CONSIP: IL CAPITANO ULTIMO VIENE RESTITUITO DAI SERVIZI SEGRETI ALL’ARMA: ” VENUTO MENO IL RAPPORTO DI FIDUCIA “

CONSIP: IL CAPITANO ULTIMO VIENE RESTITUITO DAI SERVIZI SEGRETI ALL’ARMA: ” VENUTO MENO IL RAPPORTO DI FIDUCIA “

IL CAPITANO ULTIMO SERGIO DI CAPRIO VIENE DESTITUITO DAI SERVIZI SEGRETI E RESTITUITO ALL’ARMA DEI CARABINIERI.

24/02/2018 -Roma – Il Colonnello Sergio Di Caprio dopo che fù destituito dai Servizi Segreti rientra dopo le rilevazioni della Procura di Roma sui rapporti tra gli uomini del Noe che indagavano e investigavano sulla centrale acquisti della ” Pa ” e gli Agenti Segreti loro ex colleghi all’insaputa di tutti i vertici del comparto intelligence che, quando ne sono venuti a conoscenza, sono andati su tutte le furie hanno poi dovuto accettare la domanda di rientro all’ARMA  dell’ex Vicecomandante del Noe e di venti suoi collaboratori.

Sergio De Caprio, l’ex Ufficiale del Ros che catturò Totò Riina: ” nostro operato sempre corretto “.

La storia del Capitano Ultimo l’ex Ufficiale del Ros che diresse la squadra che catturò Totò Riina detto  ” u curtu ” , aveva proprio uno strano destino era stato subito dopo assegnato, ai servizi segreti dopo l’uscita della famosa intercettazione del Noe, di cui era vicecomandante, tra Matteo Renzi e il generale della GDF Michele Adinolfi nell’ambito dell’inchiesta sulla Cpl Concordia. E per l’indagine Consip, svolta sempre dal Noe, è dovuto rientrare al corpo di appartenenza, l’Arma. Ecco i fatti di questa strana vicenda che sembra la trama di un giallo.

Il capitano Ultimo, al secolo Sergio De Caprio, era transitato da tempo all’Aise, altri 20 suoi ex collaboratori lo avevano seguito molti dei quali dopo tutte le polimiche che si erano scaturite per la fuga di notizie sul caso Consip.

E dopo che la procura di Roma anche ma non solo per quel motivo tolse loro la titolarità delle indagini che svolgevano sotto la direzione del PM di Napoli Henry JohnWoodcock.

Ora, però, Ultimo e i suoi venti collaboratori se ne sono tornati all’improvviso all’Arma. Che cosa era successo? Adesso ve lo spiego.

La ‘restituzione’ legata al caso Consip Il ritorno tra i carabinieri, secondo quanto si apprende in ambienti del intelligence, sarebbe stato legato ancora una volta alla vicenda Consip,  ovvero al fatto che – come scoperto dalla procura di Roma – alcuni loro ex colleghi Noe, in particolare il Capitano Giampaolo Scafarto  avrebbero continuato a collaborare con i loro ex colleghi transitati all’Aise ” A totale insaputa di tutti i vertici del comparto creando di fatto la fine del rapporto di fiducia “, si riusci’ ad apprende dai servizi.

Come e con chi è ancora oggetto dell’inchiesta della procura romana. Ma i fatti sono che tutti e venti gli ex miitari del Noe, De Caprio compreso, hanno presentato domanda di rientro.

Perchè tutti e non solo quelli che hanno dovuto ammettere le loro responsabilità e che erano coinvolti negli scambi di informazioni con i carabinieri del Noe?

Gli 007 collaboravano di nascosto con l’ inchiesta Consip. Per l’Agenzia che si occupava di controspionaggio il condizionale è d’obbligo, dopo aver saputo dalla Procura di Roma che alcuni suoi agenti continuavano a collaborare segretamente, è proprio il caso di dirlo, con l’indagine di Napoli che aveva coinvolto esponenti del governo ( come il ministro dello Sport Luca Lotti ), tirato in ballo il papà dell’ex premier, Tiziano Renzi,ma fù indagato anche il comandante dell’Arma Tullio Del Sette ( (che lo stesso Scafarto non si riusciva a capire su quale base di quali elementi egli voleva intercettare ) è stato un evidente danno di immagine.

E quando i vertici del comparto dell’ Intelligence lo hanno saputo, andarono su tutte le furie. subito dopo convocarono tutti gli interessati, alcuni – non si sa però quanti – hanno ammesso.

A quel punto venne meno il rapporto di fiducia tra loro e i vertici. Dal punto di vista formale, fu eseguita la strada della richiesta di tutti gli ex militari del Noe di tornarsene all’Arma, con la contestuale accettazione della domanda.

Dal punto di vista della sostanza, non ci sarebbero state alternative, visto che la loro presenza nei servizi era diventata incompatibile e insostenibile.

