POLITICHE PER IL RIUSO DEI BENI CONFISCATI ALLA MAFIA

” USO SOCIALE DEI BENI CONFISCATI ALLE MAFIE “, ITALIA

STRATEGIA:

Utilizzazione per scopi collettivi, tra i quali un particolari rilievo è dato al riutilizzo a scopi sociali, dei beni confiscati alle mafie su tutto il territorio nazionale

DESTINATARI:

Comuni, Province, Regioni, Università Statali, Agenzie Fiscali, Amministrazioni dello Stato, Istituzioni culturali con rilevante interesse nazionale.

ALTRI SOGGETTI:

Agenzia del Demanio ( gestore dei beni confiscati ).

IN COSA CONSISTE IL MECCANISMO di Risarcimento – l’intento del programma è quello di operare una sorta di risarcimento sociale, attraverso il riutilizzo dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, restituendoli alla collettività: una forma di ” restituzione del maltolto “. Responsabile della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata dal momento della confisca definitiva del bene fino alla sua destinazione è l’Agenzia del Demanio.

STORIA:

Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie è attività dal 1995 con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia.

Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1300 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità.

L’impegno di Libera si inserisce nel contesto dell’azione del Governo italiano per contrastare la criminalità organizzata e le mafie.

Nella legislazione antimafia italiana, l’azione di contrasto patrimoniale attività dallo Stato, si snoda essenzialmente in due grandi fasi.

Una prima fase, ( legge Rognoni La Torre, 13 settembre 1982 n° 646 ) riguarda le indagini per l’individuazione, il sequestro e la confisca delle ricchezze delle mafie.

Una volta che la confisca è divenuta definitiva i beni immobili possono essere destinati a diversi soggetti per varie finalità. Una seconda fase ( legge 7 marzo 1996, n° 109 ) riguarda, appunto, l’utilizzo dei patrimoni e dei beni confiscati ai mafiosi.

La legge 109/96 sul riutilizzo ai fini istituzionali e sociali dei beni confiscati nasce dal risultato di un percorso di riflessione che ha coinvolto e reso protagonista l’intera società civile sugli strumenti per una più efficace lotta alla criminalità organizzata.

Nel 1995 viene realizzata, grazie all’azione di Libera, una campagna nazionale di sensibilizzazione che porta alla raccolta di più un milione di firme a sostegno dell’iter parlamentare di approvazione.

Nei 13 anni di applicazione la legge ha consentito di creare in molti territori, non solo del sud d’Italia, le codizioni per l’inserimento occupazionale di giovani che trovano una occasione di riscatto sociale e economico.

Emblematica è l’esperienza di Libera Terra: un progetto promosso dall’Associazione Libera che dal 2001 prevede la promozione e il sostegno a forme di cooperazione su beni confiscati alla criminalità organizzata.

Nel primo progetto pilota, volto alla creazione della cooperazione su beni confiscati alla criminalità organizzata.

Nel primo progetto pilota, volto alla creazione della Cooperativa ” Placido Rizzotto”, il lavoro è stato svolto congiuntamente con Italia Lavoro Spa e con il Consorzio Sviluppo e Legalità della provincia di Palermo.

Sulla scorta di questo primo esempio, negli anni successivi sono nate altre esperienze cooperativa in Sicilia, Calabria, Puglia e Lazio.

Oggi queste forme di imprenditoria basate sulla gestione di terreni agricoli e beni immobili confiscati alle cosche mafiose, permettono il riserimento lavorativo di persone svantaggiate.

In taluni casi l’attività agricola d’eccellenza si accompagna anche alla promozione turistica del territorio, come nel caso della stessa Cooperativa ” Placido Rizzotto ”  o della Cooperativa ” Pio la Torre ” che nel territorio di San Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi e Corleone gestiscono, tra l’altro, anche due agriturismi e un centro ippico.

A livello nazionale, gli ettari di terreni agricoli gestiti dalle cooperative afferenti al progetto Libera Terra sono più di 700 convertiti ad agricoltura biologica con un fatturato totale che supera un milione di euro e che fa riferimento alla vendita di prodotti finiti ( pasta. olio. vino, legumi ecc.. ) presenti, con numeri sempre crescenti, sia sul mercato nazionale che estero.

Il successo di queste esperienze si è registrato laddove i tavoli di concertazione hanno messo in rete l’Agenzia del Demanio, le Prefetture, i Comuni, i Consorzi di Comuni e le varie associazioni, e dove l’attività di scambio sinergico si è potuta associare al reperimento di finanziamenti pubblici.

Nel corso del 2007 l’Agenzia del Demanio ha avviato un nuovo modello di gestione e destinazione dei beni confiscati basato sui Progetti Territoriali che prevedono la consegna di ” pacchetti omogenei di beni ” agli Enti locali e il loro riutilizzo sociale, attraverso la firma di Protocolli d’Intesa.

REPORT

FREELANCER VALTER PADOVANO

Basta un “Mi Piace” per aumentare la visibilità di questa pubblicazione e permettere ad altri di vederla e condividerla. Clicca su “Mi Piace”

LIBERA, ASSOCIAZIONI. NOMI E NUMERI CONTRO LE MAFIE

E’ una associazione che si occupa di sensibilizzazione e contrasto al fenomeno delle mafie.

Giuridicamente è una associazione di promozione sociale, riconosciuta dal Ministero dell’Interno, dedita a sollecitare e coordinare la società civile contro tutte le mafie e favorire la creazione e lo sviluppo di una comunità alternativa alle mafie stesse.

Si occupa anche del coordinamento delle diverse associazioni aderenti . Al 2011 raccoglieva circa 1.500 associazioni, enti e gruppi locali che collaborano ai suoi scopi.

LA STORIA

L’associazione si è costituita il 25 marzo 1995 con l’intento di sollecitare la società civile nel contrasto alle mafie e nella promozione della legalità democratica e della giustizia.

