REGGIO CALABRIA VENT’ANNI DI RAPIMENTI

REGGIO CALABRIA VENT’ANNI DI RAPIMENTI

QUANDO IN CALABRIA VI ERA L’INDUSTRIA DEI RAPIMENTI, PARLIAMO DI SAN LUCA.

23/05/2018 – Siamo a San Luca nel cuore della Calabria, paesi di Sequestri miliardari quelli dell’ Anonima di San Luca, che ha investito nei rapimenti fior di intelligenze e di professionalità fin dai lontani tempi del rapimento di Paul Getty.

Da allora ad oggi è stato un susseguirsi pressoché ininterrotto di successi, decine di sequestri tutti miliardari, mentre magari le altre ‘ ndrine di Platì, Ciminà, Africo Nuovo arrancavano con rapimenti da due-trecento milioni o magari rimettendoci pure ( come è il caso, ormai accertato, di Marco Fiora ).

Rivediamola in breve questa irresistibile storia solo nei suoi tratti più essenziali di oltre vent’ anni di rapimenti.

Il primo successo clamoroso è, appunto, quello di Paul Getty, rapito a Roma il 10 luglio 1973.

Fu un sequestro drammatico: al giovane erede dei miliardari d’ oltreoceano i rapitori mozzarono un lembo d’ orecchio per convincere i genitori a pagare e diciassette anni fa, per farlo rilasciare, la famiglia Getty fu costretta a pagare 3 miliardi di lire.

Il sequestro di Paul Getty gettò sulle prime pagine gli uomini della ‘ ndrangheta ed i loro illeciti arricchimenti.

Quei miliardi fruttarono: dieci chilometri a valle di San Luca, a Bovalino ( i sanlucoti la chiamano anche San Luca Marina ), fu addirittura costruito un quartiere denominato Paul Getty.

Fu tirato su peraltro in maniera orribile, con casermoni a schiera fra la 106 e il mare con i soldi di quel sequestro.

Ormai, che quello si chiama quartiere Paul Getty la gente lo dice senza farci neanche più caso.

Eppure costò, fra l’ altro, una mutilazione permanente a un giovane di vent’ anni.

Solo ostaggi presi lontano. Ma dopo Paul Getty l’ Anonima di San Luca colpì ancora nella capitale, stavolta con l’ armatore Giuseppe D’ Amico ( prelevato a Roma il 30 giugno 1975 ).

D’ Amico pagò un miliardo, dopo alcuni mesi di prigionia. La storia si ripeteva, ancora, nella capitale, il 6 aprile del 1983 con Maurizio Gellini ( due miliardi di riscatto ), ma, soprattutto, a Pavia, con Giuliano Ravizza, il re delle pellicce, titolare della famosissima pellicceria Annabella.

Quello di Ravizza fu un sequestro autenticamente miliardario, oltre tre miliardi pagati per quasi un anno di prigionia.

Ravizza fu rilasciato il giorno di Santo Stefano del 1983 dopo un tira e molla che lasciò sfiancata la famiglia.

E’ significativo rilevare come ci sia un precedente proprio a Pavia, prima del sequestro Casella.

E Pavia, con Roma e Napoli, è una delle piazze privilegiate dell’ Anonima di San Luca, che raramente ha operato con ostaggi locali, forse ritenuti poco remunerativi ai fini di sequestri che finiscono con l’ arricchire migliaia di persone.

L’ 83, in ogni caso, si chiudeva con un altro maxiriscatto, quello pagato dai familiari dell’ imprenditore di Busto Arsizio Giorgio Bortolotti: 2 miliardi tondi tondi.

L’ 84 si apriva e si chiudeva invece nel segno di un altro clamoroso colpo messo a segno dall’ anonima di San Luca: il sequestro dell’ industriale campano Carlo De Feo.

Cinque anni fa i De Feo pagarono 4 miliardi e 400 milioni, per riavere libero il loro caro.

I giudici napoletani Mancuso e Lancuba hanno rievocato, il muro d’ omertà e il livello di complicità di cui gode l’ anonima di San Luca.

De Feo riuscì a ricostruire ( lo stesso aveva fatto D’ Amico ) i luoghi, le prigioni, mettendo nella sua mente tutti i particolari di una prigionia durata un anno ( da febbraio ‘ 83 fino allo stesso mese dell’ 84 ).

Non ci fu però neanche il tempo di tirar fuori un ostaggio, che ad un altro industriale campano, Steno Marcegaglia, toccarono altri duri mesi nei rifugi dell’ anonima prima di riacquistare la libertà con 2 miliardi in contanti versati nelle casse dei rapitori.

Un gioco pericoloso Poi Casella. Due anni fa. Sembrava uno dei tanti sequestri fatti in missione nella zona di Pavia, con gli ostaggi trasferiti in Aspromonte.

E invece su Casella la San Luca connection si sta giocando tutto. Non tanto in termini finanziari ma di credibilità.

E la stessa gestione del rapimento del giovane pavese mostra di quali menti fruisce questa potente banda.

Sui nomi delle famiglie che tirano le fila di questa industria, i magistrati di Locri potrebbero scrivere un libro, dai mitici Nirta degli anni 60 agli Strangio di oggi.

Questo paesino distrutto da periodiche alluvioni e che vanta l’ onore di aver dato i natali al più grande scrittore calabrese di tutti i tempi, Corrado Alvaro, ha visto passare intere generazioni di persone specializzate nei sequestri di persona a scopo di estorsione.

Un’ industria che, oltre e al di là di San Luca, è una vera e propria industria che regge la Calabria, che ha fatturato 250 miliardi dal 1970 in poi, di cui una piccolissima parte sequestrata ed una ancora più misera parte riciclata attraverso lo smercio quotidiano di banconote.

Il grosso è infatti servito per agire nuove e più potenti leve di illecito arricchimento, nel traffico di droga o nell’ acquisizione di fette cospicue di un’ economia povera ma pur sempre legale ( turismo e commercio ) nei paesi della costa, a Bovalino, Bianco, Locri, Siderno.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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STOP ALL’ ALLEANZA POLITICA – CLAN ALL’INTERNO DEL COMUNE DI REGGIO CALABRIA

STOP ALL’ ALLEANZA POLITICA – CLAN ALL’INTERNO DEL COMUNE DI REGGIO CALABRIA

IL GOVERNO HA DICHIARATO LO SCIOGLIMENTO DEL COMUNE DI REGGIO CALABRIA PERCHE’ AL SUO INTERNO VI ERA UNA ” CONTINUITA’ ” PER L’INFILTRAZIONE DELL’NDRANGHETA.

23/05/2018 – Nel Comune di Reggio Calabria vi era l’infiltrazione dell’ndrangheta. A questo punto il governo dichiara lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria per ” contiguità ” con le ‘ndrine.

Questo naturalmente è un grave atto d’accusa non solo per il sindaco Arena, ma per la precedente gestione di Scopelliti, ora governatore regionale.

E un altro colpo, a livello nazionale, per il Pdl, verrà riportato, o meglio, sarà scritto sulla Gazzetta Ufficiale: Reggio Calabria è la capitale della ‘ndrangheta.

Lo scioglimento del Comune dichiarato ieri dal Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri piomba come una mazzata sulla giunta guidata dal commercialista Demetrio Arena, ma più ancora sugli otto anni della gestione precedente, affidata all’attuale governatore calabrese Giuseppe Scopelliti ( Pdl ).

Una frase del ministro, che circoscrive le responsabilità all’ultima giunta in carica da soli 16 mesi, è poco più che una foglia di fico politica per evitare un effetto a catena sulla Regione.

Il Pdl già scosso dalle dimissioni di Renata Polverini non può permettersi un caso Scopelliti e ha fatto pressioni fino alla fine per limitare i danni.

Così, contro ogni verosimiglianza e contro ogni logica, il Carneade Arena paga il conto da solo purché sia salvo il soldato Scopelliti, cresciuto nel Msi, poi promosso alla guida dei giovani di An da Gianfranco Fini e infine passato sotto le insegne berlusconiane al seguito di Maurizio Gasparri.

Nel provvedimento del governo si indica che lo scioglimento del Comune avviene per ” contiguità ” con i clan e non per ” infiltrazione ” delle cosche.

Se le parole hanno un valore, è un motivo ancora più grave. Il termine contiguità spiega infatti con efficacia il sistema di pacifica e profittevole convivenza tra le ‘ndrine e i politici reggini.

Arena e il suo mentore Scopelliti, ancora influente sotto il profilo del consenso elettorale e dei numeri in palio per le prossime politiche, si sono affannati fino a ieri ad accusare dei mali di Reggio i pochi oppositori che hanno osato contrastarli.

Fra i congiurati hanno coinvolto la stampa di sinistra. Lo scorso lunedì 24 settembre in un intervento pubblico il sindaco Arena ha accusato due giornali che non fara’ i nomi di una campagna di diffamazione e falsità.

L’ormai ex primo cittadino e l’attuale governatore potrebbero riflettere sul fatto che l’accesso prefettizio al Comune è stato disposto dal ministro dell’Interno Roberto Maroni ( Lega ), che ha spedito a Reggio il prefetto Luigi Varratta, oggi a Firenze.

Né si è opposto al provvedimento il Guardasigilli che era l’ex magistrato Francesco Nitto Palma, primo degli eletti in Calabria in quota Pdl.

Insomma, è stato lo scorso governo di centrodestra, o quanto meno alcuni suoi esponenti, a creare le premesse per il commissariamento.

Annamaria Cancellieri, anche lei prefetto ed ex commissario alle prese con il crack di Parma, non poteva certo ignorare le conseguenze di un’ispezione tradotta in un rapporto di 400 pagine.