Non è dato però sapere al momento se questo loro comportamento di ( collaborare di nascosto a una indagine della magistratura per un agente segreto è vietato dalla legge ) che si possa anche configurare un reato penale e dunque l’avvio di una indagine presso la procura di Roma.

Quel che adesso è certo è che, essendo tutti ex carabinieri, sono giocoforza rientrati nei ranghi del corpo di appartenenza.

Quale sarà ora la loro destinazione? Per il momento vi è un ” No comment ” Questa è stata la risposta dell’Arma.

I rapporti (segreti) tra 007 e investigatori del Noe. Destinatario delle varie notizie trasmesse dallo Scafarto all’AISE  sarebbero stati almeno un maresciallo o forse anche due del Noe, che avevano preso parte in quella indagine ed era stato poi trasferito all’Intelligence.

All’Aise, nel tempo, erano stati destinati due Ufficiali che avevano ricoperto ruoli di vertice al Noe: il maggiore dei carabinieri Pietro Rajola Pescarini   e, appunto, il colonnello Sergio Di Caprio che del Noe che era stato a lungo il Vicecomandante.

Se fossero o meno proprio Di Caprio e Rajola i destinatari finali delle informazioni trasmesse da Scafarto è una delle circostanze che la Procura sta accertando.

Il Capitano Scafarto fu indagato subito dopo per falso nell’ambito dell’indagine Consip del PM di Napoli Woodcock  che attribuì all’imprenditore accusato di corruzione” Alfredo Romeo ” anzichè Italo Bocchino una telefonata circa un presunto incontro con l’indagato Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo.

Woodcock è ora indagato dalla Procura Romana per una violazione di Segreto d’Ufficio sull’indagine Consip.

Il passaggio di De Caprio all’Aise di sicuro Scafarto e Ultimo sicuramente si conoscevano ed hanno per diverso tempo lavorato insieme, da quando De Caprio era Vicecomandante del Noe.

Posto che poi ha lasciato, per passare all’Aise, dopo che gli furono revocati i compiti operativi nell’ambito di una riorganizzazione complessiva dei vari reparti speciali dell’Arma e dopo l’uscita della famosa intercettazione del Noe tra Matteo Renzi e il generale della GDF Michele Adinolfi.

E Scafarto non è l’unico ufficiale del Noe finito nei guai per la vicenda Consip: anche il Colonnello Alessandro Sessa, suo diretto superiore, è indagato dalla procura di Roma. L’accusa è di depistaggio. fù’proprio un messaggio inviatogli dal Scafarto, il 9 Agosto 2016, ad aver determinato il suo coinvolgimento nell’inchiesta: ” Signor colonnello – è scritto – sono due giorni che io penso continuamente a queste intercettazioni e alla difficoltà di portare avanti queste indagini con serenità.

Credo sia stato un errore parlare di tutto col capo attuale e continuare a farlo. La situazione potrebbe precipitare con la fuga di notizie “.

De Caprio: ” Autonoma decisione “. Il rientro nell’Arma, ha fatto sapere il capitano Ultimo all’Ansa, sarebbe stata una ” autonoma decisione ” per evitare ” strumentalizzazioni sul loro operato, sempre corretto ” e tutelare sia i Servizi che i Carabinieri, dopo le ” insinuazioni e le manipolazioni della realtà ” fatte dai media.  ” Da questo momento – aggiunge – diamo mandato ai nostri legali di affrontare le strumentalizzazioni e le insinuazioni che vengono diffuse, nelle sedi più opportune “.

Il capitano Ultimo e l’arresto di Totò Riina. Il boss dei boss fu arrestato a Palermo il 15 gennaio del 1993. Un mese prima, nel Novarese, i carabinieri avevano arrestato casualmente, per una estorsione, un tale Balduccio Di Maggio, e l’avevano portato nel carcere di Novara, dove si trovavano, tra gli altri, numerosi detenuti per mafia.

Di Maggio ( che si sarebbe poi rivelato l’ex autista di Totò Riina ), temendo di essere riconosciuto e ucciso in carcere perchè nel frattempo era caduto in disgrazia e per questo stava scappando, chiese insistentemente di parlare con l’allora comandante della Regione Carabinieri di Torino, generale Francesco Delfino.

I due si conoscevano pur senza essersi incontrati.
Delfino, che qualche anno prima era stato in Sicilia, aveva svolto indagini proprio sul Di Maggio. Di Maggio fu quindi subito interrogato dal generale dell’Arma e offrì la sua disponibilità a pentirsi e a far arrestare Riina.

In quel momento IL Presidente della Commissione Antimafia che era Luciano Violante, in quei giorni Gian Carlo Caselli partì da Torino, dov’era presidente della Corte d’Assise d’Appello, e diventò Procuratore di Palermo.

Dopo qualche giorno dal suo arresto, Di Maggio venne consegnato agli uomini del Ros, comandati dall’allora capitano Ultimo, ai quali indicò la zona nella quale ricordava che abitasse Riina e la famiglia.

Dopo qualche giorno di appostamenti, Di Maggio vide passare una Citroen di piccola cilindrata con a bordo due uomini.

