NDRANGHETA, IO ROSARIA SCARPULLA SONO RIMASTA DA SOLA A COMBATTERE LA MIA BATTAGLIA

NDRANGHETA, IO ROSARIA SCARPULLA SONO RIMASTA DA SOLA A COMBATTERE LA MIA BATTAGLIA

ROSARIA SCARPULLA ” MADRE CORAGGIO ” SONO RIMASTA DA SOLA, SENZA SCORTA A COMBATTERE L’NDRANGHETA. LEI ADESSO ACCUSA E ROMPE IL SILENZIO.

08/05/2018 – Rosaria Scarpulla, si ribella e fa nomi con  accuse ben precise in una conferenza stampa: Parla “ Sono rimasta sola a combattere la mia battaglia e la strage non è ancora finita. Vogliono tutto il mio casato ”.

“ Madre-coraggio ”  cosi’ viene definita, rompe il silenzio e torna a parlare. Lo fa a due passi dal nuovo Tribunale di Vibo Valentia, nella sala conferenza della Confcommercio.

Al suo fianco c’è l’avvocato Giuseppe De Pace che dal 2014 assiste lei e la sua famiglia. Fa nomi e cognomi Rosaria Scarpulla, la mamma di Matteo Vinci, il 42enne di Limbadi ucciso da un’autobomba piazzata sotto la sua auto lo scorso 9 aprile nelle campagne di Limbadi. “ A me – sottolinea la donna – non interessa dei Mancuso come cognome.

Io combatto contro le persone che hanno ucciso mio figlio e fatto male a mio marito e alla mia famiglia.

In questa vicenda sono coinvolti anche due Mancuso: Salvatore detto “ Lo zoppo ” e Rosaria Mancuso.

Sono persone indegne che agiscono dietro le nostre spalle, ma io so chi sono e li ho anche visti ”

. Si tratta del fratello più piccolo e della sorella di Giuseppe, Diego, Pantaleone ( alias l’Ingegnere ) e Francesco ( alias Tabacco ) Mancuso.

Cronologia dei fatti. La famiglia Vinci sarebbe nel mirino dei Di Grillo-Mancuso fin dal 2014 quando – questa la tesi che la difesa sta cercando di dimostrare nel corso di un processo che si trascina da quattro anni – un gruppo di sei persone aggredì Francesco Vinci e Rosaria Scarpulla.

L’avvocato De Pace l’ha definita una “ spedizione punitiva ” nei loro confronti condotta da Rosaria Mancuso e dal marito Domenico Di Grillo.

A quell’episodio ne seguirono altri e sempre per questioni relative ad un terreno ubicato proprio nella zona dove un mese fa è saltata in aria l’auto guidata da Matteo.

Ai Vinci fu incendiato un capannone, furono murate le finestre dell’abitazione di campagna e il 30 ottobre del 2017 Francesco Vinci venne brutalmente aggredito e per le gravi ferite riportate ricoverato anche in terapia intensiva.

“ E’ stato – afferma Rosaria Scarpulla – un tentato omicidio. Mio marito ha visto in faccia i suoi aggressori, li ha riconosciuti e mi ha anche detto i nomi ”.

Cita Domenico Di Grillo, la moglie Rosaria Mancuso, il genero di quest’ultimi Vito Barbara e i loro più stretti familiari.

Il caso è al vaglio della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro che non ha ancora deciso se contestare l’aggravante mafiosa.

SENZA SCORTA

Intanto il tempo passa e ad un mese dall’autobomba che ha ucciso Matteo Vinci e ferito gravemente il padre Francesco è calato il silenzio.

Un silenzio rotto proprio dalle nuove accuse lanciate da Rosaria Scarpulla e dal suo Avvocato Giuseppe De Pace.

Madre-coraggio ha nuovamente puntato l’indice contro una parte della famiglia Mancuso. Ha idee precise su chi è stato.

“ Se non hanno agito loro in prima persona – afferma riferendosi ai Di Grillo-Mancuso – hanno mandato loro qualcuno.

Io non ho altre inimicizie e sono stata catapultata in una storia più grande di me ”. Rosaria porta avanti una battaglia per suo figlio che in questa storia ci ha rimesso la vita.

La nuora, Laura, è appena ripartita per l’Argentina. “ Vado avanti per mio figlio, poi per la famiglia e poi per i giovani limbadesi.

Come fa una persona che subisce – si chiede – ad andare a dire certe cose quando lo Stato non tutela nessuno.

Non ha tutelato Matteo, non sta tutelando noi in queste vicenda, non tutela Limbadi. Io non vedo niente.

SIAMO AL PUNTO DI PARTENZA

Questo caso è in mano al procuratore Gratteri e quindi ci sarà un punto di arrivo.

Sono fiduciosa perché se neanche adesso si riuscirà a fare giustizia vuol dire che l’Italia è morta, i giovani sono morti e non ci sarà più speranza per nessuno ”.

Sulla scorta che ancora non c’è Rosaria Scarpulla dice: “ Io non sono un avvocato o un magistrato per giudicare.

Sono stata una bracciante agricola, sono una casalinga e quindi non so come funzionano queste cose.

Io so qual è la verità e voglio che sia fatta giustizia. Tocca ai magistrati prendere provvedimenti. Loro sanno se io debbo avere la tutela o la scorta.

Loro devono proteggerci e sono sicura che ancora la strage non è finita, che il loro obiettivo era tutto il mio casato.”

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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IL GIORNALISTA GIOVANNI TIZIANO : ” LA MIA VITA NEL MIRINO “

IL GIORNALISTA GIOVANNI TIZIANO : ” LA MIA VITA NEL MIRINO “

GIORNALISTA, LA MIA VITA NEL MIRINO DELL’NDRANGHETA MA ANCHE SOTTO SCORTA

07/05/2018 – Giovanni Tiziano il giornalista e collaboratore dell’Espresso a cui la ‘ndrangheta voleva ” sparare in bocca ” racconta la sua storia.