Nella relazione, che fotografa con abbondanza di particolari la cogestione politico-mafiosa di una città di 200 mila persone, viene dichiarata l’impostura del ” modello Reggio ” lanciato da Scopelliti, a sua volta indagato in vari procedimenti, rinviato a giudizio per abuso d’ufficio e, nonostante questo, tuttora commissario straordinario per la sanità calabrese.

Il ” modello Reggio ” ha saputo soltanto istituzionalizzare il patto d’acciaio tra eletti e clan sullo sfondo di una festa mobile permanente che ha creato un buco di bilancio stimato in almeno 170 milioni di euro.

Il terzetto di commissari in carica per 18 mesi è atteso da un lavoro immane. Da domani Reggio prova a ripartire, con lo spettro aggiuntivo del dissesto finanziario ma con la certezza che un governo tecnico-prefettizio era inevitabile a tutela dei tanti cittadini disgustati da dieci anni di pagliacciate, ruberie e democrazia mafiosa.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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IL COMUNE DI BRESCELLO CHIUDE PER MAFIA

IL COMUNE DI BRESCELLO CHIUDE PER MAFIA

BRESCELLO IL COMUNE DI PEPPONE E DON CAMILLO SCIOLTO PER MAFIA, ANZI CHIUSO PER MAFIA

21/05/2018 – Siamo nel Comune di Brescello dove furono girati moltissimi film su Peppone e Don Camillo, adesso sfido chi non si ricorda o meglio avrà visto tutte le puntate.

La situazione che troveranno i commissari è complessa. Le nuove leve, anzi le tre nuove leve pronte a prendere il posto dei reggenti in carcere al 41 bis e cittadini spaventati più dal periodo di commissariamento che dai boss di Brescello.

Il consiglio dei ministri ha deciso: il municipio della provincia di Reggio Emilia va sciolto perché condizionato dal clan.

È la prima volta che accade in Emilia. Arriveranno tre commissari per almeno 18 mesi sul filo del rasoio il Consiglio dei Ministri ha deciso: sciogliere il Comune di Brescello, provincia di Reggio Emilia.

A pochi giorni, dunque, dallo scadere del termine di tre mesi previsto dalla legge.

E nel giorno in cui è ripreso il maxi processo con 147 imputati contro la ‘ndrangheta, scaturito delle varie inchiesta che ha portato al provvedimento su Brescello Finisce così la favola del paese di Peppone e don Camillo.

Strade basse, casali, pianura verdissima e bagnata dal grande fiume Po, che divide questa terra dalla provincia di Mantova.

Costretto, ora, a fare i conti con una situazione inedita per la regione. Un’etichetta amara, il primo municipio dell’Emilia a essere sciolto per infiltrazioni mafiose.

Finale Emilia, infatti, è stato salvato dallo stesso destino pochi mesi fa. Nonostante la prefettura di Modena ne avesse chiesto lo scioglimento.

I problemi di Brescello si chiamano ‘ndrangheta. Condizionato, secondo gli Ispettori della Prefettura, dall’organizzazione che ha cuore e portafoglio proprio in questo paese di 8 mila abitanti.

Una decisione per nulla scontata. Nonostante evidenti sottovalutazioni e complicità del territorio finite tutte dentro la relazione dei commissari inviati dal prefetto che dovevano verificare se l’ente era stato o meno inquinato dal clan.

Brescello, comunque, non aveva più un sindaco da quando, qualche mese fa, Marcello Coffrini si era dimesso.

Eletto con il Pd, aveva in tutti i modi retto all’urto delle polemiche suscitate dopo l’intervista rilasciata al Collettivo Corto Circuito in cui definiva ” una brava persona ” il boss Francesco Grande Aracri.

Nei giorni a seguire dopo la messa in onda, aveva persino organizzato una manifestazione in piazza per mostrare alle istituzioni quanto i cittadini lo volessero ancora primo cittadino.

Tutti con lui: anche il parroco. Non si è dimesso neppure dopo l’arrivo della commissione d’accesso inviata dal prefetto.

E in un primo momento, lo stesso Pd è stato molto timido nel chiedere a Coffrini di fare un passo indietro.

Ma nel momento in cui il prefetto ha inviato la relazione al Viminale che chiedeva lo scioglimento qualcosa poi è cambiato.

Lo spettro del primo ente chiuso per mafia ha portato il partito ad insistere, anche se non sempre pubblicamente, affinché il sindaco lasciasse l’incarico.

Qualcuno, forse, pensava che con questa mossa si potesse evitare la decisione più estrema: lo scioglimento.

In vista, tra l’altro delle imminenti elezioni del 5 giugno, giornata di voto anche a Brescello.

Adesso non più. Perché ora arriveranno tre commissari a gestire il municipio per almeno 18 mesi.

Solo dopo si terranno nuove elezioni. Il clima che troveranno i funzionari del ministero non sarà dei migliori.

La tensione resta alta. Gran parte della famiglia del capo clan è in libertà. I cittadini volevano l’ex sindaco e lo hanno sostenuto anche dopo il clamore delle sue parole di amicizia verso il boss.

Qui la ‘ndrangheta non è mai stata avvertita come un problema. Perché dal ’92 non si spara.

Perché le imprese della ‘ndrina hanno lavorato ovunque. E fatto lavorare. Se questa è la mafia, pensano in molti, allora non è poi così tanto male.

Tuttavia, l’inchiesta Aemilia ( con oltre 200 indagati ) racconta un volto diverso della ‘ndrangheta emiliana.

Fatto di corruzione, violenza, quattrini sporchi. Il controllo del territorio avviene con il potere dei soldi.

Delle relazioni. E quando serve c’è sempre il fuoco o il piombo per convincere le persone che non si piegano.

Nella relazione di scioglimento in mano al Viminale c’è uno spaccato inquietante di condizionamento mafioso del comune.

Fonti autorevoli, riferiscono, per esempio, della cessione di un terreno da parte della vecchia giunta, guidata dal padre dell’ex sindaco, dove le famiglie del clan hanno potuto realizzare il loro quartierino.

Con ville e capitelli. D’altronde, il vecchio sindaco, che ha governato per tantissimo tempo, ha difeso, in passato, i Grandi Aracri ( il nucelo familiare che dà il nome al clan dell’indagine Aemilia ) in diversi procedimenti davanti al Tribunale Amministrativo.

La situazione che troveranno i commissari è complessa. Tra nuove leve pronte a prendere il posto dei reggenti in carcere al 41 bis e cittadini spaventati più dal periodo di commissariamento che dai boss di Brescello.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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ALL’EXPO LE COSCHE CALABRESI HANNO MESSO PIEDE IN QUASI TUTTI I CANTIERI

ALL’EXPO LE COSCHE CALABRESI HANNO MESSO PIEDE IN QUASI TUTTI I CANTIERI

L’NDRANGHETA METTE PIEDE NEI CANTIERI DELL’EXPO E RIESCE ANCHE A CONDIZIONARE LA POLITICA.

20/05/2018 – Questo è un nuovo articolo su Santa Giulia sempre in Calabria dove l’ndrangheta la fa da padrone.

Da Santa Giulia all’Expo, le cosche calabresi hanno messo piede in quasi tutti i cantieri.

Questi riescono a condizionare la politica. Un assalto silenzioso, con fiumi di soldi e minacce.

SANTA GIULIA DEI VELENI

Si parliamo proprio dei Veleni di mafia. La città satellite celebrata dai politici, finanziata dai banchieri e venduta dai big del mattone come simbolo della Milano del futuro, ha le fondamenta inquinate da fiumi di scorie cancerogene: ” bombe ecologiche e sanitarie “, come le definiscono i periti della Procura, sepolte per anni accanto agli uffici e alle case del super quartiere e accanto agli uffici e alle case del super quartiere da un miliardo e 600 milioni di euri che avrebbe dovuto ridisegnare l’area Sud – Est della metropoli.

Sotto i piedi della nuova città c’è un sistema di discariche abusive che contaminano le acque della prime due falde: tra meno sette e meno venticinque metri, la terra è morta.

Uccisa da montagne di rifiuti tossici che le nuove indagini collegano ai clan più sanguinari della ‘ndrangheta.

Nomi che scottano e che gli inquirenti rivelano facendo i cognomi come i Nirta-Strangio che tengono nelle mani loro bar, negozi di lusso, Banche, prestiti a usura e naturalmente, droga: la mafia calabrese ha conquistato l’economia del nord.

A partire dall’ex capitale morale. Le indagini dei pm di Milano e Reggio, culminate nello storico blitz di luglio ( 304 arresti, per metà in Lombardia ), hanno smascherato 15 strutture mafiose, in gergo ” locali “, attive in mezza regione: nella metropoli trafficano ” da quarant’anni “.

Uno dei boss, intercettato, svela al compare che gli affiliati sono molti di più: ” Cecè, qua in Lombardia siamo in cinquecento “. Clan emigrati dalla Calabria, certo.

Come i Cosco, trafficanti di droga arrivati a rapire nel pieno centro di Milano e a sciogliere nell’acido la pentita Lea Garofalo.

Ma ci sono anche imprenditori padani al cento per cento, piegati con la violenza o sedotti col denaro.

Soldi sporchi che comprano politici, professionisti, funzionari, manager, industriali, medici, avvocati, direttori di banca, perfino uomini in divisa. A Milano come nella Locride.
LA CITTA’ DEI VELENI

A Santa Giulia, in mezzo a due file di nuovi palazzi abitati da migliaia di cittadini onesti, c’è un geometrico pratone abbandonato: Parco Trapezio, l’avevano chiamato gli architetti-star dell’immobiliarista Luigi Zunino.