” Quello al posto del passeggero è Totò Riina “, disse agli uomini del Ros, l’auto fu bloccata dopo un inseguimento. Il Sottoufficiale, con nome in codice Arciere, apri’ la portiera e fece scendere il Boss, arrestandolo.

REPORTER FREELANCER

VALTER PADOVANO

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IL GENERALE MARIO MORI E’ STATO NUOVAMENTE ASSOLTO PER LA MANCATA CATTURA DI PROVENZANO

IL GENERALE MARIO MORI E’ STATO NUOVAMENTE ASSOLTO PER LA MANCATA CATTURA DI PROVENZANO

SMENTITO CON IL FAMOSO TEOREMA SCARPINATO – INGROIA DI MATTEO L’EX CAPO DEL ROS E OBINU NON AVEVANO MAI FAVORITO COSA NOSTRA QUINDI ASSOLTI.

23/02/2018 – E’ stato smentito il teorema di Scarpinato – Ingroia – Di Matteo. Sono tutte cadute le accuse pesanti sia sull’ex Capo del Ros che per il Colonnello Obinu.

Quindi non favorirono Cosa Nostra il cosiddetto ” filo rosso ” che legava la mancata perquisizione del covo di Riina, e la famosa trattativa Stato – Mafia: di qui sono scaturite le assoluzioni con formula piena.

Un’altra vittoria per Mario Mori e un’ altra sconfitta per la Procura di Palermo, questo nel 2016 in particolare modo per Roberto Scarpinato.

La Quinta Sezione Penale del Tribunale di Palermo, ha assolto anche in appello l’ex Generale dei carabinieri Mario Mori e l’ex Colonnello Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura del Boss Bernardo Provenzano.

Secondo i Giudici non vi era stato alcun favoreggiamento o complicità con il Capo di Cosa Nostra.

L’accusa rappresentata dal Procuratore generale Scarpinato e dal Sostituto Luigi Patronaggio, aveva chiesto una condanna a 4 anni e 6 mesi per Mori e a 3 anni e mezzo per Obinu, dopo la rinuncia a contestare l’aggravante mafiosa e quella della ” trattativa “.

Si trattava di una richiesta molto più bassa rispetto a quella che era stata avanzata in primo grado dai PM  Antonio Ingroia e Nino Di Matteo ( 9 anni per Mori e 6 anni per Obinu ), secondo cui gli accusati avrebbero lasciato libero Provenzano in base agli accordi stretti nell’ambito della cosiddetta ” trattativa ” tra uomini dello Stato e della Mafia: Provenzano avrebbe favorito la cattura di Toto’ Riina per prendere il controllo di Cosa Nostra e mettere fine alla stagione delle stragi culminate con gli attentati di Capaci e Via D’Amelio.

Nel luglio 2013 il castello accusatorio della Procura crolla con una sentenza di assoluzione per Mori e Obinu in cui i giudici arrivano addirittura a trasmettere gli atti ai PM  affinchè procedessero per falsa testimonianza nei confronti dell’accusa, Michele Riccio e Massimo Ciancimino.

Dopo la sconfitta in primo grado, il Procuratore Scarpinato, evidentemente non avendo elementi per poter sostenere l’accusa, aveva rinunciato all’aggravante del favoreggiamento a Cosa Nostra e di conseguenza a tutta la prospettiva che l’episodio si inserisce nella ” trattativa “, di cui tra l’altro la mancata cattura di Provenzano sarebbe dovuta essere un elemento essenziale, Scarpinato invece aveva chiesto una condanna più lieve, senza l’aggravante, perchè Mori e Obinu sarebbero stati ” scandalosamente inerti ” rispetto alla possibilità di arrestare Provenzano senza però che si sapesse per quale motivo.

Per la difesa l’ipotesi era ardita e contraddittoria: se invece si andava ad eliminare, come aveva già fatto la Procura Generale, la ragion di stato, l’aggravante di mafia, l’aggravante teologica, cosa poteva rimanere? – aveva detto l’avvocato di Mori nell’arringa – devo desumere che o non li hanno favorito Provenzano, per altro come singola persona e non quale appartenente a Cosa Nostra? o al fatto che il latitante e mi perdonino tutti quanti, il fratello spurio di Mori o di Obinu?

Ovvero perchè entrambi sono improvvisamente impazziti? “, e in fatti l’accusa ha retto: assolti di nuovo, perchè il fatto non costituisce reato.

Dicevamo che si tratta di un’ altra importante vittoria per Mario Mori: l’ex Capo del Ros era già stato assolto definitivamente, insieme al Capitano Ultimo Sergio De Caprio, nel processo per la mancata perquisizione del Covo di Totò Riina dopo di che i due, Mori e Ultimo, avevano arrestato il Capo dei Capi.

Ora arriva, dopo quella in primo grado, l’assoluzione in appello per la vicenda Provenzano. Resta in piedi solo il processo sulla ” trattativa “, portato avanti dagli stessi accusatori, in cui gli imputati, tra cui lo stesso Mori, sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a Corpo Politico dello Stato.