Dalle prime inchieste locali sulle infiltrazioni malavitose in Emilia fino al giorno in cui si è ritrovato sotto scorta, ci sono telefonate in grado di stravolgerti la vita.

Alcune lasciano un segno eterno, altre per qualche anno.

L’ultima l’ho ascoltata pochi giorni fa. Intercettati dagli investigatori, un boss-imprenditore legato alla ‘ndrangheta calabrese e un faccendiere piemontese pianificano di zittirmi in qualche modo.

Sparandomi, comprandomi o imbavagliandomi attraverso sottili metodi mafiosi.

L’ audio è agghiacciante. Il nastro l’ho ascoltato come tutti il giorno degli arresti. La preoccupazione più grande non era rivolta alla mia incolumità o al pericolo che avevo corso, ma alle persone che con me hanno condiviso quest’anno di inferno fatto di paure, privazioni e scorte armate.

Davanti a me gli occhi della mia compagna, che al mio fianco in questi tredici mesi non ha mai dubitato che stessi facendo la cosa giusta; di mia madre, con la quale abbiamo condiviso il buio del dolore e attimi di luce.

Ho pensato ad Amelia. La nonna materna che dopo l’ assassinio di mio padre ha avuto la forza di guardare avanti e credere fino in fondo in un futuro normale fuori dalla Calabria.

In fondo lo devo proprio a lei se ho iniziato a scrivere e a raccontare le patologie secolari che immobilizzano l’economia italiana: mafia e corruzione, due facce della stessa medaglia.

Dei suoi ricordi, sussurrati davanti al caminetto nelle sere del gelido inverno modenese, ne ho fatto tesoro.

Li custodico gelosamente. Racconti che mi hanno permesso di guardare al passato con occhi diversi.

Di affrontare il presente con un profondo senso di rispetto per le mie radici: ” La rabbia porta solo guai “, mi ripeteva spesso.

E’ questo passaggio di testimone, da una generazione a un’altra, che mi ha insegnato a resistere alle impreviste bufere della vita.

Nonna Amelia non ha fatto in tempo ad ascoltare il nastro dell’intercettazione. Prima di morire, nel luglio 2012, sapeva della scorta assegnatami, ma non le avevo mai accennato al possibile contenuto.

Meglio così. Le avrei provocato un dolore inutile. L’avrebbe trascinata indietro nel tempo, in quel passato insaguinato dalla ‘ndrangheta, ostaggio dei sequestri, marchiato da incendi e morti ammazzati.

GLI SPARO IN BOCCA!

Il frammento di intercettazione che 13 mesi ha cambiato il mio quotidiano. Da allora, 22 dicembre 2011, tre giorni dopo aver sentito quelle parole e tante altre sul mio conto, gli investigatori hanno deciso in via d’urgenza di blindarmi la vita, proteggendomi con la scorta.

Un cambiamento radicale, certo. Una forte limitazione della libertà personale causato dall’arroganza di un personaggio, Nicola Femia, che quando comincia a interessarsi di me e dei miei articoli ha già sulle spalle una condanna a 24 anni in secondo grado.

Eppure è libero di amministrare società italiane ed estere, di intrecciare relazioni con insospettabili, di estorcere denaro, imporre il proprio dominio nella rossa Emilia Romagna e non solo. Anche questa è l’Italia.

Un anno è passato dalla telefonata con cui mi hanno comunicato l’assegnazione della protezione perché ” persona esposta a rischio “.

Ci vorrà ancora tempo perché io possa ritornare a passeggiare libero e vagare senza meta, semplicemente per il piacere di farlo.

Ma finirà. Non sarà per sempre.

In eterno mi porterò invece il dolore provocato dagli squilli indiscreti piovuti in una notte del luglio ’88.

Vivevo ancora a Bovalino, nella Locride. Quando una telefonata annunciava che il mobilificio di mio nonno era stato divorato dalle fiamme.

Poche ore e il rogo doloso ha trasformato il sogno di Ciccio, il padre di mia mamma, in uno scheletro consumato.

Sono passati 23 anni ma quell’immagine mi accompagnerà per il resto dei miei giorni.

Così come l’annuncio della morte di mio padre. Tornava a casa dal lavoro. Lo aspettavamo a casa.

Ma lungo la statale 106 all’entrata di Locri due motociclisti rimasti ignoti, lo attendevano per ucciderlo.

La sua vita è finita quella notte, sul muro che separa la strada dalla ferrovia. Ucciso mentre era alla guida della sua panda rossa.

Oggi su quel muretto bianco c’è un murales che lo ricorda, realizzato a luglio 2010 dall’associazione daSud.

Un atto di giustizia dovuto alla sua memoria. Neppure quegli squilli del citofono dimenticherò. E il vuoto lasciato dalla sua perdita rimarrà, anch’esso per sempre.

Tasselli della mia infanzia calabrese e della mia vita emiliana. Passato e presente legati da un filo rosso.

Tenuti assieme dalla volontà di non abbassare mai la testa, di ricercare la verità a tutti i costi, di guardare dentro la realtà per raccontarne le corruzioni.

Ieri e oggi con la ‘ndrangheta che cerca in ogni modo di bloccarmi la corsa verso la normalità.

A cui resisto, oggi come allora, portando avanti le mie passioni e sfidando la cultura del favore sul terreno dei diritti.

Ecco perchè la paura iniziale per le minacce ha lasciato il posto al ” fresco profumo di libertà “, citato da Paolo Borsellino.