La prima iniziativa è stata la raccolta di un milione di firme per una proposta di legge che prevedesse il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, che poi venne tradotta in norma con la legge 7 marzo 1996 n°109.3.

Libera è riconosciuta come associazione di promozione sociale dal Ministero del lavoro, della Salute e della Solidarietà Sociale. Inoltre è riconosciuta come associazione con Special Consultative Status da Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite ( Ecosoc ).

PRESIDENTE

Il presidente dell’organizzazione è Don Luigi Ciotti, già fondatore del Gruppo Abele di Torino e della rivista Narcomafie.

Il presidente onorario è Nando della Chiesa, figlio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia.

LE ATTIVITA’ DI LIBERA

Dal 2011 aderiscono a Libera oltre 1600 fra associazioni nazionali e locali, cooperative sociali, gruppi e realtà di base e circa 4500 scuole attive nei percorsi di educazione alla legalità democratica in Italia e nel mondo.

Tra gli impieghi concreti di Libera si segnalano: la legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l’educazione alla legalità, l’impegno contro la corruzione, il sostegno alle vittime delle mafie, i campi di studio e volontariato antimafia, le attività antiracket e antiusura.

LIBERA TERRA

Libera Terra, pur non essendo parte dell’associazione in sé, che non gestisce direttamente i beni confiscati, è nata dall’esperienza di Libera.

Il marchio contraddistingue alcune tra le cooperative i cui prodotti vengono coltivati su terreni confiscate alla criminalità organizzata, e riutilizzati a fini sociali come previsto dalla legge 109/96.

Dalle attività di trasformazione e commercializzazione dei prodotti delle cooperative è nato quindi il Consorzio Libera Terra Mediterraneo che include, oltre alle nove cooperative che ne fanno parte, anche altri soggetti economici, come il settore turismo responsabile Libera il gusto di viaggiare.

I prodotti di Libera Terra sono distribuiti in diverse catene e punti vendita italiani e anche internazionali, oltre che nelle botteghe de I sapori e i saperi della legalità.

Nel corso degli anni Libera ha dato via a numerosi progetti ed iniziative sui beni confiscati alle mafie, tra i vari esempi ricordiamo ” La mozzarella della legalità “, a Castel Volturno dove la cooperativa ” Le Terre di Don Peppino Diana ” produce all’interno di spazi confiscati alla camorra.

Il progetto è stato confinanziato dalla Fondazione con il Sud. Il maggior corrispondente è Don Luigi Ciotti.

ESTATE LIBERI

Tanti giovani scelgono di fare volontariato e di formazione civile sui terreni confiscati alle mafie gestiti cooperative sociali di Libera Terra.

Segno questo, di una volontà diffusa di essere ” protagonisti ” e di voler tradurre questo impegno in una azione concreta di responsabilità e di condivisione.

LIBERA MEMORIA

Consiste in uno strumento dedito al ricordo e alla sensibilizzazione. Si adopera al fine di realizzare una banca dati per restituire il diritto della memorie alle vittime e a coloro i quali è stato tolto il diritto alla vita; si impegna affinché si superano le diparità di trattamento tra familiari riconosciuti e residenti in diversi regioni e le differenze ancora in essere tra le vittime della criminalità organizzata, del dovere e del terrorismo.

All’interno di questo ambito si colloca la Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie, celebrata ogni anno il 21 marzo per ricordare le vittime di tutte le mafie, in diverse città d’Italia.

Altri appuntamenti realizzati nel corso degli anni e dedcati a questo scopo sono: Carovana Antimafie ( manifestazione itinerante con l’obbiettivo di coinvolgere e sensibilizzare gli abitanti e le istituzioni locali, la cui memoria ad ogni tappa viene fissata attraverso il diario di bordo tenuto dai carovanieri, i racconti, i video, le foto e le testimonianze ), Festa nazionale di Libera, Campus Albachiara. A questi si aggiungono le molteplici iniziative a livello locale.

RIPARTE IL FUTURO

Libera e Gruppo Abele, nel gennaio del 2013 lanciano la petizione online di Riparte il futuro.

La campagna propone al Parlamento e al Senato di modificare l’articolo 416 ter del codice penale italiano in tema di voto di scambio politico – mafioso.

Obbiettivo raggiunto raggiunto il nuovo testo dell’articolo, che include l’altra utilità, richiesta della campagna fin dall’inizio.

LIBERA UFFICIO LEGALE

Fornisce servizi alle vittime di mafia, racket, usura e ai testimoni di giustizia; accompagna gli stessi allo svolgimento delle pratiche burocratiche e alla comprensione della legislazione in materia.

Si costituisce parte civile al fine di stare maggiormente vicino alle persone vittime dei suddetti reati. Promuove proposte e modifiche legislative nei settori al riguardo.

FONDAZIONE LIBERA INFORMAZIONE

E’ una Fondazione avente l’obbiettivo di mettere in rete le diverse realtà territoriali che si battono contro le mafie insieme al grande mondo dell’informazione.

Raccoglie e diffonde notizie, informazioni, spunti e progetti per esercitare pressione nei confronti dei mas media e dare visibilità a quello che di buono viene in questo senso. Collabora con riviste, siti web, televisioni, radio, e istituzioni.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

Basta un “Mi Piace” per aumentare la visibilità di questa pubblicazione e permettere ad altri di vederla e condividerla. Clicca su “Mi Piace”

CONFISCA DEI BENI ALLE MAFIE, LA LEGGE COMPIE 15 ANNI

Era il 1996 quando il presidente di libera, Don Luigi Ciotti, consegnava all’ora presidente della Camera un milione di firme raccolte per l’utilizzo sociale dei beni confiscati ai boss  Un milione di cittadini chiedeva al Parlamento di fare un passo in avanti nella lotta alle mafie, restituendo alla collettività quando sottratto dalle organizzazioni criminali.

In quindici anni la legge 109 ha consentito allo Stato di riprendersi migliaia di beni: palazzi, appartamenti, terreni, aziende. Un fiore all’occhiello della legislazione italiana.