Ma anche l’impianto accusatorio che sorregge questo processo sembra avere le gambe fragili: Calogero Mannino, l’unico tra gli imputati che aveva scelto il rito abbreviato, è stato assolto.

Il Procuratore Scarpinato ora dice che ” c’è un filo rosso che attraversa tutte le vicende di cui il Generale Mario Mori si è reso protagonista “, è molto probabile che, seguendo questo filo che porta da una assoluzione a un’altra, si giunga con conclusione opposte a quelle che la stessa Procura ipotizza.

REPORTER FREELANCER

VALTER PADOVANO

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ASSOLTI PER NON AVERE COMMESSO IL FATTO: IL GENERALE MARIO MORI E SERGIO DE CAPRIO

ASSOLTI PER NON AVERE COMMESSO IL FATTO: IL GENERALE MARIO MORI E SERGIO DE CAPRIO

ENTRAMBI SONO STATI RINVIATI A GIUDIZIO CON UNA ACCUSA INFAMANTE MA POI ASSOLTI PERCHE’ IL FATTO NON COSTITUISCE REATO.

18/02/2018 – Palermo – Doveva essere un giorno importante per la lotta alla mafia, di quel 15 gennaio di tredici anni fa e lo è stato pochi minuti dopo le nove del mattino venne arrestato a bordo di una vecchia citroen verde bottiglia il boss mafioso più sanguinario di Cosa Nostra, quel Totò Riina chiamato ” il capo dei capi “, uno dei principali responsabili delle stragi di mafia del 1992.

Ma nessuno avrebbe mai immaginato che una pagina storica si sarebbe trasformata negli anni, in un groviglio di misteri, silenzi, cose dette e non dette, equivoci, malintesi, che avrebbero portato sul banco degli imputati proprio i due principali artefici dell’arresto del latitante l’allora Vice Comandante del ROS  Mario Mori, attuale direttore del SISDE, e il Capitano Ultimo Sergio De Caprio.

L’accusa per i due Ufficiali dell’ARMA, che hanno seguito tutte le udienze che si sono svolte davanti alla Terza Sezione Penale del Tribunale di Palermo che oggi li ha assolti entrambi.

Le loro accuse erono pesanti; concorso in favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Ci domandiamo a questo punto il perchè di tutto questo accanimento contro i due Ufficiali dell’ARMA.

Il ROS non avvisò la Procura di avere interrotto il servizio di controllo e di osservanzione del covo di Riina e perchè, subito dopo l’arresto di Riina, fece la perquisizione della villa di Via Bernini 52, alla periferia di Palermo.

Il motivo è oscuro. Gli stessi interessati hanno sempre parlato di ” malintesi ” e ” incompressioni “mentre i magistrati dell’accusa, Antonio Ingroia e Michele Prestipino, pur non mettendo mai in dubbio la ” professionalità e la bravura ” dei due ufficiali, e pur dicendosi ” certi ” che nè Mori nè Ultimo abbiamo mai favorito i boss mafiosi, hanno parlato però di un’azione dettata ” non certo da ragioni di mafia ma di ragioni di Stato “. Insomma, colpevoli sì, ma non per aiutare la mafia.

Già, la ragione di Stato. Parole che hanno fatto anche infuriare uno dei due imputati, il Capitano Ultimo, che ha seguito tutto il processo durato poco meno di un anno nascosto dietro un paravento di tipo sanitario per non essere visto.

Alla fine della requisitoria, De Caprio non ha nascosto di sentirsi ” ripugnato ” dalle parole del pm.

Un processo intricato, difficile. Come ha ammesso, durante la requisitoria uno dei due pm del dibattimento, Antonio Ingroia. ” Questa è una vicenda – ha detto Ingroia – che se avesse un colore, sarebbe di colore grigio, dove il bianco e il nero si mescolano e si confondE con talune stranezze, anomalie, ombre e atteggiamenti irresponsabili che hanno minacciato di oscurare il bianco, la luce dell’arresto del capo dei capi di Cosa nostra “.

Più volte Ingroia e Prestipino, nel corso della requisitoria, hanno ribadito che ” non è un processo nè al Ros, nè ai suoi metodi investigativi oppure all’attività svolta da Mori e De Caprio “.

Ma che cosa successe quel 15 gennaio del 1993? Tutto inizia all’ora di pranzo, quando l’allora Procuratore capo Gian Carlo Caselli, che si era insediato proprio quella mattina, insieme con il Procuratore aggiunto di allora Vittorio Aliquò decise di effettuare una perquisizione nelle ville di via Bernini, alla ricerca del covo nel quale Riina aveva vissuto fino a poche ore prima la sua dorata latitanza.