Nonostante la scorta, il dolore, la precarietà e le incertezze per il futuro.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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VIVERE E MORIRE DI ‘NDRANGHETA IN CALABRIA

VIVERE E MORIRE DI ‘NDRANGHETA IN CALABRIA

D’NDRANGHETA IN CALABRIA SI PUO’ ANCHE MORIRE CON IL POTERE DELLE COSCHE

06/05/2018 – Vi voglio narrare da Reporter Freelancer Il potere che possono avere le cosche in Calabria.

Quest’articolo non è un racconto ma è una verità di quello che avviene in Calabria e non è un Film.

Una vita segnata dalla ferocia della mafia attraverso i ricordi di chi è nato in Calabria come i giornalisti che tentavano di denunciare e poi hanno pagato con la pelle.

L’ndrangheta con le imboscate  catturavano imprenditori, figli di industriali, medici, farmacisti.

Fino agli anni Ottanta, quando è stato raggiunto l’apice; poi i sequestri sono diminuiti e, infine, cessati a metà degli anni Novanta.

In quel periodo terribile, Bovalino, la Locride e la provincia di Reggio Calabria erano al centro delle notizie di cronaca.

Telecamere e macchine della Rai sostavano nelle piazze o davanti alle case. Nel mio paese, la piazza di fronte alla chiesa era illuminata dai riflettori delle dirette televisive, e al mio sguardo di bambino sembrava uno stadio che attende l’ingresso dei giocatori.

Tutta quell’attenzione e quel trambusto nelle strade del paese mi davano un brivido di eccitazione, che però si mescolava all’apprensione che percepivo negli adulti: nel viavai degli amici a tarda sera, nelle parole sussurrate e nei volti tesi.

Ero piccolo e i discorsi dei grandi mi sfuggivano, ma era impossibile non avvertire la preoccupazione, l’ansia, l’incertezza.

Quando mi sedevo in braccio alla nonna davanti al camino, le domandavo il perché dei riflettori, delle telecamere, e lei, che conosceva i nomi di tutti i giornalisti impegnati nella Locride, mi abbracciava e mi parlava come se fossi adulto; mi spiegava che erano lì perché le persone rapite che avevamo visto alla tv forse erano tenute nascoste sui nostri monti e bisognava fare tutto il possibile affinché venissero liberate.

” È successo anche ai nostri amici, sai? Continua il giornalista della zona.

Eri piccolo, avevi tre anni. Non puoi ricordare “.

Si riferiva al sequestro del farmacista del paese, Giuseppe De Sandro, amico di famiglia.

C’erano giornalisti bravi e meno bravi. Quelli che aspettavano la notizia, che cercavano i fatti, e quelli che inseguivano con ferocia lo scoop.

Da mostrare a un’Italia terrorizzata da una banda di selvaggi criminali dall’accento duro e dai modi rudi.

Ignara che presto, con quegli stessi banditi, avrebbe concluso affari vantaggiosi e che eminenti politici, alla ricerca di voti, ci avrebbero cenato insieme.

Gli italiani non immaginavano che avrebbero diretto le loro Asl e costruito le loro case, le autostrade, gestito discoteche e ristoranti.

Nella Locride si aggiravano anche personaggi ambigui, inviati da chissà quale grumo di potere per trattare con i rapitori.

Poi vi erono uomini armati, con mimetiche e anfibi neri sporchi del fango dell’Aspromonte, alla ricerca dei sequestrati, nascosti nei covi scavati nelle nostre montagne.

Ostaggi sepolti vivi sotto le frasche che celavano una voragine trasformata in tana. Nella cronaca dei telegiornali e dei quotidiani nazionali, la mia terra assomigliava a un paese in guerra.

Da una parte lo Stato, timido e impacciato, dall’altra un esercito organizzato e pronto a tutto. E in mezzo noi, legati al nostro destino, i veri sequestrati in Patria.

Un’ inferno senza via di fuga. Isolati da un’informazione sensazionalistica, fatta di approssimazione e stereotipi, che ci trattava come animali esposti allo zoo.

REPORTER

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SMANTELLATA IN PIEMONTE L’ORGANIZZAZIONE DELL’NDRANGHETA NELL’OPERAZIONE BARBAROSSA

SMANTELLATA IN PIEMONTE L’ORGANIZZAZIONE DELL’NDRANGHETA NELL’OPERAZIONE BARBAROSSA

OPERAZIONE BARBAROSSA SMANTELLATA IN PIEMONTE UN ORGANIZZAZIONE CHE AVEVA I COLLEGAMENTI CON I CLAN VIBONESI, 26 ARRESTI

06/05/2018 – A capo vi erano tre famiglie residenti in provincia di Asti, in costante contatto con gli esponenti della ‘ndrangheta calabrese come gli Stambè e i Catarisano.

Tra i 58 indagati anche commercianti, imprenditori, artigiani e liberi professionisti

Sono state ventisei le ordinanze di custodia cautelare in carcere con l’accusa di associazione di stampo mafioso, 58 indagati tra commercianti, imprenditori, artigiani e liberi professionisti e 78 perquisizioni domiciliari.

Questi sono solo alcuni dei numeri della maxi operazione denominata  “ Barbarossa ” condotta dai carabinieri di Asti, che è riuscita a smantellare un’organizzazione criminale di stampo ‘ndranghetista attiva nell’Astigiano e nel Cuneese.

OPERAZIONE ” BARBAROSSA “

Al sodalizio criminale gli inquirenti contestano, fra le altre cose, un omicidio, due tentati omicidi, numerose rapine, estorsioni, furti, traffico di armi e droga.

Nel corso dell’indagine è stato accertato che l’associazione si era infiltrata in diversi settori economici: edile, agricolo commerciale e sportivo.

Una nuova locale di ‘ndrangheta con sede ad Asti, che aveva le sue ramificazioni in localita’ “ insospettabili ” come Costigliole d’Asti, Agliano Terme, Castelnuovo Don Bosco, Castagnito, Canelli, Isola d’Asti, Mombercelli, Calosso e la più nota Alba.

