa popolare ” io riattivo il lavoro ” che dovrebbe lanciare la Cgil – che dovrebbe tutelare i suoi dipendenti delle aziende sotto confisca, in modo che garantirebbe loro gli stessi diritti di tutti gli altri lavoratori dei settori in crisi.

Vi voglio far capire adesso che tutte queste belle iniziative  non basteranno, ma sarebbe già un buon inizio.

Reporter

Freelancer Valter Padovano

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IL GIUDICE FALCONE ERA LA CONTINUITA’. L’INCHIESTA

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Un mafioso, un delinquente del calibro di Mutolo spiega la strategia di Cosa Nostra e lo fa da pentito di mafia era proprio quella di condizionare l’operato dei giudici e dei poliziotti, trattando con essi da pari a pari; cosa succedeva che quando qualcuno non accettava i limiti di ragionevolezza imposti dall’organizzazione, veniva eliminato.

Cosi’ Mutolo fa una affermazione durante una deposizione in tribunale che Falcone era il bersaglio piu’ naturale per i mafiosi, per il ruolo da lui coperto fin dalle sue prime inchieste nella lotta alla mafia.

Potete ben capire a questo punto che la testimonianza di Mutolo lascia sicuramente intravedere dei scenari alquando allucinanti: egli parla come di una cosa normale che i giudici ed i poliziotti venissero avvicinati, lasciando capire che la mancanza di zelo che caratterizzava l’attività Giudiziaria ed in Investigativa era in misura diretta imposta dalla mafia.

In altre parole, chi doveva colpire la mafia evitava di fare il suo dovere, se non altro per il timore, fondato, per la propria incolumità, lasciando cosi’ isolati e sovraesposti coloro che non accettano una simile imposizione.

Insomma, nella normalità Palermitana la giustizia veniva esercitata con la tutela, accettata dai piu’ sembra, di Cosa Nostra, la quale era in grado di operare anche preventivamente per evitare che persone che erano ritenute pericolose potessero ledere i propri interessi, come nel caso di La Torre ucciso per la sua insistenza nel proporre disposizione di legge per le indagini sui patrimoni mafiosi, o di Terranova, illuminato prima ancora di occupare la persona di consigliere istruttore per la quale il funzionario di Polizia e del SISDE accusato da Mutolo di essere colluso con i mafiosi.

Egli venne arrestato il 24 Dicembre 1992 dove fu messo sotto processo a Palermo con una accusa pesantissima di concorso in associazione mafiosa, poi assolto dopo anni di traversie e processi quando poi lui era innocente ma era stato accusato da un mafioso come Mutolo.

Reporter

( Freelancer, Valter Padovano )

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VI SPIEGO COS’E’ LA MAFIA

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La mafia è una forza di criminalita’ organizzata che non solo e’ attiva in molteplici campi illegali, ma tende anche ad esercitare funzioni di sovranità, normalmente riservate alle Istituzioni Statali, su un determinato territorio, imponendo ad esempio una sorta di tassazione sulle attività economiche legali e dotandosi di un sistema normativo che prevede sanzioni violente per coloro che adesso sono considerati devianti.

Si tratta quindi di una sorta di criminalità che presuppone alcune condizioni: l’esistenza di uno Stato di tipo moderno, che rivendichi a se il monopolio legittimo della violenza, una economia libera di vincoli feudali, fondata cioè sulla proprietà privata e sul mercato , l’esistenza di violenti in grado di poter operare in proprio, imponendo anche alle classi dirigenti la propria mediazione violenta.

Naturalmente la debolezza dello Stato, ed in particolare la sua incapacità di garantire l’ordine e la sicurezza attraverso la Polizia e relative strutture Giudiziarie efficienti, diventa condizione per l’affermarsi di un potere “alternativo” di tipo violento.

E’ piu’ probabile, inoltre, che questo si affermi quando una società e’ in rapida trasformazione, quando i tradizionali equilibri sociali sono entrati in crisi ed il livello di conflittualità fra gruppi e ceti sociali e’ alto; le classi dirigenti hanno difficoltà a guidare una rapida tradizione del sistema feudale ad un regime caratterizzato dallo Stato moderno e dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e non si affermano nuove “Elites” in grado di subentrare rapidamente alle vecchie.

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(Freelancer, Valter Padovano)

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IL MOVIMENTO DEI FORCONI ” ARRESTA ” L’EX DEPUTATO OSVALDO NAPOLI DAVANTI AI CARABINIERI ” CHIAMATE IL MARESCIALLO! “: LUI SCAPPA…

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Le voci salgono di volume e la scena cambia radicalmente di tono quando gli esponenti del movimento dei forconi cercano di ” arrestare ” un ex deputato. Passano alle vie di fatto, lo afferrano per le braccia e lo strattonano lungo Via degli Uffici del Vicario, a pochissimi metri dall’ingresso del palazzo dei gruppi parlamentari e dal portone principale della Camera. I Carabinieri del Battaglione, in servizio di ordine pubblico intorno al palazzo, si muovono per bloccare i facinorosi e riportare la calma. E’ la  scena che si è trovato davanti chi e’ passato per Via Vicario intorno all’una, il clamoroso ritorno dei ” Forconi “.

Ecco il gruppo di manifestanti circondare Osvaldo Napoli e leggerli una sorta di proclamo, sulla base di una serie di articoli del Codice Penale. Poi… quella che sembra una provocazione, che l’esponente FI accoglie di buon grado e con il sorriso sulle labbra, vira bruscamente: Napoli, viene afferrato per le braccia, bloccato tra le urla di due uomini e una donna che lo trascinano per qualche metro, fino a quando intervengono i Carabinieri, che poi identificano 11 (undici) persone appartenenti al “Movimento dei Forconi 9 Dicembre” che finiscono in Caserma per essere denunciati.

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(Freelancer, Valter Padovano)

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