Dall’entrata in vigore della legge sono stati confiscati 11.152 beni. In questi quindici anni, tuttavia, la legge non ha avuto vita facile. Osteggiata dai boss, perché compromette i patrimoni illeciti, non è molto apprezzata neanche dalla politica.

In diverse occasioni si è cercato di stravolgerla inserendo emendamenti che ne depotenziavano la portata. Con l’ultimo di questi tentativi si è introdotta la possibilità di vendere i beni confiscati all’asta.

Una minaccia che ha portato ad un forte mobilizzazione della società civile. Il rischio che le proprietà tornassero nella disponibilità dei boss era troppo alto.

Tramite prestanome, infatti, le mafie avrebbero potuto tranquillamente riacquistare quello che lo stato aveva sottratto, mandando in fumo indagini lunghe anni. L’emendamento della vendita dei beni è stato adottato.

Contemporaneamente, tuttavia, il Governo ha fatto nascere l’Agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati. Una struttura centralizzata, con sede principale a Reggio Calabria, in grado di gestire con più celerità le procedure che vanno dal sequestro alla confisca definitiva, fino all’assegnazione del bene confiscato per finalità sociale.

La confisca dei beni alle mafie è un occasione di sviluppo come pasta e vino, e con essi altri frutti della terra prodotti di utilizzo quotidiano e anche una colata di cemento di calcestruzzo sono oggi i veri simboli della lotta alle mafie, i segni tangibili che la battaglia contro le cosche può essere vinta, creando occasione di sviluppo e lavoro nel pieno rispetto della legalità.

La pasta e il vino sono quelli realizzati dalle cooperative di giovani che lavorano i terreni confiscati alle mafie e che oggi sono commercializzati in tutto il Paese con il marchio di qualità e legalità  ” libera terra “; il cosiddetto ” Cacestruzzi Ericina Libera “, inaugurata agli inizi del febbraio 2009. La calcestruzzi cioè la Cooperativa che fu confiscata al presunto boss Vincenzo Virga, nonché boss trapanese.

L’azienda che produce calcestruzzo, dal giugno 2000, quando viene confiscata, è gestita da amministratori giudiziaria e ci vogliono quasi dieci anni per trasferire i beni aziendali della Calcestruzzi Ericina alla cooperativa che, nel frattempo, viene costituita dai lavoratori: quasi dieci anni perchè possa nascere finalmente la Calcestruzzi Ericina Libera, grazie all’impegno e alla collaborazione di diversi soggetti, dalla Prefettura di Trapani, alle forze dell’ordine e alla magistratura, dall’Agenzia del Demanio a realtà produttive come Unipol e Legacoop, con una regia complessiva esercitata da Libera.

Adesso vediamo per il mercato dell’edilizia, che ancora oggi risente in larga parte dell’influente presenza negativa delle cosche, non solo al sud, come testimoniato anche da una recente operazione dell’Arma dei Carabinieri, che ha portato alla luce in tentativi di infiltrazione, in parte andati purtroppo a buon fine, negli appalti dell’Alta velocità alle porte di Milano e in quelli per i lavori di ammodernamento dell’A4 nella tratta Bergamo e Milano.

In questi anni la rete di Libera ha consentito alle cooperative di operare in serenità e guardando al futuro, nonostante le intimidazioni, gli attentati e le preoccupazioni che quotidianamente i cooperanti devono affrontare, rischiando molto anche in termini economici.

Non dimentichiamoci, infatti, che i beni restano di proprietà dell Stato, secondo la formula del comodato, cioè del prestito d’uso gratuito.

L’ART.416 BIS E LE MISURE PATRIMONIALI

Se questo sono le eccellenze, se questi i segni di un cambiamento possibile, occorre fare un passo indietro per capire come si è arrivati a questi straordinari risultati, pur tra mille difficoltà.

La strategia di attaccato ai patrimoni mafiosi è frutto di una elaborazione da parte di politici, magistrati, esponenti della società civile, che prende le mosse quasi quarant’anni fa e sul finire degli anni sessanta che due grandi processi alle cosche siciliane, celebrati a Bari e Catanzaro per motivi di ordine pubblico, terminarono con una scandalosa serie di assoluzioni per insufficienza di prove.

Ciò accadde per la mancanza di una previsione legislativa del reato di associazione mafiosa: se è complicato ma possibile provare un omicidio o un traffico di sostanze stupefacenti, diventa praticamente impossibile provare l’esistenza di un’associazione mafiosa vera e propria.

di qui nasce la polemica sui teoremi sulle ardite ricostruzioni della magistratura da parte di chi non vede l’ora di dire che la mafia non esiste, che il mafioso è solo un uomo che sa farsi giustizia da se, che la cultura mafiosa è propria di alcune regioni e destinata a scomparire con l’arrivo del progresso e dello sviluppo nel Mezzogiorno d’Italia.

Da tutto questo nasce l’ingenuità, l’opportunismo, la collusione, il cointeresse  di tutti quegli atteggiamenti che confluiscono nel creare alibi sociologici e culturali, fino a mettere in dubbio la stessa esistenza, ad una vera realtà criminale, strutturata su base territoriale, con rigide regole d’affiliazione e di appartenenza e i cui obiettivi sono l’accumulazione di profitti illeciti e la ricerca costante e continua con il potere legale, per inquinarlo e trarne ogni tipo possibile di vantaggio.

Ci vogliono quasi vent’anni prima che lo Stato si possa dotare di una serie di norme che colpiscano l’associazione mafiosa in quanto tale. E ci vogliono anche un gran numero di omicidi eccellenti prima che le intuizioni di Pio La Torre, deputato nazionale e segretario del Partito Comunista in Sicilia, prendano finalmente valore di legge.