A capo della locale tre famiglie residenti in provincia di Asti, in costante contatto con gli esponenti della ‘ndrangheta calabrese, in particolare delle provincie di Catanzaro e Vibo Valentia.

L’OMBRA DEI CLAN SUL CALCIO

In ambito sportivo, è stato provato il ruolo centrale delle famiglie Catarisano e Zangrà, che controllavano le squadre di calcio dell’Asti e della Pro Asti Sandamianese mentre la famiglia Stambè aveva interessi nell’Us Costigliole Calcio e nella Motta Piccola California.

Inoltre, sia gli Stambè che gli Zangrà, facevano affari con due aziende di calcestruzzi, la Concretocem Snc e la Mercurio Calcestruzzi Snc nonchè con l’azienda agricola Giacosa Sas.

L’indagine, avviata nel maggio 2015, oltre alle provincie di Asti e Cuneo, ha interessato anche quelle di Alessandria, Torino, Milano e Savona.

REPORTER

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L’NDRANGHETA E’ ANCHE IN PIEMONTE

L’NDRANGHETA E’ ANCHE IN PIEMONTE

SMANTELLATA UNA ORGANIZZAZIONE COLLEGATA AL CLAN VIBONESI

05/05/2018 – Un maxi blitz dei carabinieri con  arresti a raffica nell’Astigiano e nel Cuneese. Estorsioni, traffico di armi e droga i reati contestati a vario titolo.

E’ avvenuta una maxi-operazione contro la ‘ndrangheta in Piemonte. All’alba i carabinieri del Comando Provinciale di Asti hanno eseguito decine di arresti per estorsioni, traffico di armi e droga.

Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal GIP di Torino alla fine di una complessa indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia Torinese.

Nell’operazione, denominata “ Barbarossa ”, condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Asti, con la collaborazione dei colleghi della Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta, sono stati impegnati circa 300 militari dell’Arma.

l’OPERAZIONE E’ STATA CHIAMATA BARBAROSSA

 Gli investigatori ritengono di aver smantellato una presunta organizzazione criminale attiva nell’Astigiano e nel Cuneese, legata alle cosche calabresi, in particolare al temuto clan dei Mancuso di Limbadi, nel Vibonese.

Secondo l’accusa sarebbe stato costituito un locale di ‘ndrangheta nell’astigiano con ramificazione nella confinante provincia di Cuneo.

Nell’ambito di questo blitz sono state eseguite anche una cinquantina di perquisizioni a carico degli indagati, quasi tutti residenti in Piemonte ( tranne uno ) che è originario della Calabria.

REPORTER

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ARRIVANO LE MINACCE DALL’ NDRANGHETA AD UN MAGISTRATO DELLA CALABRIA

ARRIVANO LE MINACCE DALL’ NDRANGHETA AD UN MAGISTRATO DELLA CALABRIA

LE MINACCE DELL’NDRANGHETA AL MAGISTRATO CALABRESE CHE NON LO SPAVENTANO

05/05/2018 – Le minacce di cui sto per parlarvi in questo articolo da parte dell’ndrangheta avvengono a Reggio Calabria ad un magistrato al PM Antimafia, Dr. Giuseppe Lombardo.

Come dicevo le minacce le riceve tutti i giorni un magistrato, però lui intende andare avanti, sull’esempio di Falcone e Borsellino, lui è il PM Antimafia Dr. Giuseppe Lombardo,

Il Magistrato lo hanno definito il ” cacciatore di mafiosi più tosto del mondo “, Lombardo, raggiunto a Reggio Calabria, spiega inoltre che l’infiltrazione della ‘ndrangheta in Germania è un fenomeno sottovalutato dalle istituzioni tedesche.

Il magistrato descrive come sia formata la struttura gerarchica e militare delle cosche calabresi, che hanno il loro quartier generale a San Luca.

” Nelle decisioni importanti che l’ndrangheta prende, sia in Germania, Sudamerica o in Australia, il sì o il no arriva comunque sempre da San Luca “, il magistrato afferma spiegando poi che la ‘ndrangheta è divisa per famiglie e per territori.

Lombardo ” fa male alla mafia “, e lui  da anni toglie i bambini alle famiglie malavitose i cui padri finiscono in carcere o fuggono all’estero.

” Le famiglie sono le strutture basilari della ‘ndrangheta. I bambini non possono non diventare mafiosi. Noi diamo loro una chance di scegliere un’altra vita “.

” Ma i padrini odiano quando ci si avvicina alle loro famiglie. Questo ha fatto inasprire le minacce nei miei confronti “, aggiunge Lombardo.

” Ricevo così tante minacce, che non riesco neanche più a contarle – racconta a riguardo -. Una volta un proiettile, una volta una lettera minatoria, un’altra poter trovare sul mio percorso un’autobomba.

Ma io non ho mai pensato di rinunciare. Non succederà mai. Mai! Chi lotta contro la mafia e contro i suoi boss deve sapere quale rischio corre.

Io l’ho deciso volontariamente. Più difficile è per la mia famiglia. I miei figli di 6 e 8 anni crescono con militari e bodyguard. Questo è il prezzo ” .

La sua missione ha origine nella storia familiare: ” Mio padre era procuratore, mio nonno anche. Perciò già da bambino avevo la sensazione che si dovesse combattere, perché la ‘ndrangheta qui controlla tutto.

La mafia blocca lo sviluppo, le persone non possono svilupparsi liberamente. E io ho preso la mia decisione in un periodo in cui venivano continuamente rapite persone.

Mi era già chiaro da giovane: cose del genere non devono succedere “.

” Chi ha paura di morire muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola {cit. Paolo Borsellino} “, era il motto seguito da chi lo ha preceduto e al quale personalmente si ispira in questa lotta.