In fondo c’è un asilo coloratissimo, con le giostre in cortile e i banchi di legno immacolati, pronto per un’inaugurazione mai avvenuta.

Il recinto è costellato di cartelli: ” sequestro giudiziario “. Loretta e Rosa, giovani mamme di Ettore, 6 mesi, ed Emma, 4, spingono le carrozzine nello stradone centrale: ” Viale del Futurismo “. ” Qui non c’è inquinamento, è solo un problema di detriti edilizi “, rispondono spensierate.

Ma il Comune non vi ha detto niente? ” No. Abbiamo sentito qualcosa solo su Sky tv. La nostra cooperativa ha nominato un perito.

Speriamo che dissequestrino almeno il parco e l’asilo “.

Mariagrazia, 31 anni, segretaria d’azienda, sa ancora meno: ” Ho comprato casa dieci giorni fa.

Nessuno mi ha avvisato dell’inchiesta. Sono molto preoccupata “. Finora sui giornali si è parlato solo di mancata bonifica. Riassunto: nel marzo 2005 il Comune di Milano autorizza il gruppo Zunino a costruire su oltre un milione di metri quadrati di aree contaminate dell’ex acciaieria Radaelli e dell’ex Montedison.

Un tecnico ciellino, Vittorio Tedesi, ora indagato, si accontenta di un ” piano scavi “: ripulire tutto è inutile, basta e avanza cambiare terra solo nelle zone da ricostruire.

Quindi Zunino appalta il disinquinameno a Giuseppe Grossi, il re degli inceneritori privati, che subappalta a due imprese collegate: Lucchini-Artoni ed Edilbianchi.

Poi arrivano i magistrati: Grossi ha usato fatture offshore per rubare 23 milioni di fondi neri, nascosti all’estero grazie a riciclatori come Rosanna Gariboldi, moglie dell’onorevole Giancarlo Abelli, il ras della sanità lombarda oggi al ministero della Cultura.

Arrestati tra le proteste dei big del Pdl, Grossi e Gariboldi risarciscono e patteggiano.

Intanto un sindacalista della Cgil manda ai pm una mappa di Santa Giulia piena di zone nere: i veleni sono ancora lì, i misuratori di inquinanti ” sono stati distrutti “, il ” percolato ” tossico delle discariche ha invaso le falde.

Ddt, pesticidi e scorie che i tecnici classificano così: ” Sostanze cancerogene, che mettono a rischio la fertilità e possono danneggiare i bambini non ancora nati “.

Come è potuto succedere? Due operai delle imprese subappaltatrici, terrorizzati, hanno per primi il coraggio di testimoniare: invece di portar via la terra malata, i camion scaricavano nuovi veleni.

Voragini riempite di rifiuti tossici ” d’ignota provenienza “. A est si vede un lunghissimo muraglione in cemento, costruito da poco, da cui straripano tonnellate di amianto e chissà cos’altro.

Ma chi erano i trasportatori? A rispondere è un rapporto della Guardia di Finanza: pregiudicati calabresi, usciti dal carcere dopo condanne per ” omicidio, associazione mafiosa, droga e reati ambientali “. Legami di sangue e d’affari portano ai Nirta-Strangio.

Del resto la faida di San Luca, che a Ferragosto 2007 ha scosso la Germania ( ammazzati sei italiani collegati alle famiglie Pelle-Vottari ), era emigrata nell’hinterland milanese già 18 anni prima di Duisburg, con l’assassinio di Giovanni Vottari a Limbiate.

Oggi Milano sembra una Gomorra del Nord. Smaltire regolarmente costa, per cui il lavoro sporco lo fa la mafia spa.

Rifiuti, edilizia e ” movimento terra “: monopolio della ‘ndrangheta lombarda.IL ” SISTEMA “.

Ma da dove arrivavano i Tir che, invece di bonificare, hanno riavvelenato Santa Giulia?

” Dalla Stazione Centrale “, rispondono le indagini. Proprio dal cantiere che ha trasformato in un caotico centro commerciale il monumentale portone d’ingresso dei treni in città.

E l’alta velocità? Inquinata anche quella: tonnellate di scorie sepolte dalla ‘ndrangheta lungo i binari, sia per Torino che per Venezia.

Veleni di mafia anche sotto la quarta corsia dell’autostrada A4. E tra i nuovi ” quartieri ecologici ” spuntati come alveari sull’asse dei Navigli.

Le imprese del Nord progettano, costruiscono e vendono case, uffici e ipermercati. E a sotterrare le vergogne ci pensano i clan.

Oggi Milano è disseminata di mega-progetti già sequestrati per inquinamento, con migliaia di famiglie disperate, o ad altissimo rischio di nuovi blitz giudiziari, secondo quanto risulta sul modello Santa Giulia.

Una pista tra le tante: i carabinieri stanno dando la caccia a ” oltre due milioni di tonnellate di rifiuti tossici ” sotterrati chissà dove dal gruppo Perego, grossa azienda lombarda doc, in apparenza.

In realtà, secondo i giudici, era in mano alla ‘ndrangheta come il suo titolare, arrestato.

E conquistava subappalti milionari: tra gli altri, il tunnel targato Expo, il maxi-ospedale di Como e perfino il nuovo tribunale di Milano.

ONORATA SANITÀ.
Tra il 2007 e il 2009 le cosche Morabito e Paparo si erano infiltrate, secondo l’antimafia, in tutta la filiera alimentare, dall’Ortomercato ai magazzini logistici dei supermercati, con manovali pestati a sangue e concorrenti gambizzati.

Ora le indagini documentano una nuova scalata: ospedali e cliniche private.
In galera per mafia, nella retata di luglio, è finito Carlo Antonio Chiriaco, direttore sanitario dell’Asl di Pavia, cioè ” manager di fiducia della giunta Formigoni “, come insegna la legge regionale che dal ’98 ha legalizzato la lottizzazione ( per fermare i processi ).

Le microspie lo hanno registrato mentre si vantava di essere ” uno dei capi della ‘ndrangheta a Pavia “, assolto da un tentato omicidio anche se era ” vero che gli abbiamo sparato “.

Questi segreti li confidava a un dirigente del San Paolo di Milano, che non potrà difendersi dall’accusa di mafia: è volato giù dalle scale del suo ospedale. Una morte senza testimoni: omicidio o suicidio?

In attesa di risolvere il giallo, altre indagini hanno svelato massicci investimenti della ‘ndrangheta in cliniche private: decine di milioni riciclati in nuove residenze per anziani tra le province di Bergamo ( 148 posti letto a Vigolo ), Pavia ( tre ospizi da accreditare a Costa dei Nobili, Pinarolo Po, Monticelli ) e Novara.

I soldi per le cliniche uscivano dalla tasche di decine di commercianti e imprenditori usurati e taglieggiati con violenza selvaggia.

È la storia nera dei comuni accanto all’aeroporto di Malpensa, secondo l’accusa dominati dai boss Filippelli di Cirò Marina.

Per ripulire il denaro usavano, tra l’altro, l’immobiliare Makeall, sede a due passi dal Duomo: il dominus era un ingegnere milanese che fece l’errore di chiedere prestiti a quei ” crotonesi di Varese “, fino a diventarne ostaggio. Oggi è testimone sotto protezione: deve vivere con la scorta.

Anche nel profondo nord, ormai, la sanità serve alla mafia per condizionare la politica e incassare lavori pubblici.

Un esempio? Il direttore sanitario del carcere di Monza cerca voti per una nuova lista mirata sugli elettori disabili.

Li chiede a un boss detenuto con cui si scambia favori, Rocco Cristello, che spiega agli affiliati: ” È un amico, con la politica prenderà in mano qualche Asl.

E noi avremo gli appalti “. Commento di un candidato: ” Anche i carcerati sono diversamente abili “.

L’epilogo è tragico. Cristello viene ammazzato a Verano Brianza, nella guerra di mafia culminata nell’omicidio del boss scissionista Carmelo Novella. Punito perché organizzando una secessione dei clan lombardi.

POLITICA INQUINATA.
L’assalto al cielo, dal Comune di Milano alla Regione Lombardia e magari al Parlamento, comincia dai piccoli feudi elettorali della provincia, dove le cosche chiedono favori e promettono i voti di migliaia di calabresi.

È il modello Chiriaco, che maneggiava comitati d’affari, sindaci e assessori. Nelle intercettazioni i boss brigano per eleggere decine di politici milanesi e nazionali, primo fra tutti Abelli ( ” a mia insaputa “, giura lui ).

Tra Pavia e Milano la Procura è arrivata a contestare il reato di ” condizionamento mafioso delle elezioni “. Casi dubbi e isolati, minimizzano i leader.

Eppure nel cuore della Brianza c’è addirittura il primo grande comune del Nord paralizzato per mafia.

Desio, 40 mila abitanti, è la capitale lombarda del mobile. Il consiglio comunale si è riunito una sola volta in quattro mesi: la maggioranza di centrodestra non raggiungeva il numero legale.

La settimana scorsa tre assessori leghisti si sono dimessi senza spiegazioni. Perché i motivi sono imbarazzanti: lo stallo è l’effetto delle indagini che hanno scoperto un ” locale ” dei clan reggini di Melito Porto Salvo.

Tanto forte da ” permerare i gangli della vita politica “. Nessun indagato, almeno ufficialmente, ma negli atti si legge che il coordinatore cittadino del Pdl, Natale Marrone, chiede al presunto boss, Pio Candeloro, ” un’azione violenta ” contro un avversario politico.