I NUMERI DELLA ” MAFIA S.p.A ”

Dall’entrata in vigore della legge ad oggi, molti progetti di riutilizzo dei beni confiscati sono andati a buon esito: case, terreni e aziende hanno conosciuto una seconda vita, potendo diventare nel luogo di confisca un segno di vittoria dello Stato.

Eppure non mancano coloro che restano scettici sulla capacità di sottrarre veramente i beni alle mafie. Infatti seconda una stima fatta dalla Direzione Investigativa Antimafia tra il 1992 e il 2006 sarebbero stati sequestrati ai boss beni per un valore di oltre 4 miliardi di euro, mentre il valore delle confische ammonterebbero solo a 744 milioni.

COSI’ LO STATO SI RIPRENDE I TESORI DELLE COSCHE

Riciclaggio e investimenti di denaro sporco sono solo alcune delle regole della mafia imprenditrice. Per contrastarli, servono leggi mirate alla trasparenza finanziaria ma anche una agenzia nazionale per la gestione dei beni sequestrati e confiscati ai boss.

Enti locali e associazioni chiedevano da molti anni il trasferimento dell’iter burocratico in mano all’ufficio del Demanio verso una struttura capace di fare fronte ai tanti problemi connessi al riutilizzo dei beni.

A Reggio Calabria e Roma sono nate le due sedi principali di questo nuovo strumento antimafia. Con il prefetto Mario Morcone, direttore dell’Agenzia, un bilancio di questo primo anno di attività.

Morcone spiega che da quando avevano iniziato a lavorare una buona parte dei beni confiscati con sentenza definitiva erano stati assegnati. Una parte delle aziende sottoposte a confisca era in liquidazione e altre erano invece alle prese con le ipoteche bancarie che gravano sulle imprese e in evidente stato di sofferenza.

Oggi abbiamo messo in campo strumenti indirizzati a supportare il riutilizzo sociale, anche per immobili sottoposti ad ipoteca bancaria. Questo è uno dei punti di maggiore criticità. Ma abbiamo già riscontrato le prime aperture da parte di alcuni istituti bancari.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

Basta un “Mi Piace” per aumentare la visibilità di questa pubblicazione e permettere ad altri di vederla e condividerla. Clicca su “Mi Piace”

UNA STORIA TUTTA ITALIANA NELLA CONFISCA DEI BENI

Si direi proprio di si… è una storia tutta italiana quella dei beni confiscati alle mafie, dai demani regionali, poi dal 2010 passati in gestione alla nuova nata Agenzia per i beni sequestrati e confiscati ( ANBSC ).

Secondo l’Agenzia stessa, che ha un Sito Web dedicato, il totale sarebbe di 13.971 tra immobili e aziende, mentre secondo la relazione Garofoli ( presentata in parlamento nel gennaio 2014 ) sarebbe di 12.946.

Mistero assoluto, direi a questo punto, stando ai documenti parlamentari, su quale fine abbiano fatto gli oltre 7,2 milioni di euro stanziati nell’ambito dei PON Sicurezza – Programma Nazionale per promuovere la sicurezza nell’ambito delle linee guida europee, dei quali 6 milioni già liquidati, e che sarebbero dovuti invece servire per costruire un grande database per rendere fruibili i dati entro l’inizio del 2013.

La Relazione Antimafia recita che ad aprile 2014: ” Nei documenti che furono consegnati a questa commissione non è stato reso noto il motivo del ritardo, se non con un generico riferimento alla complessità del lavoro necessario “.

Vedesi Torino, Pavia, Genova il conteggio dei beni contribuisce anche il fatto che il loro status è suscettibile di numerosi cambiamenti, sia per la questione legata ai procedimenti giudiziari, sia per altre di natura gestionale.

Secondo invece di una recente relazione sulla consistenza dei beni, presentata in Senato a dicembre 2013 emergono alcuni aspetti interessanti sull’andamento delle confische, in totale i procedimenti di confisca sono in crescita tra il 2004 e il 2013 e hanno ormai complessivamente superato quota 2.400, con un picco nel 2011.

Andando piu’ nel dettaglio, tra il 2009 e il 2013 sono stati gli immobili ( appartamenti, aziende e immobili confiscati di questi si trovano in 94 province italiane su 110.

Invece la distribuzione sul territorio emerge in modo chiarissimo direi mettendo in fila ad esempio i dati sulle imprese: le prime cinque città interessate sono Palermo ( 394 ), Napoli ( 180 ), Milano ( 147 ), Roma ( 118 ), Reggio Calabria ( 108 ) di qui si evince come si sia costruita una ramificazione di veri e propri insediamenti di attività criminali, in maniera straordinariamente molto capillare.

La Direzione Investigativa Antimafia attribuisce al solo patrimonio confiscato tra il 1992 e il 2011 alle organizzazioni criminali ( ai sensi della legge 575/65 ) alla camorra, 216 alla ‘ndrangheta, 74 alla Sacra Corona Unita e cosche pugliesi, 103 milioni di quei beni sequestrati con sempre meno decreti di destinazione.

Reporter

Freelancer Valter Padovano

Basta un “Mi Piace” per aumentare la visibilità di questa pubblicazione e permettere ad altri di vederla e condividerla. Clicca su “Mi Piace”

LA CONFISCA DEI BENI A FINI SOCIALI

” La confisca dei beni appartenuti ai mafiosi e la loro destinazione ai fini sociali.

Riappropriarsi dei luoghi dove le mafie hanno compiuto orrendi delitti, come occasione di riaffermazione della legalità, di riscatto dei territori dai condizionamenti criminali, di rinascita e di concreta lotta culturale, oltre che patrimoniale, alle mafie “.

Parlare di lotta alla mafia significa dover affrontare un argomento abbastanza ampio e difficile, sia per quando riguarda cosa fare, sia per quanto riguarda il caso si dovrebbe fare molto di piu’.

Su di essa, ci sarebbero da dire moltissime cose, ma il tema che tratterò, riguarda i beni confiscati dallo stato e il loro utilizzo.