Mentre nel cortile del Comando Regionale dell’Arma pullulava di Carabinieri euforici e all’esterno brulicava di giornalista alla ricerca dello scoop, seduti attorno a un tavolo per un pranzo frugale, Caselli e gli altri magistrati stavano per dare il via all’operazione. All’improvviso, però, c’è uno stop inaspettato.
E’ il capitano Sergio De Caprio, che ha seguito l’indagine fin dal primo momento, a fermare tutto. Insieme con il colonnello Mario Mori.

Come ha ricordato il 26 settembre scorso, in aula, il giudice Luigi Patronaggio, che all’epoca era il magistrato di turno ” insieme con il Reparto Territoriale – ha detto – avevamo già predisposto tutto per effettuare la perquisizione nel complesso residenziale di via Bernini da cui era uscito poco prima Riina, ma all’improvviso tutto fu bloccato dall’allora colonnello Mori che parlò direttamente con Gian Carlo Caselli. Era proprio Caselli a gestire i rapporti con il Ros “.

E Caselli, sentito due mesi dopo Patronaggio, ha confermato che quello stesso giorno il Ros decise ” autonomamente di cessare la sorveglianza sul covo di Riina, senza che la Procura ne fosse informata “.

Un altro perchè un’altra domanda senza risposte. Anche se, nel corso del dibattimento, sia Mario Mori che il capitano Ultimo, si sono difesi più volte con dichiarazioni spontanee.

” Posso escludere che sia stata data una disposizione precisa dalla Procura riguardo alla prosecuzione dell’attività di osservazione in via Bernini – si è difeso Mori senza giri di parole – Non si capisce perchè la Procura non abbia fatto una specifica delega d’indagine “.

E ancora: ” Nel differire la perquisizione, il capitano De Caprio non assicurò la prosecuzione dell’attività di osservazione, ma parlò di controllo perchè consapevole dell’impossibilità di proseguire l’osservazione “.

E De Caprio: ” Mantenere l’attività di osservazione su via Bernini dopo il 15 gennaio – ha riferito in aula Ultimo lo scorso 6 giugno – era altamente rischioso, soprattutto sotto il profilo della sicurezza per i miei uomini.

Avevo il dovere di fermare l’osservazione “. ” Continuare l’osservazione – ha detto ancora – sarebbe stato troppo rischioso perchè avrebbe consentito di individuare il nostro furgone, inoltre osservazione non è affatto sorveglianza? “.

Soltanto dopo quasi tre settimane, esattamente dopo 18 giorni, il Procuratore Capo di Palermo Caselli mise piede nel covo di via Bernini. Ma era troppo tardi. Era vuoto, totalmente vuoto.

Ed era stato persino tinteggiato da poco. Insomma, gli uomini di Cosa nostra ebbero tutto il tempo di portare via mobili, documenti e persino una cassaforte.

Nel frattempo, alcuni pentiti hanno iniziato a parlare di presunte trattative tra lo Stato e Cosa nostra dopo le bombe del ’92, e così si è venuto a sapere di incontri riservati avvenuti tra il colonnello Mario Mori e l’ex sindaco Vito Ciancimino, condannato per mafia.

Mori ha sempre negato di avere avviato una trattativa per riuscire ad arrivare al boss Totò Riina. Ma l’inchiesta vera e propria prende il via soltanto dopo quattro anni, nel 1997, anche se non ci sono indagati.

I nomi di Mori e De Caprio vengono iscritti nel registro degli indagati solo molti anni dopo, nel 2004. E per due volte consecutive, i pm Prestipino e Ingroia hanno chiesto al gip l’archiviazione, richiesta sempre rigettata.

Fino ad arrivare, il 18 febbraio del 2005, al rinvio a giudizio. Una decisione che provocò numerose polemiche, a partire dal Vicepremier Gianfranco Fini che si disse ” indignato ” per il rinvio a giudizio.

Un processo veloce, durato appena dieci mesi. Con testimonianze eccellenti, dallo stesso Caselli, a ufficiali dell’Arma, fino al pm Ilda Boccassini che in aula confermò la sua ” fiducia ” al colonnello Mori e al capitano Ultimo con i quali aveva lavorato per molti anni in passato.

E poi pentiti come Giusy Vitale, secondo cui ” se si fossero trovati documenti nel covo di Riina, lo Stato sarebbe saltato in aria “. Ma sarà davvero così? Staremo a vedere.

REPORTER FREELANCER

VALTER PADOVANO

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GRANDE GIORNO! VIENE ASSOLTO IL PINAROLESE RICCARDO RAVERA

GRANDE GIORNO! VIENE ASSOLTO IL PINAROLESE RICCARDO RAVERA

ASSOLTO IL PINAROLESE RICCARDO RAVERA ” ARCIERE ” AVEVA ARRESTATO TOTO’ RIINA. GIUDICI CONTRO I TEOREMI

05/12/2017 – Oggi è un gran giorno per l’Italia, per ” Arciere ” Riccardo Ravera con il quale nel 1993 con il Capitano Ultimo aveva messo le manette al capo dei capi, Toto’ Riina.

Oggi è un gran giorno anche per l’ex Crimor per chi ha voluto fermare la Crimor, per chi ha voluto cancellare la Crimor, per chi ha voluto distruggere la Crimor e i suoi uomini.