È Rosario Perri, potente e discusso direttore dell’edilizia privata, diventato nel 2009 assessore della neonata Provincia di Monza e Brianza.

Candeloro rifiuta di colpirlo, perché Perri è intoccabile: ” appoggiato da persone di evidente rispetto “, come scrivono i PM.

Quando altre intercettazioni lo immortalano mentre parla di ” soldi nascosti nei tubi di casa “, Perri si dimette.

E il mandante del suo mancato pestaggio si scusa: ” Era solo un’esternazione di rabbia “.

Poi abbandona la carica di coordinatore del Pdl. Ma non il consiglio comunale. Intanto due suoi zii sono stati arrestati per armi: l’uno era arrivato a minacciare per strada l’altro ( suo fratello ) con una pistola.

Tutti i protagonisti di questi e altri infortuni sono calabresi, come Annunziato e Natale Moscato, imparentati con il clan Lamonte di Melito.

A Desio entrambi hanno avuto cariche pubbliche. Il primo è finito in manette per mafia il 13 luglio, il secondo, già assessore all’urbanistica del Psi, era stato arrestato con la stessa accusa nel ’94, uscendone assolto.

A quel punto è diventato berlusconiano: alle europee del 2009 era proprio Natale Moscato il rappresentante di lista del Pdl al seggio numero 13 di Desio, come ha verificato ” L’espresso “.

L’anno scorso si votava anche per le amministrative. Il presidente del consiglio comunale, Nicola Mazzacuva, ha trovato una molotov fuori dal suo studio medico, con proiettili e ” santini ” elettorali di altri due candidati, suo figlio Giuseppe e un certo Michele Vitale, un nome che divide tuttora il centrodestra.

Almeno quanto Pietro Gino Pezzano, direttore dell’Asl di Monza. E proprio da questa fetta di Brianza ha scalato il Pirellone Massimo Ponzoni, ex assessore formigoniano all’ambiente, rieletto consigliere regionale nonostante una bancarotta e nuove indagini per corruzione.

I giudici antimafia non esitano a definire Ponzoni ” parte del capitale sociale ” dello stesso clan ‘ndranghetista che ha scalato l’azienda Perego.

Colta da improvviso imbarazzo, la Lega Nord ha bloccato la maggioranza. ” Il Comune è allo sfascio “, riassume Lucrezia Ricchiuti del Pd: ” Senza delibere i fornitori non vengono pagati, lo scuolabus è sospeso “.

La copertura di bilancio è stata votata in extremis, il 25 ottobre, ma solo per evitare lo scioglimento prefettizio.

STATO E ANTISTATO.
La lotta a Cosa Nostra ha insegnato che la criminalità comune è contro lo Stato, mentre la mafia è dentro lo Stato.

Le indagini sulla ‘ndrangheta stanno svelando molte complicità insospettabili. Ma a dare la misura della profondità delle infiltrazioni in Lombardia può bastare un solo filmato di Michele Berlingieri, ex carabiniere di Rho, il comune dell’Expo, indagato con tre colleghi e ora in cella per corruzione e mafia.

La notte del 25 gennaio scorso il militare interviene nel bar ” Il brigante “, dove un giovane albanese, Avrami Artin, è appena stato ucciso a colpi di pistola.

Sette videocamere dei carabinieri di Monza lo riprendono mentre stringe la mano a due familiari del presunto assassino, Cristian Bandiera, figlio di un boss poi arrestato.

Gli stessi filmati dell’accusa mostrano il ragazzo italiano che spara e poi passa la pistola a un complice.

Il carabiniere infedele vede l’arma, ma lo lascia uscire indisturbato. Poi raccoglie i bossoli e li risistema a terra, inquinando la scena del delitto.

E secondo i giudici sapeva benissimo con chi aveva a che fare. Del boss Novella, dopo l’omicidio, diceva a un collega: ” Tu sai chi è quello? Riina era siciliano, questo è calabrese “.

REPORTER

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IL COMUNE DI CORSICO COMBATTE I CLAN

IL COMUNE DI CORSICO COMBATTE I CLAN

IL COMUNE DI CORSICO CONTRO I CLAN NELL’INTERLAND MILANESE PER INFILATRAZIONEI DELLE COSCHE DEI CALABRESI

14/05/2018 – A Corsico, nel comune dell’hinterland milanese vi sono infiltrazioni conclamate delle cosche calabresi e siciliane,a questo punto il sindaco dà battaglia.

Come? Con un progetto che coinvolge tutti gli uffici tecnici. Perché per battere la mafia si comincia dalla trasparenza e dal controllo.

Corsico, periferia Sud di Milano. Un tappeto di case e centri commerciali a pochi passi dal naviglio. All’ingresso del Comune sventola un poster con Falcone e Borsellino.

” Corsico li ricorda con l’impegno civile “, si legge. Proprio qui, in uno dei piccoli centri saliti alla ribalta con l’operazione ” Infinito “, in un paese che in cinque chilometri conta 14 beni confiscati, in una terra in cui nessuno può più negare le radici dei clan, siciliani e calabresi.

Ma al primo piano del Municipio di Corsico, in via Roma, c’è Maria Ferrucci, classe 1958, sindaco impegnato in prima fila per la legalità. ” Per favore, non chiamatemi “sindaco antimafia “, ricorda più volte:  “Faccio tutto questo solo perché penso che sia ciò che ogni buon primo cittadino dovrebbe fare “.

” Tutto questo ” è l’insieme delle attività portate avanti dal ” Gruppo Legalità “, un progetto formale, inserito nel piano di gestione, che coinvolge gli uffici tecnici del comune e un buon gruppo di assessori e consiglieri.

L’obiettivo è aumentare il controllo sul territorio, ” Togliere l’humus ai clan “, come dice il sindaco, ” Perché le amministrazioni locali possono fare molto più della polizia.

Noi abbiamo moltissime informazioni, e possiamo intervenire in modo preventivo, senza aspettare il reato compiuto “.

Proprio l’uso consapevole delle banche dati è il primo punto nel new deal antimafia del comune: ” Non facciamo altro che incrociare la posizione contributiva dei nostri residenti, le loro utenze e l’anagrafe immobiliare “, racconta Ferrucci: ” Solo così siamo riusciti a portare alla luce molte irregolarità.

Abbiamo stabilito dei parametri e quando i punteggi sono troppo alti segnaliamo l’anomalia a chi di dovere “.

In questo modo, facendo semplicemente comunicare fra loro uffici tecnici prima isolati, la Ferrucci e il suo team hanno scoperto ad esempio un’anziana signora che faceva da prestanome a un clan: aveva 75 anni e si era vista intestare 10 case in due anni.

Gli è servito anche ad individuare due giovani ” sospetti “: un invalido civile e un nullatenente, con meno di 25 anni, erano riusciti insieme ad ottenere un mutuo all’Unicredit per una casa di cui non avevano pagato l’Ici.

Poco dopo è intervenuta la magistratura: erano noti rampolli di una cosca.
” I nostri interventi non riguardano solo la mafia “, racconta il sindaco: ” Con questi controlli andiamo a guardare se i nostri abitanti pagano le tasse e non si fanno corrompere.

Questo è semplicemente amministrare bene un comune, costruire una nuova cittadinanza “. L’obiettivo è togliere la terra ai clan, quell’intrico di connivenza e silenzi che permette loro di fiorire: «Se il territorio è pulito, attira imprenditori puliti», ricorda lei.

E agli imprenditori si rivolgono alcune specifiche iniziative del gruppo di legalità. La più interessante è sicuramente il “libretto dell’edificio “, una scheda sulla quale, per ogni opera, dalle infrastrutture alle scuole, viene registrato il tipo di impresa che si giudica un appalto, chi è il direttore dei lavori, qual é l’esito dell’intervento, quante volte la stessa azienda si è riproposta e via dicendo.

” In questo modo possiamo capire a colpo d’occhio se c’è qualcosa che non va ” spiega il sindaco, perché si vede subito se un’impresa è stata chiamate troppe volte o se gli appalti ( che possono riguardare manutenzione, pulizia, nuove costruzioni ) sono stati gestiti sempre dalla stessa persona.

” Il turn-over è importantissimo», continua Ferrucci: ” Perché garantisce la concorrenza e la qualità degli interventi.

So che molte imprese ormai collaborano da anni col comune, e me ne avranno per questa decisione. Ma io voglio che anche loro si rimettano in gioco, ogni volta, su una nuova gara “.

Agli uffici tecnici ovviamente questa rigidità ha creato un po’ di malcontento, ” Ma è fondamentale, perché anche non volendo i rapporti troppo sicuri e continuativi fanno abbassare la qualità ed alzare i prezzi “.

Nelle gare pubbliche, ricorda il sindaco, si considererà, d’ora in poi, ” l’economicamente vantaggioso “, un giudizio che tiene conto anche della qualità del progetto e non solo del ribasso sulla spese, che da sempre facilita le aziende dei clan

Controllo dei contribuenti, turn-over delle imprese, impegno pubblico nella legalità e trasparenza degli appalti. Ma non basta.

Per cambiare corso all’avanzare delle cosche bisogna intervenire anche nelle reti, nella cultura, «Sensibilizzare i cittadini “.

Perché, come racconta il direttore del settore “Sviluppo di comunità” del comune, Marco Papa, c’è qualcosa che non va se «In un palazzo in centro, a cui avevamo proposto di affiggere una targa al primo piano in memoria di Silvia Ruotolo, uccisa dalla mafia, proprio al fianco di un negozio confiscato, l’assemblea dei condomini ha votato no.

Non hanno voluto la placca. Forse temevano che avrebbe abbassato il prestigio del caseggiato, chissà “.