Per beni, intendo quelli mobili: denaro, conti correnti, conti in banca, automezzi, ville, imbarcazioni, motori, case, terreni, fondi di qualsiasi tipo aziende, alberghi e altro ancora.

Questi beni, in teoria, vengono dapprima sequestrati dalle Forze dell’Ordine, poi successivamente confiscati, quindi diventano proprietà dello stato.

Purtroppo questo come già ho spiegato nell’ argomento precedente non avviene sempre cosi’ o almeno non in tempi brevi, infatti il processo che va dal sequestro alla confisca e’ molto lungo e puo’ capitare anche che dei beni sequestrati parecchi anni prima, non siano ancora stati confiscati, a causa dei lenti processi burocratici.

Per l’organizzazione di questo tipo di beni, nel 2005, è nato il progetto ” beni confiscati ” grazie al Ministero dell’Interno nell’ambito del Programma Operativo Nazionale Sicurezza per lo Sviluppo del Mezzogiorno, per rafforzare ed ottimizzare lo strumento della confisca e delle misure di prevenzione patrimoniale.

Alla fine facendo una stima, ad oggi in Italia, si possono contare circa 25.500 beni sequestrati alla criminalità organizzata, solo 7.000 confiscati e tra tutti solo 3.000 hanno avuto una destinazione e quindi un riutilizzo per la società.

Secondo le Procure della Sicilia, a Trapani, su 80 beni confiscati, nessuno e’ stato assegnato o come a Siracusa dove non risulta nessun bene sequestrato e poi confiscato, come se la mafia non esistesse..

Ogni Comune a cui è stata assegnata una proprietà, decide la destinazione finale di quel bene che nella maggior parte dei casi si assegna in concessione, a titolo gratuito, a comunità, enti, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero per tossico-dipendenti.

Molti esempi ci sono in Campania, dove la maggior parte dei beni confiscati ( 713 su 1143 ), piu’ del 50% sono stati destinati in un certo senso non e’ piacevole perché comunque questo dato indica un’elevata presenza di crimine organizzato, infatti in Campania è seconda in Sicilia in beni confiscati.

Per cercare di riscattare quei territori dove la mafia ha colpito, tutte queste attività sociali, vengono concentrate in un punto ristretto, in modo che quei luoghi possano tornare a rivivere.

Infatti il vero problema non è la confisca dei beni, ma la restituzione di quei terreni tolti alle brave persone martoriate dai tanti sorprusi dell’illegalità.

Purtroppo tali problemi sociali, strano ma vero, derivano in parte dalle stesse persone sfruttate dalla mafia, perché l’unico modo per eliminare del tutto queste associazioni malavitose e denunciarle.

La maggior parte delle persone, testimoni di delitti o vittime stesse della mafia hanno paura di sporgere denuncia impedendo alle Forze dell’Ordine di porre fine alle ingiustizie.

Questo ” silenzio ” e’ chiamato comunemente OMERTA’, base fondamentale sulla quale il crimine organizzato fa leva, non solo tra i componenti di uno stesso gruppo malavitoso, ma anche tra la povera gente.

Reporter

Freelancer Valter Padovano

Basta un “Mi Piace” per aumentare la visibilità di questa pubblicazione e permettere ad altri di vederla e condividerla. Clicca su “Mi Piace”

BENI CONFISCATI, ADESSO VI FARO’ CAPIRE DI PIU’

” Innanzitutto occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale “.

A dirlo fu Pio La Torre, lo stesso che propose la confisca dei beni mafiosi.

Divento’ poi legge il 13 settembre del 1982, quattro mesi dopo il suo omicidio.

Adesso vi dico cos’è un bene confiscato e io vi dico quando ci costa custodirlo dopo e quando rendono i beni sequestrati alle mafie.

Un soggetto condannato per mafia, dopo una misura di prevenzione patrimoniale, dal sequestro sino alla confisca, viene privato dei beni mobili ed immobili accumulati illecitamente. Lo stato dopo avere emesso un provvedimento di sequestro a carico di un mafioso, di norma, nomina un amministratore giudiziario che cura i beni per tutto il processo sino alla sentenza, che puo’ essere, di revoca del sequestro e quindi di restituzione dei beni al mafioso, o di confisca definitiva.

E’ stata la legge Ragnoni-La Torre, nel 1982, a introdurre la norma che prevede la confisca dei beni frutto dell’illecita accumulazione di ricchezze provenienti dalle attività criminali mafiose.

Pero’ per giungere a tutto questo ci sono voluti quattordici anni ed una legge di iniziativa popolare per destinare, o meglio restituire, questi beni alla società.

Questo è avvenuto con la Legge 109/96 dopo che l’associazione Libera raccolse un milione di firme.

Il terzo passo legislativo che si fece, che era molto importante, è stato nel 2010 con l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata, con sede principale a Reggio Calabria e con a capo un Prefetto.

Il suo compito fu proprio quello di centralizzare la gestione dei beni confiscati alla mafia e di verificare dopo che i soggetti che sono risultati assegnatari dei beni, provvedano alla destinazione, pena la revoca della stessa.

Peccato che quest’Agenzia non sia stata dotata sufficientemente di personale e di fondi e per questo ha già rischiato la chiusura.

Adesso cercherò di farvi capire qual’ è lo stato di salute dei 13.000 beni confiscati in Italia e intanto proviamo a sfatare un mito, che i beni confiscati possono essere venduti, anche se a particolari condizioni.

Di questi circa  l’80% degli immobili presenta gravami tra cui i crediti garantiti da ipoteca che, di fatto, bloccano la destinazione per uso sociale del bene confiscato.

Dal sequestro all’assegnazione possono passare anche 12 anni. Dal sequestro, alla confisca definitiva, invece, passano dai 5 ai 9 anni, a causa dei lunghi tempi dei processi.