La Crimor resterà per tutti il simbolo della lotta alla mafia. Sicuramente ne uscirà sconfitta anche la mafia e per chi ha tentato di affondare ” Ultimo ” con tutti i suoi ragazzi valorosi bèh, oggi devono sapere che non sono riusciti ne a sconfiggerli e ne ad affondarli.

Ne escono sconfitti sicuramente chi voleva essere primo, per chi voleva comandare, per chi voleva la noterietà per far carriera. Costoro hanno perso.

Oggi è anche un bel giorno per la vera giustizia e per quei Giudici che si erano basati solo sui teoremi ma non sui fatti cioè le carte con le prove, questo sicuramente fa onore all’Italia.

Si la notizia è vera è stato davvero assolto! giustamente in questi casi il condizionale è d’obbligo e ci viene spontaneo dire a questo punto ” e adesso chi ripaga il Maresciallo Aiutante, Sostituto di Pubblica Sicurezza dei Carabinieri, Riccardo Ravera ” Arciere ” colui il quale nel 1993 con il Capitano Ultimo aveva messo le manette al capo dei capi della mafia, Toto’ Riina?

Chi ripagherà Ravera dell’arresto, avvenuto nella sua casa di Piscina il 17 Marzo 2008? Un arresto che ieri 05/12/2017 si era dimostrato errato, farlocco, figlio basato per i giudici solo su teoremi o, forse della conseguenza di altre motivazioni che vanno al di là di un semplice teorema giudiziario.

Un ” alto livello ” che aveva già coinvolto, negativamente il Capitano Ultimo, ovvero colpiti, ma non affondati, alcuni carabinieri che avevano agito seguendo la giustizia.

Il coraggio di non proteggere Riina, il coraggio di agire a dispetto dei Servizi Segreti, dei politici, degli ” alti comandi ” con l’unico vero scopo di consegnare alla giustizia un sanguinario mafioso.

Questo è Riccardo Ravera un Maresciallo dei Carabinieri che ha subito un arresto, una condanna in primo grado nel 2011 e una gogna mediatica indecente.

Un militare che ha sempre fatto il suo dovere, con professionalità, competenza e coraggio.

Quello stesso coraggio che gli ha permesso di affrontare un arresto, il carcere ai domiciliari, subire 30 udienze in Tribunale a guardare sempre dritto negli occhi tutti: dai PM che lo accusavano, ai cittadini che incontrava per strada.

Ieri, i Giudici Prunas Tola, Ceravone, Rivello della Corte d’appello di Torino, 4 Sezione, hanno assolto Riccardo Ravera ribaltando la sentenza del 2014.

Assolto dall’accusa di falso, di aver preparato una falsa relazione su un furto di mobili avvenuto nella palazzina di Caccia di Stupinigi nel 2004.

Furto organizzato da un gruppo di Sinti di Carmagnola. Ravera, da bravo investigatore, era riuscito a individuare in Adraino Decolombi una “ fonte ” ( fu redatta una relazione interna su questa vicenda ) per risalire agli autori del furto e al ritrovamento dei mobili antichi.

( Operazione che avvenne grazie a un incessante lavoro investigativo fatto con competenza.

Forse Ravera era troppo bravo in un mondo di mediocri ).   Lo stesso Decolombi ( coinvolto nella vicenda ) confermò quanto dichiarato da Ravera.

Ieri dei Giudici hanno firmato una sentenza che fa onore all’Italia, Giudici che non si son basati su teoremi ma sui dati di fatto, sulle carte. Dopo tanto fango finalmente una luce di verità.

Già, ma chi ripagherà Ravera di tutto il fango che gli è stato gettato addosso? Chi lo ripagherà di aver lasciato l’Arma dei Carabinieri? Chi lo ripagherà delle umiliazioni subite, della sofferenza della sua famiglia?

Ravera è rimasto l’uomo di sempre, non cerca vendette, ma a una nostra domanda così risponde: “ Voglio ringraziare i giudici che hanno deciso sui fatti e non sui teoremi ”.

Questo è Riccardo Ravera.

Finita la storia? Forse no perché a qualcuno piacerà opporsi a questa sentenza e ricorrere in Cassazione.

Nella foto potete vedere  Riccardo Ravera ( a destra ) in servizio a Pinerolo. Con lui l’ex comandante della compagnia dei carabinieri di Pinerolo Massimiliano Puca

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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IL COL. SERGIO DE CAPRIO SENZA SCORTA.    I COLLEGHI LO AIUTANO. Cap 10

IL COL. SERGIO DE CAPRIO SENZA SCORTA. I COLLEGHI LO AIUTANO. Cap 10

I COLLEGHI: ” LO PROTEGGEREMO NOI “

” Andremo a prenderlo all’aeroporto, lo accompagneremo in albergo, lo seguiremo ovunque “.