Così, la giunta si è messa in prima fila per creare rete fra associazioni e comitati, proporre iniziative, invitare nomi e volti noti a Corsico per parlare di criminalità organizzata.

” Il 21 marzo del 2009, allora ero assessore alla cultura, ho portato la lettura integrale di Gomorra in piazza», racconta la Ferrucci:

” Ero convinta che avrei avuto la coda di persone per leggere. Ma non hanno aderito nemmeno tutto gli assessori “.

Da quando è diventata sindaco, iniziative come quella spuntano ogni mese, insieme a protocolli d’intesa con le prefetture, depliant del comune per il ” marketing territoriale ” ( le imprese ” pulite ” sono invitate a mettere in campo strumenti e competenze per riparare o aggiustare scuole, centri anziani, asili ), mostre fotografiche, congressi contro il gioco d’azzardo.

” Voglio far capire ai miei concittadini una cosa: in tutte le situazioni in cui la criminalità organizzata è forte, la qualità della vita si abbassa “, ricorda:

” E forse non ci rendiamo conto di che livello abbiamo raggiunto. La legalità non è considerata una priorità. Invece è proprio da qui che dobbiamo ripartire “.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

 

 

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IN CALABRIA, VI E’ UNA STRAGE DI DONNE

L’NDRANGHETA UCCIDE DECINE DI MOGLI, SORELLE, FIGLIE PER PUNIRE UN TRADIMENTO

12/05/2018 – Nella foto potete vedere il Boss Domenico Condello soprannominato ” micu u pacciu “

L’ho già detto nel titolo che l’ ‘ndrangheta uccide decine di mogli, sorelle, figlie. Per punire il tradimento. In nome di un codice barbaro che sembrava cancellato.

Io in esclusiva vi dico tutta la verità su queste storie che avvengono in Calabria, quindi una verità su un fenomeno drammatico e oscuro.

È una strage, coperta dall’omertà e dall’indifferenza: 20 donne assassinate, nella sola Piana di Gioia Tauro.

Vittime di una brutalità antica, che ha cambiato volto ma resta identica nella sua ferocia atavica: il delitto d’onore.

Sì, nel Ventunesimo secolo esiste ancora. Come nel remoto Afghanistan dei talebani, anche in Calabria resiste il codice più feroce, che punisce con la morte il tradimento femminile.

La ‘ndrangheta ignora la modernità, anzi la trasforma in una colpa. Adesso non ammazza soltanto chi ha una vera relazione, ma persino le ragazze che fanno amicizia sul Web: chattare, intrecciare legami virtuali basta a scatenare la sentenza definitiva.

E il matrimonio è indissolubile oltre la morte: la vedova di un affiliato non può rifarsi una vita, riscoprire l’amore.

Il clan non lo tollera: pretende che l’onta venga lavata dagli stessi familiari. Figli, padri, fratelli si trasformano in esecutori.

Spesso nascondono la verità simulando il suicidio, ma il messaggio di vendetta è chiaro: condiviso da molti nei paesi dove comandano le cosche.

I parenti assassini sfoggiano fierezza e orgoglio: lavano con il sangue del loro sangue la vergogna da cui si sentivano macchiati e riconquistano il rispetto della comunità.

Adesso alcune giovani coraggiose hanno sfidato questa gabbia di orrore. Sanno di non avere scampo, sanno che per amore sarebbero andate incontro alla morte.

Altre donne, magistrati dello Stato, come Alessandra Cerreti, le hanno convinte a collaborare garantendo protezione.

Così a queste rivelazioni il Procuratore Aggiunto Antimafia di Reggio Calabria, Michele Prestipino, sta riaprendo le indagini su una ventina di casi, archiviati come suicidio o rimasti senza colpevoli.

Tutti delitti d’onore, tutti con lo stesso movente.

” La donna che tradisce o disonora la famiglia deve essere punita con la morte “, ha detto ai giudici di Palmi poche settimane fa Giuseppina Pesce.

Ha trentatre anni, un cognome importante nella Piana di Gioia Tauro e una memoria che sta mettendo in crisi il gotha del potere criminale.

I Pesce sono uno dei clan storici di questa valle ai piedi dell’Aspromonte, terra fertile di agrumeti e ulivi secolari dove negli anni Settanta fu costruito un colossale polo siderurgico, inutile cattedrale d’acciaio, con un porto che ha fatto da terminale a qualunque traffico: un sistema che ha arricchito la dinastia mafiosa più potente di Calabria.

Lei è nata e cresciuta in quel mondo: il padre e lo zio sono i boss della zona, autorità indiscusse. Il percorso di collaborazione è complicato, tortuoso, sofferto, così com’ è stata la sua vita.

Conosce il marito ad appena 14 anni, lui ne ha 22. Rimane incinta a 15 anni, il primo di tre figli, e per ” riparare ” agli occhi del paese deve ricorrere alla ” fuitina “.

Appena maggiorenne si sposa ed entra a pieno titolo nella casata che domina Rosarno, 15 mila anime, tanti, tantissimi omicidi e un’economia interamente nelle mani delle cosche.

La quotidianità di Giuseppina è a contatto con killer, esattori del racket, narcotrafficanti. Suo marito è un giovane con aspirazioni criminali e si sente in diritto di trattarla come una bestia.

” Mi picchiava perché mi ribellavo, perché dicevo le cose che pensavo, e lui per farmi stare zitta mi aggrediva “.

Dopo esitazioni e ripensamenti, decide di fidarsi del PM Antimafia Cerreti: le racconta sedici anni di botte e segregazioni.

Riferisce retroscena mafiosi e storie di altre donne, massacrate perché ritenute traditrici. Quello che doveva essere il suo destino.

Dopo tanta brutalità, Giuseppina conosce un uomo gentile, che le dedica attenzioni. Riscopre la gioia, si sente ancora ragazza, è pronta a tutto pur di vivere con lui.

Ma sa che il clan non la perdonerà. A salvarla è l’arresto, con l’accusa di aver partecipato agli affari della cosca.

” Mi avrebbero ucciso, perché le donne che tradiscono vengono uccise. È una legge. Ed è successo tante volte in passato, perché qui, in Calabria, ragionano così.

Hanno questa mentalità “.

Davanti ai magistrati ricostruisce fatti concreti: donne fatte sparire, i loro amanti assassinati. Riapre un caso degli anni Ottanta che molti a Rosarno vogliono dimenticare: il dramma di sua cugina Annunziata Pesce, figlia dell’altro boss del paese.

In questo caso, addirittura un doppio oltraggio: vuole lasciare il marito per fuggire con un carabiniere di cui si è innamorata.

Un’onta inaccettabile, che viola tutti i codici della ‘ndrangheta. Annunziata viene prelevata a forza da due persone mentre cammina nel viale principale, in pieno giorno.

La caricano su un’auto, che sfreccia via: nessuno ne saprà più nulla. Il carabiniere è trasferito, la scomparsa della donna totalmente dimenticata.

Ma la cugina ricorda quello che dicevano in casa e lo mette a verbale: Annunziata è stata ammazzata dai suoi fratelli e il cadavere fatto sparire.

Oggi i pm stanno indagando su parecchie vicende simili, molte delle quali coperte dal segreto investigativo.

Le nuove istruttorie fanno luce sulla versione aggiornata del delitto d’onore, lontano dalle commedie anni Sessanta, come ” Divorzio all’italiana ” interpretato da Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli.

Fino al 1981 la legge riconosceva il valore sociale dell’onore e concedeva le attenuanti a chi ammazzava per difendere la reputazione.

Poi la norma è stata abolita. Salvo che nei feudi delle mafie. Lì si scopre che la fedeltà è per sempre. La formula ” finché morte non vi separi ” non vale per la ‘ndrangheta.

Nel 2007, sempre a Rosarno, Domenica Legato viene trovata agonizzante sotto la sua abitazione e smette di respirare poco dopo il ricovero.

Era vedova da alcuni anni, il figlio ha sostenuto che si era gettata dal balcone: un suicidio. Ora alcuni pentiti offrono un’altra verità: è stata uccisa perché frequentava un uomo.

E il clan non tollerava l’offesa al ricordo del marito. Una perizia dei carabinieri del Ris ha accertato, come aveva scritto il medico legale, che sulle mani di Domenica c’erano numerosi tagli: come se prima di buttarsi o di venire spinta giù, avesse tentato di parare i colpi sferrati con un coltello. Anche l’uomo che lei amava è stato poi trovato morto.

Ma non è l’unico caso di vedova uccisa per onore postumo.
Nel 1994 i sicari calabresi si sono spostati da Rosarno fino a Genova. E qui hanno eliminato Maria Teresa Gallucci, una bella quarantenne, vedova di un muratore deceduto mentre ristrutturava la casa dei boss Pesce.

Molti anni dopo la morte del marito, con i due figli già grandi, inizia una relazione con un commerciante del suo paese.

Il clan non approva. Prima prendono di mira l’uomo. Gli sparano una raffica sui genitali, morirà dopo lunga sofferenza.

Maria Teresa capisce di essere in pericolo. Va a Genova, ospite della sorella, e si barrica in casa, terrorizzata.

Una fuga inutile. I sicari irrompono nell’appartamento, uccidono lei, l’anziana madre e una sua nipote di ventidue anni.

Una carneficina. Gli investigatori pensano a un’azione della ‘ndrangheta, a una vendetta trasversale. Ora si è scoperto che anche quello è stato un delitto d’onore: i killer non hanno lasciato testimoni. Bisogna essere fedeli anche ai morti. E lo si deve essere persino su Facebook.