REPORTER

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PER I COMUNI SCIOLTI PER MAFIA, GRATTERI AVVISA CHE IL COMMISSARIO PREFETTIZIO DOVRA’ ESSERE PIU’ PRESENTE

PER I COMUNI SCIOLTI PER MAFIA, GRATTERI AVVISA CHE IL COMMISSARIO PREFETTIZIO DOVRA’ ESSERE PIU’ PRESENTE

MOLTI COMUNI SONO STATI SCIOLTI IN CALABRIA PER MAFIA, IL PROCURATORE GRATTERI DICE: ” IL COMMISSARIO DEVE ESSERE PIU’ PRESENTE “

04/05/2018 – Il Procuratore di Catanzaro, che è alla guida della DDA del capoluogo di regione, avverte che è necessario adesso modificare la norma.

Gratteri comunica: “ Stiamo ottenendo qualche risultato in piu’, vedo una crescita da parte del mio ufficio che ha competenza su quattro province della Calabria.

Non siamo in pochi, riteniamo che il numero dei magistrati della Procura di Catanzaro, come quella di Reggio Calabria, sia sufficiente.

Dobbiamo ora organizzarci meglio, stiamo avendo una Polizia Giudiziaria di qualita’. Non continuiamo a piangerci addosso, dicendo che siamo pochi, dobbiamo lavorare meglio e di più “.

Cosi’ il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Dr. Nicola Gratteri parla il 1 Maggio, festa del lavoro.

I Comuni – ha continuato Gratteri – vengono sciolti per mafia nel 99% dei casi, quando la procura, a conclusione delle indagini, invia gli atti alla prefettura e quindi, dopo l’istruttoria, si procede e viene nominato cosi’ un Ufficiale Prefettizio.

Il problema, in alcuni casi, e’ che il commissario si reca in Comune poche volte a settimana. Quindi sostanzialmente l’amministrazione viene congelata per due anni.

La popolazione mediamente pensa che era meglio quando c’era il sindaco, che riusciva almeno a dare risposte.

Occorre modificare la norma, il Commissario Prefettizio deve stare al Comune sciolto per mafia sette giorni su sette – ha aggiunto Gratteri – e deve avere ampi poteri di amministrare e di annullare tutte le delibere, soprattutto in termini di assunzioni e di apparato burocratico.

E’ capitato anche di avere la figlia di un capomafia come vigile urbano. Per essere coerenti, seri e credibili per la collettivita’ – ha concluso il procuratore di Catanzaro – occorre azzerare tutto questo fatto dal punto di vista amministrativo e dare potere al Commissario come se fosse il Sindaco.

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IN CALABRIA, IL PROCURATORE GRATTERI AVVERTE CHE L’NDRANGHETA E’ SUL TERRITORIO

IN CALABRIA, IL PROCURATORE GRATTERI AVVERTE CHE L’NDRANGHETA E’ SUL TERRITORIO

LA POLITICA IN CALABRIA, DICE NICOLA GRATTERI, SI FA PRESENTE  SOLO 20 GIORNI PRIMA DEL VOTO

02/05/2018 –  A pochi giorni di distanza dal fatto di sangue, le parole del Capo della Procura di Catanzaro non si riferiscono però all’inchiesta sull’autobomba esplosa a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, dove è stato ucciso il quarantaduenne Matteo Vinci: ovviamente vi sono delle indagini  in corso e il Procuratore giustamente comunica che non può fare nessun commento “.

“ La signora spiega il suo stato d’animo ”. Da Rotterdam, dove la Dea e il Procuratore Nazionale Olandese lo hanno invitato all’International Drug Enforcement Conference ( la Conferenza Internazionale Antidroga ), il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri dice che non ha nessuna intenzione di parlare dell’inchiesta sull’autobomba esplosa a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, dove è stato ucciso il quarantaduenne Matteo Vinci ed è stato ferito il padre Francesco, ancora ricoverato all’Ospedale di Palermo.

Nicola Gratteri ancora una volta dice “ vi sono delle indagini in corso e non posso fare nessun commento sull’inchiesta che il mio ufficio sta coordinando per fare luce sull’attentato ”.

Il magistrato ha ascoltato le parole di Rosaria Scarpulla, la madre di Matteo Vinci che, a poche ore dopo l’esplosione della Ford Fiesta, ha puntato il dito contro la famiglia di Rosaria Mancuso, parente dei boss di Limbadi, con la quale da anni si scontra per questioni di vicinato.

Soprusi, angherie, denunce, aggressioni e pestaggi. Tutto per un pezzo di terra che, stando a quanto raccontato dalla signora Scarpulla, la sua famiglia non ha mai voluto cedere ai parenti dei boss.

Si è arrivati addirittura ad arresti per rissa ( dei Vinci ), ricoveri in ospedale e a procedimenti civili con i Mancuso sempre a piede libero.

“ Eravamo noi i galeotti ” è stato lo sfogo della donna “ Sono parole forti ma ci sono tante cose che non posso dire perché ci sono indagini in corso ”.

Il procuratore Nicola Gratteri parla solo in generale. Se ci sono state omissioni da parte delle forze dell’ordine o collusioni da parte degli enti preposti a far rispettare le leggi, lo stabilirà l’inchiesta sulla quale, al momento, c’è il massimo riserbo.

Se le omissioni sono state della magistratura, invece, non sarà la Dda di Catanzaro a occuparsene ma quella di Salerno per competenza.

Una cosa è certa per Gratteri: “ Se siamo a questo stadio ad oggi è perché non tutti si sono impegnati a fare il loro dovere.

E questo riguarda la magistratura, le forze dell’ordine, il giornalismo e tutte le istituzioni ”.