Ad ottobre, nei giorni in cui è tornato alla ribalta la presunta trattativa  del ” papello ” tra lo stato e Cosa Nostra per far cessare la stagione delle stragi di mafia.

Quell’anno al Colonnello Sergio De Caprio gli viene revocata la scorta, quindi era ormai privo di protezione e cosi’ ora, quella protezione assicurata fino a tre anni fa all’ex Ufficiale del ROS  viene di nuovo assicurata ” in forma privata ” dai colleghi del Nucleo Scorte del Comando Provinciale di Palermo.

Liberi dal servizio e con le proprie autovetture ( pagando anche la benzina, s’intende ). I 120 militari del Reparto hanno deciso di alternarsi per coprire i turni per quando il Colonnello De Caprio ( che oggi lavora a Roma al NOE, il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri ) dovesse recarsi in Sicilia per servizio: andremo a prenderlo all’aeroporto lo accompagneremo in albergo, lo seguiremo ovunque, confermano i militari che hanno deciso di prendere un’iniziativa senza precedenti.

Il Tam – Tam,  tuttavia, sia raggiunto anche in altre regioni e non è escluso che anche altri Reparti dell Arma 
(Milano – Roma), si accostino alla decisione dei colleghi siciliani.

L’ARRESTO DI RIINA ( 15 GENNAIO 1993 ) E LA RITARDATA PERQUISIZIONE DEL COVO

La notizia della scorta privata assicurata dai colleghi al ” Capitano Ultimo ” diffusa dal delegato del Cobar Sicilia ( il sindacato dei carabinieri, ndr ) Alessandro Rumore  ha certamente delle ricadute e negli ambienti vicini all’Arma viene letta come un forte segnale di solidarietà verso De Caprio che ha spesso fatto parlare di sé per i contrasti avuti con i superiori nell’Arma e con la magistratura inquirente.

Lui, infatti, non è solo l’eroe del passato che con la sua squadretta mimetizzata è riuscito a mettere le manette ai polsi del boss dei corleonesi. ” Ultimo ” è tornato di recente al centro dell’attenzione quando, lo scorso 6 novembre, ha appreso che Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, aveva deciso di querelarlo: il motivo del contendere è sempre l’arresto di Riina che avvenne, secondo la versione di Ciancimino jr, solo ” perché venduto da Provenzano “.

A questa ricostruzione, De Caprio, che all’epoca era sotto il comando del colonnello Mario Mori (Ros), ha risposto a modo suo: ” Ciancimino? Un servo di Riina “.

Ma per il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo questo va oltre il diritto di critica: ” Ciascuno ha il diritto di esporre il proprio pensiero ma le offese sono un’altra cosa “.

Contrasti con la procura di Palermo

Intervistato dalla trasmissione «Chi l’ha visto?» di Federica Sciarelli, il 6 novembre scorso, De Caprio ha dato la sua ricostruzione, dalla quale emerge quanto meno un forte contrasto con la magistratura su metodi investigativi da seguire: ” Nessun mafioso, nessuna persona ci ha mai indicato il covo, l’abitazione dove abitava Totò Riina… Per avere commesso questa “grave azione” sono stato anche processato e assolto: basta leggere la sentenza di assoluzione per rendersi conto che quell’arresto e le azioni collegate si sono svolte in maniera legittima e trasparente senza inganno alcuno verso la procura e senza alcuna trattativa.

Dunque chi parla di trattativa e di accordi è solo un vile, uno dei tanti vili servi di Riina…

La verità che ho ripetuto in ogni sede è che l’arresto di Riina è stato ostacolato dalla Procura di Palermo e oggi capisco che ha dato fastidio a tutte quelle persone che evidentemente avevano interesse a tenere in libertà Riina… gli stessi che hanno isolato e ucciso professionalmente Giovanni Falcone, gli stessi che hanno isolato Paolo Borsellino, poi fisicamente ammazzati dai sicari di Cosa Nostra.

Ecco, c’è anche tutto questo, compresa la storia mai chiarita fino in fondo della ritardata perquisizione del covo di Riina che dopo l’arresto fu setacciato dagli investigatori quando ormai era ” freddo ” da giorni, dietro la decisione dei colleghi carabinieri siciliani di schierarsi in modo plateale dalla parte del ” Capitano Ultimo “.

Il Cocer Sicilia

Dunque, senza scorta ( ormai da tre anni ) e molto esposto da un punto di vista mediatico, il colonnello De Caprio incassa ora la solidarietà dei 120 colleghi di stanza in Sicilia che sono disposti anche a rinunciare a un pomeriggio da trascorrere con  moglie figli pur di tutelare un ufficiale che in molti ritengono un eroe.

” La lodevole iniziativa “, spiega Alessandro Rumore (Cocer), ” è un chiaro segno alla mafia al fine di renderla edotta che il Capitano Ultimo non sarà mai lasciato solo allorquando dovrà intervenire nei processi contro Cosa Nostra “.

Gesti questi, incalza il delegato Cocer, ” che uniscono in un momento particolare per l’Arma dei carabinieri…”.