L’11 maggio 2011 Maria Concetta Cacciola si presenta ai carabinieri di Rosarno. Ha 31 anni, tre figli e un marito in cella da parecchio tempo con una condanna pesante per mafia.

Dice che vogliono ucciderla e racconta una storia che ha dell’incredibile. Dice di avere una relazione su Internet con un altro uomo, un legame virtuale. Platonico.

Ma qualcuno informa la sua famiglia con una lettera anonima e scoppia il dramma. Il padre la picchia violentemente e l’avverte: ” Questo è il tuo matrimonio e te lo tieni per tutta la vita “.

A questo punto i carabinieri la trasferiscono in una località protetta, è una testimone preziosa sulle attività della cosca.

Solo lì, può finalmente conoscere e incontrare l’uomo dei suoi sogni telematici, ma solo in presenza della scorta.

Da Rosarno arrivano pressioni per farla tornare a casa e ritrattare. In paese, tra l’altro, sono rimasti i suoi figli.

La convincono con l’inganno. Lei spera di recuperare i bambini e poi scappare, chiedendo ancora l’aiuto delle istituzioni. Invece il 20 agosto 2011 Maria Concetta viene trovata agonizzante dai genitori: ha ingoiato acido muriatico, muore poche ore dopo.

La famiglia sostiene che si è suicidata. I PM accusano padre, madre, fratello per le pressioni e i maltrattamenti con cui l’hanno spinta a ritrattare. E seguono la pista dell’omicidio.

In procura fascicoli come questo vengono riaperti. Decine di storie che arrivano da tutto il Reggino. Anche Simona Napoli sei mesi fa si è salvata correndo dai carabinieri.

In caserma ha detto che il padre aveva appena ucciso il suo amante: ” La prossima vittima sarò io “. Lei ha solo 25 anni, una figlia e un matrimonio in pezzi.

Invece con Fabrizio Pioli si sente rinascere: è una ragazza innamorata, se ne frega delle regole del paese.

” Mio padre mi ha picchiato più volte. Mi ha minacciato: se avessi conosciuto un altro, avrebbe preferito una figlia morta che ” disonorata ” “.

Anche loro si erano conosciuti su Facebook. Fabrizio, 31 anni, ha intenzioni serie. Non vuole nascondersi.

Ma quando si presenta a casa di Simona, il padre si infuria: lo insegue, lo uccide e fa sparire il corpo assieme al fratello della ragazza.

Anche la madre è stata arrestata per complicità. ” Troppo disonorevole e inaccettabile è stata infatti la visita fatta dalla vittima a Simona Napoli, coniugata e madre di un bambino piccolo, fino all’interno addirittura dell’abitazione, troppo disonorevole ed inaccettabile la diffusione di quella notizia nel piccolo e arretrato paese di Melicucco, che avrebbe gettato un’onta sull’intera famiglia Napoli, ” stimata e di rispetto ” “, così descrive la vicenda il PM di Palmi , Giulia Pantano: ” L’accettazione di quella mancanza di rispetto sarebbe stata percepita dai cittadini di Melicucco come manifestazione di debolezza da parte di una famiglia ” rispettabile ” e l’avrebbe esposta a ludibrio pubblico “.

Ora Simona è sotto protezione. Ma sa che per lei non ci sarà tregua: ” Sono una morta che cammina “. Le donne in Calabria adesso cercano di più il coraggio di denunciare.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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LE DONNE ODIANO L’NDRANGHETA

LE DONNE UCCISE DALLE LORO FAMIGLIE IN QUANTO HANNO TRADITO L’ONORE COSI’ VENGONO VENDUTE AI BOSS.

11/05/2018 – Le donne vengono uccise dalle loro famiglie perché hanno tradito l’onore. Dopo di che vengono vendute  ai boss. O diventano prigioniere di famiglie criminali.

Che trovano la forza di ribellarsi. E collaborare con i giudici. Il genitore dice alla figlia: ma cosa aspetti ad andare a trovarlo? Vai, prima che ci vadano le altre!.

A pronunciare queste parole è il padre di Valentina R., preoccupato che la figlia si lasci sfuggire l’occasione d’oro della vita, e altre ne approfittino al posto suo.

Valentina ha ventidue anni, è una bella ragazza, e probabilmente non ha alcuna voglia di assecondare il padre e accodarsi alla fila di quelle che si concedono notte dopo notte a uno dei più pericolosi boss della ‘ndrangheta.

Lui, il boss, è Francesco Pesce, detto Ciccio ‘u Testuni, e vive da mesi sepolto in un bunker. È latitante, e impartisce ordini alla ‘ndrina dei Pesce, che con quella dei Bellocco controlla la città di Rosarno. Ciccio ‘u Testuni adora le donne, e tutti lo sanno. Dunque perché non approfittarne?

In questa fetta di Calabria dove la disoccupazione nel secondo trimestre del 2012 sfiorava il 20%, conoscere l’uomo giusto può rivelarsi assai vantaggioso.

Quando il giornalista ha domandato ad alcuni abitanti di Rosarno perché un padre arrivi al punto di dare la figlia in pasto a un criminale, mi hanno risposto: ” Ma perché è un affare! “.

È un modo pure questo di fare investimenti, di piazzare un bene al miglior offerente: perché è così che questi padri considerano le proprie figlie, merce di scambio.

Se poi la ragazza le sue carte le gioca bene e riesce a entrare nelle grazie del boss diventando la sua favorita ufficiale, il ritorno per la famiglia non si misura più solo in termini economici, ma anche di prestigio sociale…

Le donne sono un’ossessione per Ciccio Pesce, le cerca in modo seriale, quasi compulsivo, e con quelle che predilige è assai premuroso…

A gestire il traffico delle ragazze è un suo favoreggiatore, Danilo D’Amico, che prende le ordinazioni e conduce le prescelte al califfo. Si incontrano nei posti più disparati, anche davanti al cimitero.

Tra le varie donne che entrano nel suo entourage c’è forse anche Rosa Stagnitti, la ragazza di Taurianova che ha partecipato al ” Grande Fratello 5 ” insieme al marito Alfio Dessì e che è al momento accusata di favoreggiamento aggravato dalle modalità mafiose nei confronti di Pesce… Maria Concetta ha poco più di trent’anni, è nata a Rosarno e la sua è una famiglia di ‘ndrangheta.

Il padre, Michele Cacciola, è cognato del boss Gregorio Bellocco e vanta trascorsi criminali di tutto rispetto.

È stato più volte in carcere e il figlio Giuseppe, fratello di Maria Concetta, segue con successo le sue orme.

Ha collezionato denunce per mafia, usura, riciclaggio, traffico di armi, e si è fatto anche lui qualche soggiorno in galera. Maria Concetta subisce fin da ragazzina il peso di regole rigide e soffocanti.

Chiusa in casa, controllata a vista, conduce una vita da reclusa e vagheggia una libertà che le appare a portata di mano quando un ragazzo del paese, Salvatore Figliuzzi, comincia a corteggiarla. Lei ha 13 anni ma per i genitori non ci sono problemi, basta che tutto avvenga secondo le regole: così, dopo l’immancabile fuitina, quando lei compie sedici anni vengono celebrate le nozze.

Purtroppo però il sogno di felicità di questa sposa bambina viene presto scalzato dalla realtà. Non ama il marito e scopre che neppure lui ama lei: l’ha sposata solo per entrare nel circolo mafioso della sua famiglia…

Ha già pensato di andarsene, di farsi ospitare da qualche amica che abita al Nord, e più di una volta è andata in agenzia a comprare il biglietto per il viaggio, ma all’ultimo momento ha cambiato idea.

Per paura. Perché i suoi familiari sarebbero capaci di fare del male a chiunque la aiutasse, e lei non vuole che altre persone ci vadano di mezzo.

Il percorso della collaborazione con la giustizia inizia da qui. Maria Concetta Cacciola ha cose molto scottanti da raccontare, come dimostra ai magistrati della Dda che la ascoltano nei giorni successivi alla sua richiesta di aiuto ai carabinieri, ed è disposta a farlo in cambio di protezione.

Ormai ha fatto la sua scelta, basta solo aspettare il momento opportuno per scappare di casa.

Finalmente nel suo orizzonte asfittico si è aperto uno squarcio di luce, la prospettiva di una vita autonoma.

E questa volta non si tratta di un’illusione: Giusy Pesce ha fatto questa scelta prima di lei ed è riuscita a salvarsi non solo la pelle ma anche a crearsi un’esistenza nuova accanto all’uomo che ama.

Sarà difficile, si ritroverà tutti contro, ma già adesso è così, in fondo, sono tutti contro di lei. C’è un unico pensiero a trattenerla, a smorzare la sua determinazione: i suoi figli.

Li adora, ma non può portarli con sé e così decide di lasciarli alla persona che ama di più, che sente vicina, che sa che se ne prenderà cura come farebbe lei stessa: Anna Rosalba Lazzaro, sua madre. ” Non so da dove si inizia e non trovo le parole a giustificare questo mio gesto ” le scrive nella lettera con cui le dice addio.