“ La gente – dice Gratteri – non si fida perché negli anni molti di noi e delle forze dell’ordine non sono stati degni di essere uomini delle istituzioni.

La ‘ndrangheta sta sul territorio, la politica no. Si fa vedere solo 20 giorni prima del voto. E invece la politica dovrebbe avere il coraggio e la libertà di creare un sistema giudiziario proporzionato alla gravità della situazione italiana.

Quindi cambiare le regole del gioco al punto che non dovrebbe essere più conveniente delinquere ”.

“ Da quando sono alla Dda di Catanzao – aggiunge Gratteri – ogni settimana arrestiamo almeno 10 persone indagate per mafia.

In un anno e mezzo ho ricostruito questo ufficio, dal punto di vista numerico e motivazionale.

Qui non è un posto di pace, ma un posto di guerra. Bisogna venire qui con la mentalità di guerra.

La gente si preoccupa dei migranti e di lavoro ma non capisce quanto la mafia impedisca lo sviluppo delle imprese.

Si calcola che la presenza della mafia in Calabria incida sulla mancata crescita del PIL Regionale per il 9%”.

Torna in mente l’appello della “ mamma coraggio ” (Rosaria Scarpulla) all’indomani dell’autobomba che le ha ucciso il figlio:

“Ho fiducia in questo giudice. Lo sento parlare molto al popolo. Lui è un combattente. Altri giudici non lo fanno perché non si immedesimano nella popolazione ”.

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SQUADRONE ELIPORTATATO CARABINIERI ” CACCIATORI SICILIA “

SQUADRONE ELIPORTATATO CARABINIERI ” CACCIATORI SICILIA “

NASCE ANCHE IN SICILIA LO QUADRONE ELIPORTATO CARABINIERI ” CACCIATORI SICILIA ” DI SUPPORTO ALLA TERRITORIALE DELL’ARMA DEI CARABINIERI

01/05/2018 – Dopo lo Squadrone Cacciatori Carabinieri Eliportati Calabria ora anche i Sicilia nasce lo Squadrone Cacciatori Carabinieri Sicilia che darà la caccia ai latitanti.

Domani alle ore 10.30 a Sigonella, presso la Base Aerea Militare “ Aeroporto Cosimo di Palma ”, avrà luogo la cerimonia di istituzione dello Squadrone Carabinieri Eliportato “ Cacciatori Sicilia ”, alla presenza del Ministro della Difesa Sen. Roberta Pinotti, del Ministro dell’Interno Sen. Marco Minniti, del Capo di Stato Maggiore della Difesa Generale Claudio Graziano e del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette.

Il nuovo reparto dislocato all’interno della Base Aerea Militare viene istituito, su autorizzazione del Ministero della Difesa, dal Comando Generale dell’Arma, con lo scopo di concorrere con i Carabinieri dell’Organizzazione Territoriale della Sicilia alle attività sul terreno, forti dell’esperienza maturata in Sardegna e Calabria dove i Reparti dei Cacciatori perlustrano la Barbagia e l’Aspromonte.

Lo Squadrone istituito in Sicilia batterà le zone più impervie dell’isola in cerca dei grandi latitanti di Cosa Nostra e per la prevenzione e repressione dei reati in aree rurali.

Il Reparto “ Cacciatori ”, ad elevatissima specializzazione, mette insieme in un’unica visione operativa procedure eminentemente militari e tecniche di polizia, secondo la migliore tradizione dell’Arma.

Di supporto ai reparti territoriali dell’Arma, i “ Cacciatori ” sono rivolti esclusivamente alla lotta del crimine organizzato attraverso gli specifici compiti a loro devoluti, quali:
la penetrazione nel territorio, che si concretizza in “infiltrazioni” diurne e notturne improvvise, rapide, nel cuore profondo ed impervio delle asperità montane;
gli appiattamenti mirati ad interventi diretti da posti di osservazione e allarme notturni, per la sorveglianza di luoghi e persone sospetti, in assenza di una pianificazione d’intervento immediato;
l’attesa e la cattura della “ preda ” ( da qui deriva l’appellativo di “cacciatori ), che si identifica in sequestratori o criminali latitanti.

L’elevato profilo professionale del reparto, scaturito da un’accurata specializzazione del personale, anche ai fini di una diversificazione operativa ( tiratore scelto, rocciatore, ardimento, difesa personale, etc.) è in sintonia con uno standard d’intervento tipicamente militare, che prevede l’attuazione di tecniche di contro guerriglia proprie dei reparti speciali.

A sostegno di tutto ciò è anche previsto l’impiego, in simbiosi con il reparto, di elicotteri e unità cinofile, nonché la disponibilità di apparecchiature ad avanzata tecnologia, tra cui sofisticati apparati di localizzazione individuale satellitare, estremamente utili in ambienti naturali difficili come le impervie zone.

Sinora l’articolazione operativa dell’Arma comprendeva lo Squadrone Carabinieri eliportato “ Cacciatori Calabria “, istituito il 1° luglio 1991 con sede a Vibo Valentia, inserito nella struttura ordinativa del Comando Regione Calabria; e lo Squadrone Carabinieri eliportato “ Cacciatori Sardegna “, istituito il 1° settembre 1993, con sede in Abbasanta (OR).

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SQUADRONE ELIPORTATO CARABINIERI CALABRIA

SQUADRONE ELIPORTATO CARABINIERI CALABRIA

CACCIATORI CARABINIERI CALABRIA OLTRE IL CORAGGIO

01/05/2018 – In questo nuovo articolo vi racconto meglio chi sono in realtà i Cacciatori Carabinieri Calabria, certo non sono i protagonisti che vengono fuori da un poema epico o di un colossal americano.

Nulla di tutto questo, sono circa 100 uomini che possiedono un training militare completo ed una formazione investigativa ed operativa che gli consente di rappresentare saldamente lo Stato nell’estremità meridionale dello “ stivale ”.