Durante la fase processuale, chi paga i mutui accesi dai mafiosi? Di norma nessuno e cosi’, con il tempo, crescono gli interessi di mora per il mancato pagamento delle rate e quando, a sentenza passata in giudicato, il bene entra tra le proprietà dello Stato, questo ne diventa debitore nei confronti della banca e quindi deve risolvere il mutuo, pagando.

Un’ altra questione che deve essere detta e’ che buona parte degli immobili sequestrati e poi confiscati non vengono assegnati per problemi di natura giuridico-amministrativa; altri poi vengono abbandonati al loro stato di degrado, altri invece vengono comunque utilizzati dagli stessi mafiosi o dalle loro famiglie.

Adesso invece vediamo per quanto riguardano le aziende ( quasi 2000 ), invece, queste hanno spesso vita breve, soprattutto quelle commerciali che quasi sempre sono destinate a fallire, dovuto anche al fatto che il mafioso puo’ dirottare la clientela.

Senza la tutela dei boss molte ditte non potranno piu’ essere competitive, quindi finiscono fuori dal mercato.

Arriva poi lo stato e le imprese che affogano nei debiti.

Questo naturalmente e’ il vero fallimento italiano della vera lotta alle mafie. Oltre poi ad un danno economico, la gestione fallimentare dei beni confiscati, comporta dopo un danno sociale e d’immagine per quello stesso Stato che giustamente si è impossessato di quei beni. Il tesoro vale quasi 2 miliardi di euro, ma non si riuscirà a farle sfruttare.

Per colpire invece veramente al cuore i patrimoni mafiosi però bisognerebbe colpire il riciclaggio; però la nostra normativa è indietro anni luce.

Invece una corretta gestione dei beni confiscati alle mafie darebbe fiducia e in piu’ una nuova linfa all’anima di questo paese. Cosi’ facendo si darebbe un messaggio incredibile soprattutto alle nuove generazioni. ” Le mafie ” possono essere sconfitte e con i loro ingiusti tesori, lo Stato potrebbe sicuramente produrre ricchezza, dando lavoro.

Purtroppo dal 2013 non si vede uno spiraglio per poter cambiare questo, quindi vi dico che sicuramente rimarrà ancora un’ utopia.

Cosa bisognerebbe fare a questo punto per la lotta alla mafia e ai sequestri di beni. Innanzitutto bisognerebbe istituire strumenti validi alla finanza di incentivazione fiscale, introducendo facilitazioni contributive per il mantenimento dei dipendenti, prevedendo un welfare per ricollocare i lavoratori in caso di chiusura dell’attività.

Abrogare le discipline dell’autofinanziamento, per creare un fondo per la gestione dei beni, utilizzando il contante sequestrato rinvestendolo negli immobili e nelle aziende.

Stipulando poi dei ” patti ” con le banche, smettendo di pagare gli interessi sui i mutui relativi ad immobili confiscati ai mafiosi.

Formando poi dei veri manager, amministratori giudiziari competenti che dovrebbero essere in grado di fare il loro mestiere fino in fondo e di programmare piani a medio e a lungo termine per le aziende confiscate.

Creando una vera e propria anagrafe dei beni confiscati, monitorando costantemente i beni segnalando le emergenze ed intervenire tempestivamente.

Approvando quindi una legge d’iniziativa popolare ” io riattivo il lavoro ” che dovrebbe lanciare la Cgil – che dovrebbe tutelare i suoi dipendenti delle aziende sotto confisca, in modo che garantirebbe loro gli stessi diritti di tutti gli altri lavoratori dei settori in crisi.

Vi voglio far capire adesso che tutte queste belle iniziative  non basteranno, ma sarebbe già un buon inizio.

Reporter

Freelancer Valter Padovano

Basta un “Mi Piace” per aumentare la visibilità di questa pubblicazione e permettere ad altri di vederla e condividerla. Clicca su “Mi Piace”

VI INVITO A VISIONARE ATTENTAMENTE QUESTO VIDEO, RIMARRETE SCONCERTATI

Reporter

( Freelancer Valter Padovano )

Basta un “Mi Piace” per aumentare la visibilità di questa pubblicazione e permettere ad altri di vederla e condividerla. Clicca su “Mi Piace”

C’ERA UNA VOLTA LA SANITA’ PUBBLICA

SANITA’ PUGLIA, PRESCRITTI 23 DEI 25 REATI CONTESTATI ALL’EX SENATORE A.T. IL PROCESSO PROSEGUE

Lo ha annunciato il presidente del collegio dei giudici chiamati a pronunciarsi sull’eventuale colpevolezza di 18 persone.

Gli unici due reati che resterebbero in piedi sono l’associazione per delinquere e la concussione. L’ex Governatore faceva parte di una ” cupola ” che fra il 2005 e il 2009 avrebbe ” illecitamente pilotato ” forniture e gare d’appalto nel settore sanitario.

Quasi tutti prescritti. Dei 25 capi d’imputazione nell’ambito del processo sulla malasanità pugliese, ben 23 risultano ormai estinti.

Lo ha annunciato in udienza il presidente del collegio dei giudici chiamati a pronunciarsi sull’eventualità colpevolezza 18 persone.

Gli unici due reati che resterebbero in piedi sono l’associazione per delinquere e la concussione quest’ultima legata ad un episodio risalente al gennaio 2009, contestati a 10 imputati.

Il Tribunale di Bari non ha tuttavia formalmente dichiarato il non luogo a procedere per prescrizione, riservandosi di farlo alla prossima udienza del gennaio 2017.

In quell’occasione, peraltro, l’accusa – rappresentata dall’aggiunto L.G.B. e dal PM L.S. – citerà anche l’imprenditore barese G.P., imputato in altri processi sulla sanità pugliese.

Reporter

( Freelancer Valter Padovano )

Basta un “Mi Piace” per aumentare la visibilità di questa pubblicazione e permettere ad altri di vederla e condividerla. Clicca su “Mi Piace”

CHI HA UCCISO I GIUDICI ANTIMAFIA

Il pentito Gaspare Spatuzza ha inizialmente rivelato che non è stato il mafioso  Vincenzo Scarlantino a rubare la fiat che ha fatto saltare (in aria) Borsellino, ma lui.