” Mamma tu sei mamma e solo tu puoi capire una figlia… so il dolore che ti sto provocando, e spiegandoti tutto almeno ti darai una spiegazione a tutto…

Quante volte volevo parlare con te e per non darti un dolore non riuscivo. Mascheravo tutto il dolore e lo giravo in aggressività, e purtroppo non potevo sfogarmi e me la prendevo con la persona che volevo più bene… eri tu e per questo ti affido i miei figli, dove non ce l’ho fatta io so che puoi… ma di un’unica cosa ti supplico, non fare l’errore mio… a loro dai una vita migliore di quella che ho avuto io, a tredici anni sposata per avere un po’ di libertà… credevo potessi tutto, invece mi sono rovinata la vita. Ti supplico, non fare l’errore con loro che hai fatto con me…”.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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COSI’ VOLEVANO UCCIDERE IL GIORNALISTA TIZIAN

COSI’ VOLEVANO UCCIDERE IL GIORNALISTA TIZIAN

10/05/2018 – L’ndrangheta aveva deciso di ucciderlo per tappargli la bocca. Il nome del giornalista dell’Espresso emerge dalle intercettazioni sugli affiliati alla ‘ndrangheta in Emilia:

” O la smette o gli sparo in bocca “

Le organizzazioni criminali che controllano a Modena gli affari illeciti non gradiscono le inchieste giornalistiche di Giovanni Tizian, 29 anni, giornalista de ” l’Espresso “.

L’ndrangheta nell’intercettazione dicono,” Spariamo in bocca a Tizian ” è la frase emersa durante  un’intercettazione ambientale realizzata nell’ambito dell’inchiesta Slot Machine contro la ‘ndrangheta.

L’operazione, condotta dalla Guardia Finanza di Bologna, ha svelato un giro di video slot machine truccate e di gioco online ( diffuso su territorio italiano ed estero ) gestito da appartenenti alla criminalità organizzata.

Il nome di Tizian è emerso dalla telefonata fra il presunto capo della banda, Nicola Femia e l’imprenditore Guido Torello; il primo si lamenta degli articoli che Tizian aveva cominciato a scrivere sulla ” Gazzetta di Modena ” evidenziando i legami di Femia con la criminalità  organizzata calabrese. ” O la smette o gli sparo in bocca “, dice Torello.

Da sei anni Tizian rivela retroscena dei business mafiosi, e questo per i clan non va bene. Ai mafiosi non piace quello che il cronista racconta sulla Gazzetta di Modena e sull’espresso.

La sua è l’unica voce che rompe la cortina omertosa.

E per questo motivo qualcuno dei clan già tempo fa aveva deciso di intimidire pesantemente il collaboratore della ” Gazzetta “.

Le intercettazioni, per indagini antimafia, hanno permesso di prevenire l’azione criminale e per il giornalista la prefettura di Modena ha disposto una misura di protezione.

Tizian è adesso tutelato da due finanzieri armati.

La forza dell’informazione si dimostra ancora una volta una delle armi migliori per combattere le mafie.

Perché i mafiosi e i loro complici hanno paura di essere svelati all’opinione pubblica, soprattutto nelle zone in cui l’azione di Tizian si rivela come un caso isolato.

Una mosca bianca, facile da individuare e colpire. Per proteggerlo, dunque, sarebbe necessario oltre alla scorta, un’azione di denuncia collettiva.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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AL SUD I SINDACI SONO LASCIATI SOLI CONTRO I CLAN

AL SUD I SINDACI SONO LASCIATI SOLI CONTRO I CLAN

AL SUD I SINDACI VENGONO LASCIATI SOLI IN BALIA DEI CLAN

09/05/2018 – In Calabria continuano a crescere il numero di amministratori locali vittime delle intimidazioni delle cosche.

In testa per numeri di episodi c’è la Calabria come ho già detto, seguita dalle altre regioni meridionali, con episodi in aumento in Lombardia e nel Lazio.

Un fenomeno che sta diventando molto preoccupante ma come sempre capita sottovalutato dagli ultimi governi.

L’ultimo episodio è successo pochi giorni prima di Natale a Trebisacce, un paese di 10 mila abitanti in provincia di Cosenza.

Sei uomini sospettati di far parte di una cosca emergente della ‘ndrangheta attiva nell’alto Ionio Cosentino avevano progettato di piazzare due bombe: ” Preparami queste cose che glielo devo andare a mettere al maresciallo dei carabinieri a Trebisacce, in questi giorni di festa, sotto la macchina proprio, vicino la caserma.

Gliela devo fare una a lui e un’altra al sindaco “, si sente nell’intercettazione che li ha incastrati. Gli Agenti della Direzione Distrettuale Antimafia li hanno fermati prima che dalle minacce passassero ai fatti.

Fare l’amministratore pubblico, in alcuni territori d’Italia, significa, inevitabilmente, andare a toccare, a sconvolgere i piani e gli interessi della criminalità. Ed esporsi a ritorsioni e intimidazioni.

È successo 270 volte nel corso del 2011 secondo i dati raccolti ed elaborati dall’associazione Avviso Pubblico  ( www.avvisopubblico.it ) che ha da poco presentato il secondo rapporto ” Amministratori sotto tiro. Intimidazioni mafiose e buona politica “.

Un episodio ogni 34 ore, con un aumento del 27 per cento rispetto al 2010. Ma anche nel 2012 il fenomeno non ha accennato a diminuire ed è andato di pari passo con un altro preoccupante record negativo, quello dei Comuni sciolti per infiltrazione e collusione con i clan.

VENTICINQUE LE AMMINISTRAZIONI COMMISSARIATE DA GENNAIO

” Riceviamo una segnalazione di nuove intimidazioni ogni due giorni “, spiega Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico, ” è un segnale molto preoccupante e da molti punti di vista sottovalutato.

E che quindi meriterebbe di essere portato maggiormente all’attenzione dell’opinione pubblica e di chi ci governa.

È vero che c’è un rapporto tra mafia e politica – e lo stanno testimoniando numerose inchieste – ma è altrettanto vero che gli enti locali più piccoli rappresentano una barriera della politica contro la mafia.

Uno degli elementi che contraddistingue la mafia rispetto ad altre forme di criminalità è proprio la volontà di controllare il territorio e quindi il Comune è oggettivamente la prima istituzione chiamata a controllare, perché ha i rapporti più vicini con i cittadini. È quella più di prossimità “.

Le regioni più colpite, nel 2011, sono state quelle meridionali. In testa la Calabria, con 85 casi, seguita dalla Sicilia ( 67 ), dalla Sardegna ( 37 ), dalla Campania ( 25 ) e dalla Puglia ( 20 ).

Ma la vera novità rispetto al rapporto dello scorso anno è rappresentata dalla presenza della Lombardia e del Lazio, con 9 e 7 casi.

” Nel centro nord un episodio che mi ha colpito molto è successo a Fino Mornasco, in provincia di Como “, dice Romani, riferendosi al messaggio lanciato lo scorso maggio al sindaco Giuseppe Napoli: una croce di legno alta quasi due metri, posta vicino alla piazza principale della cittadina, accanto ad essa una vecchia foto presa dal volantino della campagna elettorale del 2004, e una bomba priva di carica.

E, da lì, una lunga serie di ” avvertimenti ” che ha messo a dura prova l’intera giunta. Alcuni uffici, inoltre, rivela il rapporto di Avviso Pubblico, vengono presi di mira più di altri: quelli tecnici, che gestiscono gli appalti, e i vigili urbani perché sono i funzionari che vanno a controllare i cantieri.

Così come gli uffici regionali che si occupano delle spese e delle forniture sanitarie. Un immenso giro d’affari, quello legato alla sanità, che incide per l’80/85 per cento sul bilancio di una Regione.

Tra gli amministratori locali sono invece soprattutto i sindaci, gli assessori e i consiglieri a diventare oggetto di intimidazioni.

” Nel 2011, una serie impressionante di minacce è stata rivolta in particolare ai sindaci donna che governano comuni calabresi “, spiega il coordinatore di Avviso Pubblico, ” molto spesso si pensa che i sindaci che ricevono minacce conducano esplicitamente la lotta alla mafia. In realtà, non fanno altro che cercare di fare la politica intesa come bene comune, stando attenti a recuperare risorse che sono state sottratte allo Stato e a ridistribuirle in maniera equa, riconoscendo i diritti e combattendo i privilegi “.

È il caso del primo cittadino di Isola di Capo Rizzuto, Carolina Girasole. La sua giunta si è insediata nel 2008, dopo un anno e mezzo di commissariamento.

La linea con cui il sindaco Girasole decide di amministrare è chiara sin dalla delibera n. 2, con la quale il Comune si costituisce parte civile nei processi di mafia.

” Nei primi due anni abbiamo fatto molte altre cose per cercare di riavviare, in modo concreto e sano, la macchina amministrativa, che era rimasta ferma al commissariamento», racconta Girasole.

Ma dal 2010 partono le intimidazioni: macchine bruciate, lettere anonime, minacce dirette ai consiglieri e un blog anonimo che getta fango sui membri della giunta.

” Sono trascorsi quasi cinque anni, che considero come una vera e propria resistenza. Abbiamo fatto scelte che abbiamo pagato a caro prezzo e la nostra vita privata è stata completamente sconvolta.

Eppure abbiamo semplicemente cercato di fare il nostro dovere, gestendo la cosa pubblica in modo serio e cercando di dare efficienza e modernità alla macchina amministrativa.

Non potrei definirlo diversamente, anche se mi rendo conto che possiamo sembrare degli extra-terrestri “

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO.

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IL MINISTRO DELL’INTERNO ANNAMARIA CANCELLIERI CHIEDE IL COMMISSARIAMENTO  PER INFILTRAZIONI MAFIOSE ” CHI HA UCCISO REGGIO CALABRIA “

IL MINISTRO DELL’INTERNO ANNAMARIA CANCELLIERI CHIEDE IL COMMISSARIAMENTO PER INFILTRAZIONI MAFIOSE ” CHI HA UCCISO REGGIO CALABRIA “

IN CALABRIA ALLA MADONNA DURANTE I FESTEGGIAMENTI SI CHIEDONO I MIRACOLI.