Supportano i reparti territoriali nell’attività investigativa e svolgono autonomamente una precisa attività di servizio in un ambiente “ montano ” come quello calabrese: ricercare e catturare i latitanti dell’organizzazione criminale italiana di connotazione mafiosa più potente e sanguinaria al mondo, la ‘Ndrangheta.

E la Santa e Picciotteria ( o Onorata società ) seppur nata e sviluppata sin dal secolo scorso in Calabria non è certo un vanto per questa terra, vittima e complice allo stesso tempo: “ non si muove foglia ” che la ‘ndrangheta non voglia e Il traffico di droga è il core business della ‘ndrangheta.

La sua pericolosità è nella gestione del traffico di armi. La sua struttura tentacolare le permette di gestire anche il traffico di esseri umani, lo smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi, di praticare l’estorsione e l’usura, condizionare appalti e voti elettorali.

Ha una rete di consensi a livello di politica locale e regionale senza distinzione di schieramento.

I settori in cui cerca e trova complicità vanno dall’agricoltura alla sanità, dalla pubblica amministrazione alla Chiesa fino all’imprenditoria immobiliare di cui si serve per il riciclaggio di denaro.

La forza della criminalità organizzata calabrese è nelle ‘ndrine, cosche malavitose gestite da una famiglia ( ovvero da consanguinei ) e da soggetti affiliati che controllano un territorio ( paese o un quartiere di città ).

I matrimoni tra le varie cosche, hanno un alto valore simbolico: saldano i rapporti tra famiglie mafiose per estendere il proprio potere o suggellare la fine di una faida.

Il nome di una ‘ndrina non è altro che il cognome della famiglia o in alcuni casi i cognomi di più famiglie.

Ogni ‘ndrina ha pieni poteri oltre che il controllo sul territorio che le appartiene in cui gestisce ogni attività illecita.

E non è un caso se la magistratura le identifica come vere e proprie “ holding ” con un “ presidente ” ( il capubastuni ) e un “ consiglio d’amministrazione ”.

I Cacciatori di Calabria sono carabinieri che vivono una battaglia quotidiana nella roccaforte delle più potenti ‘ndrine calabresi: l’Aspromonte.

Dall’acrocoro calabrese, si immergono nelle aree impervie della Locride, nei boschi e nelle immense distese dei frutteti, nei territori pianeggianti dell’area tirrenica e nelle intercapedini di ville, case, nei forni o nelle stalle, per localizzare i latitanti, individuando silenziosamente i rifugi o i bunker più assurdi dove i boss cercano di sfuggire alla giustizia.

Stanare un latitante non è facile né impossibile: i Cacciatori di Calabria conoscono capillarmente il territorio calabrese e l’Aspromonte meglio di chiunque altro ( supportati anche dalla cartografia dell’Istituto Geografico Militare – IGM ), eccezione fatta per i pastori della zona.

L’esperienza maturata negli anni consente di conoscere la realtà culturale e sociale della regione, unitamente alle dinamiche legate ai vari crimini.

Tutte le attività operative concluse con la cattura di un latitante sono durate giorni, settimane o anni, sono il risultato di un lavoro svolto con costanza, ardimento e velocità d’esecuzione.

Nel 1970, con lo sviluppo del fenomeno del sequestro di persone a scopo di estorsione, l’Arma si è adattata alla realtà circostante e alla tipologia di crimine da contrastare, impiantando delle unità speciali, denominate squadriglie, destinate ad agire in Calabria per occuparsi – anche – della ricerca dei latitanti e del furto di bestiame.

I sequestratori, dopo aver catturato le vittime ( appartenenti per lo più a famiglie di imprenditori facoltosi del nord Italia ), le trasferivano sull’Aspromonte.

I rifugi, le grotte, gli anfratti, le caverne o i recessi sparsi nell’immensa area rocciosa ricoperta da fitta vegetazione, diventavano luoghi di detenzione in attesa del riscatto.

Fin dalla loro costituzione le squadriglie vennero dotate di unità cinofile, reparti a cavallo ed elicotteri, per poter compiere rastrellamenti serrati e capillari in ogni località impraticabile e malagevole dell’Aspromonte.

Gli organi istituzionali dell’Arma dei Carabinieri, per perfezionare le attività delle prime squadriglie, crearono un reparto eliportato specializzato in grado di raggiungere ogni luogo dell’Aspromonte in modo rapido e silenzioso.

Spesso in un normale rastrellamento era impossibile individuare un luogo dove era nascosto un sequestrato.

Oppure una squadriglia in avvicinamento era facilmente rilevabile da chi conosceva la montagna. Segnalato il loro arrivo in tempo utile, il latitante si allontanava o l’ostaggio portato altrove.

La scelta del nome – Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori di Calabria – non è casuale, è un riferimento ai Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi: brigata di volontari che nella 2° guerra di indipendenza affiancò le unità regolari dell’armata sarda.

D’ispirazione è stata la tattica di combattimento dei cacciatori garibaldini che prevedeva, dopo essere stato su territorio nemico, l’uso della guerriglia: un metodo di combattimento che Garibaldi imparò e perfezionò in Sud America.

I cacciatori erano unità armate in modo leggero, presente in ogni esercito già nell’antichità.

Avevano compiti di infiltrazione, ricognizione e disturbo delle forze nemiche. Fu il re di Prussia Federico II a diffondere la denominazione di “ cacciatori ”.

” Vigilantia de cielo, coercitio ex terra “: è il motto dei cacciatori. Fin dalla loro nascita, si volevano dei carabinieri capaci di giungere in un luogo sospetto senza essere visti ed in grado di restare lunghi giorni isolati da tutto e tutti, in grado di agire autonomamente senza alcun supporto o contributo da parte di altri settori dell’Arma.