Ha soprattutto rivelato è detto che, nel garage di Palermo dove avevano imbottito di esplosivo l’auto non vi erano soltanto mafiosi, vi era anche un agente segreto, sui 50 anni.

Spatuzza lo identifica a distanza di due mesi, in un archivio di foto che i Servizi Segreti hanno dovuto inviare ai magistrati di Caltanissetta, su loro richiesta.

E’ stato quindi riconosciuto subito dopo, da Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex Sindaco mafioso di Palermo, come uno degli uomini dello stato che trattava con suo padre Vito.

Evidentemente e’ uno dei legami tra lo stato e Cosa Nostra.

L’ agente segreto fu messo sotto inchiesta e la sua identità non è stata mai svelata…. .

Sembrerebbe successivamente che furono poi identificati altri agenti  che trattavano  con Vito Ciancimino.

Per esempio il  ” signor Franco “, l’uomo che, per tre anni avrebbe avuto dei contatti stretti con lui, gli avrebbe quindi consegnato  dei passaporti falsi e il papello ( la lista di richieste di Toto’ Riina  allo stato per fermare i massacri ).

Quest’ uomo  non voleva che Vito parlasse, ne che lo facesse suo figlio Massimo , che recentemente aveva intimidito ….quello che poi emerse da tutto questo, e’ che una parte dello stato trattava con Cosa Nostra mentre da un’altra parte partecipo’ materialmente ai massacri.

Una commissione del Ministero Dell’Interno tuttavia rifiuto’ di ammettere Spatuzza nel programma definitivo di protezione dei pentiti in quando “non affidabile”.

Il pentito viene reso invece affidabile da tre procure ( Caltanissetta, Firenze, Palermo ) e dal Procuratore Nazionale Antimafia , si vede respinto da questa commissione governativa.

Motivo ufficiale: Spatuzza ha fatto le sue rivelazioni oltre i sei mesi durante i quali un pentito deve parlare.

Spatuzza aveva citato che il suo Boss che affermava ,nel 1994, che la mafia aveva ” il paese in mano ” grazie a Silvio Berlusconi, e al suo braccio destro, il Senatore Dell’Utri….  il quale e’ stato condannato in appello, il 29 giugno, a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.

Questa fu una pena molto importante per un uomo che aveva avuto da sempre rapporti di affari con Berlusconi, nostro Presidente Del Consiglio…. .

Anche se i giudici lo avevano assolto nel periodo del 1992 ad oggi.

In ogni caso, la decisione di non proteggere Spatuzza, che giunge mentre vengono riaperte le inchieste sui magistrati, e’ un segnale politico a coloro che fanno emergere una verità diversa da quella ufficiale.

Dopo diciassette anni di silenzio, Riina decide di parlare per la prima volta dove lui stesso si era reso conto che era stato usato.

Sulla morte di Borsellino disse con sue testuali parole ” Non guardate sempre e solo me , guardatevi dentro anche voi ” aggiungendo ” l’hanno ammazzato loro “.

Riina ha 80 anni, è malato. Si spera che parli prima di morire… e’ grave se solo fosse accertato … ma chi, all’interno dello Stato? La Democrazia Cristiana ( DC ) che allora era al potere.

La DC aveva avuto dei rapporti con la mafia, ma coloro che hanno destabilizzato l’Italia a colpi di bombe sono quindi da cercare  non nei partiti ma all’interno dell’apparato dello Stato.

Infatti, queste bombe esplodono in un momento di vuoto e di ricomposizione politica: la DC crolla, spazzata via dall’operazione anticorruzione “Mani Pulite” e nasce un nuovo partito, quello di Berlusconi: Forza Italia.

Il processo Borsellino sara’ riaperto per far piena luce.

Ci sono troppi interrogativi. Scarantino, che si era accusato all’inizio di aver rubato lui la “Fiat” che doveva uccidere il giudice, sarebbe dunque un falso pentito, come credono i magistrati colui che aveva partorito e’ l’ex super poliziotto  Arnaldo La Barbera. Ora si e’ appena saputo che questo super poliziotto incaricato, dalla fine del 1992, dell’inchiesta su questo trauma nazionale che sono stati gli assassini di Falcone e Borsellino, è stato un agente dei servizi segreti….

Tutto questo è incredibile. Compariva a libro paga come ” fonte ” sotto il nome di ” Catullo ” nel 1986 – 1987, poi e’ diventato capo della Squadra Mobile di Palermo nel 1989. Ma chi entra nel mondo dei servizi segreti non ne esce… .

La sorpresa fu totale. Perchè un poliziotto sarebbe stato anche uno 007. A chi doveva riferire. E’ morto nel 2002.

Nel 1989 all’Addatura in Sicilia, vi fu un attentato fallito e già da allora, all’ interno dello Stato alcuni volevano la morte di Falcone.

I due killer erano arrivati dal mare in un canotto per piazzare davanti alla villa di Falcone 58 candelotti di dinamite.

I sospetti si erano diretti su due poliziotti, Antonino Agostino ed Emanuele Piazza. Oggi, dopo ventun’anni, vi sono state delle nuove indagini rovesciando tutto: i killer – mafiosi e uomini dei servizi segreti – sarebbero infatti arrivati via terra. Mentre Agostino e Piazza sarebbero giunti li per impedire l’esplosione….

I due poliziotti morirono poco dopo. Piazza fui strangolato nove mesi dopo  l’Addura. Alcuni mesi prima Agostino e’ stato ucciso.