08/05/2018 –  In Calabria, alla madonna si chiedono i miracoli durante la festa. Martedì 11 settembre a Reggio Calabria si sono chiusi i festeggiamenti per la Madonna della Consolazione, patrona della città.

Erano incominciati sabato 8, con la discesa dalla collina dell’Eremo fino al Duomo. In mezzo al percorso, la fermata di fronte a Palazzo San Giorgio, sede del Comune, con i portatori che gridavano ” Forza Reggio “, oltre al tradizionale ” Viva Maria “.

Alla Madonna si chiedono i miracoli. Il primo è atteso a giorni, se non a ore, quando il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri deciderà sul commissariamento di Reggio per infiltrazioni mafiose durante le giunte del sindaco Giuseppe Scopelliti ( 2002-2010 ), oggi governatore della Regione.

Solo un miracolo adesso potrà salvare dallo scioglimento il Comune della più grande città calabrese. Poi bisogna vedere da che parte sta la Madonna.

I suoi rappresentanti in terra di Calabria sembrano orientati in modo contrapposto. Domenica 2 settembre 2012 dal Santuario di Polsi, Sancta Sanctorum per i Summit delle ‘ndrine, il Vescovo di Locri Giuseppe Fiorini Morosini ha annunciato il perdono della Chiesa per i mafiosi e, testualmente, la volontà di ” non farsi intimorire dalla stampa che aspetta da noi sacerdoti parole di disprezzo ” ( applausi vivissimi degli astanti ).

La replica è arrivata due giorni dopo da monsignor Salvatore Nunnari, arcivescovo di Cosenza, che ha bollato i mafiosi come ” cuori di Caino ” e li ha accusati di devastare l’economia locale con le violenze e le estorsioni.

Nunnari avrebbe potuto citare anche l’altro fattore di devastazione: la politica locale. ‘Ndrine e assessori sono spesso insieme quando si deve decidere della vita e della morte delle attività produttive.

I clan, a colpi di bombe. La politica in modo più sottile, creando un albo informale di fornitori-amici con accesso preferenziale alle casse pubbliche per appalti, consulenze e altre distribuzioni di fondi.

È bastato verniciare tutto con una patina di notti bianche, tronisti e leoni del pop in concerto come Elton John e battezzare il risultato finale ” modello Reggio “.

È durato dieci anni questo modello creato dai figli dei ” boia chi molla “, criticato da 400 pagine di relazione prefettizia e celebrato con decine di inchieste della magistratura.

L’elenco è sterminato. Si può citare la Multiservizi spa, una joint-venture tra il Comune e la cosca Tegano.

Ci sono le parentele pericolose di Massimo Pascale, ex segretario particolare di Scopelliti e ora capostruttura in Regione, e dell’ex assessore Luigi Tuccio, figlio di un presidente di Cassazione.

Pascale e Tuccio sono cognati di Pasquale Condello, cugino omonimo del ” Supremo “, catturato nel 2008.

Ci sono gli incarichi ad hoc per Alessandra Sarlo, moglie del giudice Vincenzo Giglio arrestato dalla Procura di Milano per i suoi rapporti con il clan Lampada.

C’è l’arresto a fine luglio dell’ex consigliere pro-Scopelliti, Dominique Suraci, punto di riferimento dei clan cittadini per la grande distribuzione.

La pagina delle infiltrazioni mafiose potrebbe bastare a sbriciolare il ” modello Reggio “.

Ma Reggio è anche a forte rischio di dissesto finanziario. Anni di spendi e spandi per creare una realtà mitologica a base di feste in differita Rai e dirette radio quotidiane su Rtl 102,5 con il sindaco Scopelliti ( nome d’arte Peppe Dj ) hanno creato un buco che il primo cittadino attuale Demetrio Arena stima in 118 milioni di euro.

Gli ispettori delle Finanze lo quantificano prudenzialmente in 170 milioni, di cui 70 di puro saccheggio dalle pubbliche casse.

Come capro espiatorio per tutti si è immolata Orsola Fallara, responsabile del settore Finanze e Tributi del Comune. Ufficiale pagatore di Scopelliti e custode dei segreti finanziari della giunta, Fallara è morta suicida il 17 dicembre 2010 dopo quasi due giorni di coma e due mesi di attacchi dell’opposizione, che l’accusava documenti alla mano di essersi liquidata quasi 1,5 milioni di euro dal 2008 al 2010.

Come dirigente del Comune pagava se stessa in quanto consulente del Comune. E così faceva con altri sodali di Scopelliti.

Dopo gli attacchi dei ” nemici di Reggio “, i consiglieri dell’opposizione Demetrio Naccari Carlizzi, Sebi Romeo e Massimo Canale, anche Scopelliti ha scaricato la manager che, poche ore dopo una conferenza stampa, ha inghiottito una dose mortale di acido muriatico.

La Procura, diretta dall’attuale procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e dal suo vice Michele Prestipino, ha chiuso l’indagine senza autopsia e senza verificare i tabulati telefonici della dirigente inquisita.

Eppure sono fondamentali per capire se la difesa di Scopelliti, inquisito a sua volta per la gestione delle finanze municipali, è fondata.

Il governatore ha dichiarato che lui poteva non sapere. Firmava decine di carte al giorno. Non si poteva pretendere che le leggesse.

Si fidava dei suoi e, in particolare, dell’amica di infanzia Orsola. Quando le autoliquidazioni sono state portate alla luce dall’opposizione, lei gli avrebbe scritto per sms ” mi vergogno “.

E lui: ” Ti dovevi vergognare prima “. Un dialogo da film che, senza verifica sui tabulati, diventa inconfutabile.

È altrettanto inconfutabile che gli altri beneficati dalla Fallara, quelli vivi, non sono stati affatto abbandonati da Peppe Dj.

Il city manager Franco Zoccali o il dirigente dell’Urbanistica Saverio Putortì, entrambi indagati, sono stati promossi a più alto incarico in Regione.

La patata bollente dei conti è stata girata all’epigono di Scopelliti, il sindaco in carica Arena. Dottore commercialista, Arena sa che la salvezza contabile è legata a qualche fondo straordinario, magari dalla legge sulle dieci aree metropolitane d’Italia di cui Reggio fa parte, e al mantenimento di poste di bilancio come quella sui residui attivi, un presunto tesoro da 626 milioni di euro fatto di crediti in larga parte inesigibili. In proporzione, il ” modello Reggio ” spazza via la concorrenza.

La Sicilia ha 5,3 miliardi di euro di residui attivi e 5 milioni di abitanti ( circa mille euro di crediti pro capite ).

I reggini sono poco meno di 200 mila con il triplo di crediti. In compenso, alla fine del 2010 Reggio aveva fondi di cassa per soli 2 milioni di euro, secondo il bilancio consuntivo approvato a luglio del 2012 con un anno di ritardo.

Al solito, ci vanno di mezzo i fornitori, come l’impresa Siclari che si è vista sospendere 400 mila euro di pagamenti da Scopelliti per il restauro del Castello Aragonese.

Le incrinature del sistema e l’austerity nella spesa pubblica si fanno sentire anche sulle cosche cittadine.

Le inchieste Assenzio e Sistema della Dda le mostrano unite per gestire il mercato alimentare in una città dove le catene della grande distribuzione non fanno certo la fila per entrare.

Con l’arresto a fine luglio dell’ex eletto scopellitiano Suraci, gestore di sei supermercati con marchio Sma, i magistrati hanno elencato con minuzia la pax mafiosa sullo scaffale.

I De Stefano-Tegano provvedevano a latte, formaggi, uova, ortofrutta e gelati. La cosca Caridi vendeva il pane.

I Lo Giudice e i Rosmini fornivano gli imballaggi di plastica e cartone. I Condello la pasta fresca e i Labate il bestiame.

A ciascuno il suo, con una bella pietra sopra a una guerra da ottocento morti in nome dei soldi e del controllo del territorio.

Ma tanto controllo del territorio e pochi soldi, quanto meno in confronto ai clan della Piana. Loro possono godersi quella miniera d’oro a getto continuo che è il porto di Gioia Tauro.

Dall’inizio del 2012 i sequestri di cocaina nascosta nei container sfiorano le 2 tonnellate per un controvalore di mercato di 450 milioni di euro.

Se, ad essere ottimisti, la droga intercettata è pari a qualche punto percentuale sul totale della merce in arrivo, si sta parlando di alcune decine di miliardi di euro all’anno di giro d’affari.

È dura fare i margini della coca con il pecorino e la soppressata.

Le cosche urbane, compensate dai clan più ricchi con le alleanze d’affari al Nord, riequilibrano il gap finanziario con un esercito di colletti bianchi per riciclare e con l’influenza politica.

Cioè con l’influenza sui politici attraverso figure imprenditoriali come Pasquale Rappoccio, che spaziava dalla Calabria alla Lombardia e dal turistico-alberghiero alla sanità, due settori tenuti in piedi con fondi pubblici.

Quando l’hanno arrestato come partner d’affari dei Condello, un anno fa, Rappoccio custodiva in casa i simboli che meglio sintetizzano il ” modello Reggio “.

C’erano le immagini della Madonna della Consolazione e della Madonna della Montagna. E c’era il bric-à-brac di grembiuli e medaglioni della Gran Loggia Regolare d’Italia, presente in città con cinque logge dichiarate ( Bereshit, Odigitria, Alchimia, San Giorgio, Tommaso Campanella ) e diretta dal romano Fabio Venzi, studioso di rapporti tra massoneria e fascismo.

La stanza di compensazione del potere, a Reggio, è sempre la loggia. Ma forse sta volta non basterà a salvare il ” modello Scopelliti “.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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