Sono uomini in grado di mimetizzarsi all’interno di un’area boschiva, capaci di aspettare, pazienti e non visti, un segnale o una presenza umana che conduca all’arresto di un ricercato.

Come ogni specialità militare oltre all’uniforme di ordinanza, anche lo squadrone è in possesso di un elemento distintivo caratteristico che lo diversifica, di cui i componenti sono fieri al punto di identificarsi con esso.

Per i carabinieri cacciatori di Calabria è il basco rosso che ciascuno di loro custodisce gelosamente in una delle tasche del pantalone della mimetica, quando non lo indossa.

E’ la prima volta che esco allo scoperto in quanto sono stato con loro perchè volevo capire cos’è la ‘ndrangheta in Calabria, cosi’ ho potuto studiarla da vicino con tutti i pericoli ma sempre armato.

Il mio viaggio per raggiungere lo Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori di Calabria inizia percorrendo la Salerno-Reggio Calabria.

Viaggiare da soli è l’esperienza più liberatoria della nostra vita, spesso nel tragitto siamo costretti a pensare: “ per raccontare qualcuno, devo incontrarlo in qualche modo, devo calarmi nei suoi panni. Ho un imperativo nel mio cuore, guardare da vicino per capire ciò che accade”. Arrivato a Vibo Valentia, presso la base logistica operativa nell’Aeroporto Militare “ Luigi Razza ” sede della caserma dello Squadrone, ho capito che per documentare questo reparto appartenente ad una Forza Armata con oltre 200 anni di storia alle spalle, non può bastare scrivere, vivendo solo di parole.

Affiancare i carabinieri cacciatori nelle attività di servizio, sia di giorno che di notte è un privilegio: la Calabria si affaccia su 2 mari, il Tirreno e lo Jonio fino allo Stretto di Messina che la separa dalla Sicilia.

La scelta, non casuale, di collocare lo Squadrone presso l’aeroporto di Vibo Valentia, favorisce le attività operative del reparto.

Il comprensorio è situato poco distante dall’Aspromonte e dalle Serre Vibonesi. I carabinieri cacciatori operano in aree prestabilite: ogni squadriglia ha un’area di intervento, una precisa superficie della terra calabrese delimitata, in cui esercita la propria giurisdizione.

In questo capillare controllo agisce coordinandosi con i comandi territoriali locali. Oltre alla preparazione tecnica e all’esperienza, credo che la forza di ogni uomo dello squadrone sia davvero nel carattere, dal greco ( traslitterato ) “ charaktér ”, che significa “ impronta ”.

Proprio come tutte le impronte che ogni carabiniere cacciatore lascia attraverso i sentieri che percorre e quelle che, a volte per ovvi motivi, cancella sulla strada del ritorno.

Percorsi quotidiani in cui, con ogni passo, penetra nel territorio calabrese. Il lavoro di questi uomini, si concretizza in infiltrazioni improvvise sia di giorno che di notte.

Appiattamenti mirati per interventi diretti da posti di osservazione per la sorveglianza di luoghi e persone sospette, ricercate o meno, che compiono azioni illegali, anche in assenza di una pianificazione d’intervento immediato.

E lunghe attese per catturare la “ preda ”. Sono uomini con una forte disciplina interiore, lo si apprezza camminando per ore, con una squadriglia, in aspre zone di montagna, attraversando le fiumare, asciutte per la maggior parte dell’anno e che si riempiono d’acqua nelle stagioni piovose, fino ad arrivare nelle zone pianeggianti.

Molte le perquisizioni in casolari abbandonati. Ritrovare un covo di armi o di munizioni è fondamentale.

Tutte operazioni si svolgono con qualsiasi condizione metereologica. Equipaggiati per resistere in qualsiasi ambiente e con qualsiasi temperatura, si mimetizzano per fondersi col territorio.

Molteplici i compiti dello squadrone che avrò il beneficio di guardare da vicino per raccontarvi la formazione, la struttura, l’impiego delle squadriglie e il modo in cui si addestrano: dal poligono di tiro al fast rope con l’8° nucleo elicotteri, dal lavoro svolto con le unità cinofile dislocate nello stesso aeroporto militare alle attività svolte dalle A.P.I. ( Aliquote di Primo Intervento ) dell’Arma tratte anche dal reparto dello squadrone.

Quando il comandante dello squadrone, il ten. col. Maurizio Biasin mi presenta ai suoi uomini, noto il loro sguardo attento e fiero.

Sono all’apparenza ruvidi ma al contempo profondamente affabili. La Calabria è una terra che forgia il temperamento di questi militari che, con nervi saldi e costanza, svolgono il loro lavoro con rapidità e flessibilità, oltre che con preparazione tecnica e tattica.

Un mix di caratteristiche che, se distribuito e sfruttato al meglio, produce successi. L’arresto di un latitante è una vittoria per tutti.

Ed è per questo che la presenza dei carabinieri cacciatori in questa regione esercita una pressione costante che infastidisce, ostacola e sorprende il malaffare calabrese.

Lo Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori di Calabria ha, seppur a lungo termine, un obiettivo specifico da raggiungere: sradicare la ‘ndrangheta che non è, e mai sarà, una debolezza intrinseca nell’azione dello Stato.

I cacciatori affrontano quotidianamente anche una battaglia culturale: vincere una mentalità assuefatta al clima di prevaricazione che richiede un deciso intervento dello Stato.

La ‘ndrangheta è un fenomeno umano che si evolve o per una spinta interna o per una azione repressiva proprio dello Stato che impone cambi ai “ vertici ”.

La Calabria è una terra che deve essere restituita prima all’Italia e poi ai calabresi, non ci deve essere nessuna linea di confine segnata dalla paura diffusa di questi fenomeni criminali.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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