Gli assassini non sono mai stati scoperti. Anche Riina ha ordinato un’ inchiesta interna a “Cosa Nostra” per sapere chi lo aveva ucciso. Invano. Quindi non era stata “Cosa Nostra”…. due mesi dopo il padre di Antonino Agostino, che in preda alla disperazione non tagliava la barba subito dopo la morte del figlio, pochi giorni prima  dell’omicidio, due poliziotti erano andati a cercarlo: ” dov’è tuo figlio “. Uno dei due, disse aveva una faccia da mostro, con la parte destra gonfia, butterata, che lo faceva assomigliare ad un cavallo, quella stessa faccia che alcuni testimoni avrebbero visto su altri luoghi di massacri Siciliani.

Il primo ad averne parlato fu un pentito di mafia, ucciso nel 1996, Luigi Ilardo, che racconto’ ad un Colonnello dei Carabinieri, Michele Riccio, di aver visto un uomo dei servizi segreti, con ” la faccia da mostro “, andare a piazzare alcune bombe.

Quell’attentato dell’Addatura fu seguito dopo da strane indagini. Cosa avvenne, la notte seguente all’omicidio di Agostino, la squadra mobile di Palermo, fece una perquisizione a casa sua. Il padre sapeva che suo figlio aveva dei documenti segreti in un armadio.

I poliziotti li trovano subito… e spariscono. Tutto questo e’ davvero incredibile quest’anno, dopo ventun’anni, i giudici di Palermo fanno mettere una  microcamera a casa  di uno di questi poliziotti, Guido Paolilli, a Pescara. Per mesi, niente. Fino a che un mattino, vedendo il padre di Agostino alla televisione, Paolilli dice a suo figlio: ” Quella notte, abbiamo fatto sparire un mucchio di carte ” . Questo poliziotto  era agli ordini di La Barbera…  il padre di Agostino ha anche parlato a La Barbera del ” mostro “.  Ma il verbale misteriosamente spari’.

Il giudice Falcone già dal 1989 inizio’ a capire e a comprendere chi stava tramando contro di lui. Due ore prima dell’attentato fallito, disse che coloro che lo avevano organizzato erano ” spiriti molto raffinati “.

Non parlava dei mafiosi… Hai indicato cosi’ una pista mai seguita….  Sapeva che una parte dello Stato voleva ucciderlo, perchè destabilizzava il potere italiano. Si era appena concluso il maxi-processo che gli aveva istruito, fu la prima vera  disfatta della mafia….

Oggi, da un lato, l’Italia commemorava i suoi eroi Falcone e Borsellino. Dall”altro, sa dove si trovavano, fino ai due mesi, tutti gli atti delle inchieste sulle loro morti. Accatastati in un deposito  della polizia di Bagheria, vicino Palermo, rosi dagli escrementi dei topi e dall’umidità.

Il procuratore di Reggio Calabria, che ha dichiarato guerra alla ” Borghesia mafiosa “, la mafia con il colletto bianco, e il procuratore di Caltanissetta, che indaga sui massacri in Sicilia, hanno ricevuto un proiettile per posta, con la stessa impronta digitale. Queste minacce  fanno seguito a ben altre dall’inizio dell’anno, nei confronti di magistrati… Un clima simile a quello del 1992, che rende palpabile la paura di un attentato in Sicilia o in Calabria.

Reporter

( Freelancer Valter Padovano )

Basta un “Mi Piace” per aumentare la visibilità di questa pubblicazione e permettere ad altri di vederla e condividerla. Clicca su “Mi Piace”

LE DUE STRAGI AVVENUTE IN SICILIA

borsellino

Io credo che il compito che deve avere un reporter  Freelancer e’ quella di dare la giusta informazione ed è quella di controllare il potere in tutte le sue forme e non vezzeggiarle.

Credo anche che senza la vera informazione non ci sia piu’ la vera democrazia con il coraggio di dire e non di raccontare tutta la verità.

l’Italia ha bisogno di sapere la verità e io lo farò fino in fondo.

Vorrei ricordare con un pò di storia che nel 1992, i magistrati Falcone e Borsellino verranno assassinati a Palermo.

Diciotto anni dopo vi furono delle rivelazioni che suggeriranno  complicità ai piani alti dei poteri.

Dietro le bombe che insanguinarono l’Italia negli anni 1992 – 1993, massacrarono il Giudice Giovanni Falcone, pioniere della lotta contro la mafia e due mesi dopo, il suo amico Paolo Borsellino.

Dietro a queste stragi si nascondeva un mandante di Stato, una regia occulta che guido’ la mano assassina di Cosa Nostra, la mafia Siciliana?

Su questi massacri vi era sempre stato dei vizi d’ombra, l’ipotesi piu’ agghiacciante, fa capolino, in Italia, attraverso le dichiarazioni dei pentiti, fino al Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, che dice ” la mafia non era la sola ad avere interesse ad eliminare Giovanni Falcone ” o che gli attentati del 1993 hanno aperto una strada ad una ” nuova entità politica “.

Toto’ Riina detto ” U CURTU ” il capo di Cosa Nostra, fu condannato, nel 2002 come mandante, eppure…, se Riina e’ certamente il mandante siciliano di questi omicidi, e non è mai stato trovato il mandante italiano, politico, quello che, con Cosa Nostra, ha pianificato questi attentati di Palermo nel 1992 poi quelli del continente nel 1993, ci dissero che gli autori mafiosi erano i corleonesi, e solo loro sono stati catturati e condannati.

Poco dopo, affiora un’ altra verità: la mafia siciliana di Riina sarebbe stata il braccio armato di un altro potere, strumentalizzata per fare il lavoro sporco.

Dopo la morte di Falcone e Borsellino, questa ” mafia militare ” e’ stata annientata da una repressione senza precedenti dallo Stato Italiano.

Oggi sempre piu’ elementi iniziano a far pensare ad un complotto di Stato… soprattutto il ripetersi sui luoghi dei massacri, di ” presenze estranee ” a Cosa Nostra – Agenti dei Servizi Segreti Italiani.

Reporter

( Freelancer Valter Padovano )

Basta un “Mi Piace” per aumentare la visibilità di questa pubblicazione e permettere ad altri di vederla e condividerla. Clicca su “Mi Piace”