Interrogazione parlamentare

La vicenda della scorta tolta al capitano Ultimo è anche oggetto di una interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno presentata dal deputato Nino Germanà ( Pdl ): ” “Sergio De Caprio è oggi un uomo solo, abbandonato dallo Stato che ha servito.

Per le mansioni attualmente svolte è senza scorta che possa tutelarlo e la mafia non dimentica.

L’assenza di una scorta a tutela del colonnello De Caprio appare tanto più incredibile in un momento in cui le oscure vicende legate alla strategia stragista di Cosa Nostra negli anni 1992- 1993 stanno riconquistando gli onori della cronaca…”.

Chissà, dunque, se il ministro Roberto Maroni ( Interno ), nel rispondere a questa interrogazione, dovrà anche affrontare il tema delicato della ” tutela privata ” assicurata a De Caprio dal reparto scorte di Palermo fuori dall’orario di servizio e con mezzi propri.

Un’iniziativa, questa, che potrebbe imbarazzare il Viminale. Al punto da far scattare richiami e sanzioni disciplinari all’interno dell’Arma.

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UN  CLAMOROSO CASO DI ERRORE GIUDIZIARIO Cap.9

UN CLAMOROSO CASO DI ERRORE GIUDIZIARIO Cap.9

IL RUOLO NELL’ERRORE GIUDIZIARIO DEL CASO BARILLA’ Cap.9

Il Capitano Ultimo partecipò al pedinamento e all’arresto nel 1992 di Daniele Barillà, l’imprenditore di Nova Milanese, che ottenne, in seguito alla revisione del processo, un risarcimento di quattro milioni di euro per l’ingiusta detenzione durata oltre 7 anni.

Vittima di uno dei più clamorosi casi di errore giudiziario emersi in Italia, Barillà fu erroneamente considerato dai carabinieri, un trafficante di droga, ma l’equivoco era stato generato da uno sbaglio durante un pedinamento sulla tangenziale e strade limitrofe di Milano.

La Fiat Tipo amaranto (alla guida si trovava Barillà) infatti era uguale per modello colore anche per numero di targa a quella di un vero narcotrafficante.

La vicenda è stata poi ricostruita, quindi era l’uomo sbagliato…. Nell’intera vicenda del caso Barillà, non emersero responsabilità disciplinari per l’incarico che era stato dato al Colonnello Ultimo.

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ASSOLUZIONE AL PROCESSO DI “COSA NOSTRA” Cap.8

ASSOLUZIONE AL PROCESSO DI “COSA NOSTRA” Cap.8

Sergio De Caprio, fu rinviato a giudizio su richiesta del Sostituto Procuratore di Palermo Dr.Antonio Ingroia. Fu poi prosciolto dall’accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra.

Quell’indagine fu avviata dalla Procura per accertare e per trovare le prove e gli eventi che portarono alla ritardata perquisizione del covo di Salvatore Riina, infatti, dopo l’arresto del boss, i carabinieri della Territoriale di Palermo erano pronti a perquisire l’edificio, ma sia Ultimo che il ROS, ritenendo di poter proseguire l’indagine che era già in corso per individuare le attività criminali dei fiancheggiatori del boss arrestato per disarticolare completamente l’organizzazione, chiesero subito la sospensione della procedura  per ” esigenze investigative che fu concessa dalla procura – stando a quanto afferma l’allora Procuratore Caselli – ” intanto in quanto fosse garantito il controllo e l’osservazione dell’obiettivo ” peraltro, come riportato nelle motivazioni della sentenza del processo, era ben chiaro dall’inizio sia ai carabinieri sia al Procuratore che, decidendo di non procedere alla perquisizione si assumeva un rischio, investigativo motivato dal raggruppamento di un obiettivo superiore.

Lo stesso Tribunale di Palermo sentenzia: ” questa opzione investigativa ( la ritardata perquisizione ndr ) comportava evidentemente un rischio che l’autorità scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di Polizia Giudiziaria, direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilità di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione, nella decisione di rinviare appare, difatti, logicamente, insita l’accettazione del pericolo di una eventuale dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell’abitazione, che non era stata ancora individuata dagli in Investigatori, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a ” Ninetta ” Bagarella ( moglie di Riina, ndr. ), che dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere  od occultare la documentazione eventualmente conservata da Riina – cosa che in eventuale ipotesi avrebbero potuto fare anche nello stesso pomeriggio del 15 Gennaio, dopo la diffusione della notizia dell’arresto in conferenza stampa, quando cioè il servizio di osservazione era ancora attivo od anche a terzi che, se sconosciuto agli Investigatori avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti.

L’istruzione dibattimentale ha, al contrario, consentito di accertare che il latitante non fu consegnato dai suoi solidali, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all’intuito investigativo del Capitano Ultimo, Sergio De Caprio “.

I carabinieri definirono la sospensione dell’osservazione  a una ” iniziativa autonoma della quale la Procura era stata informata ” secondo poi delle varie testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia, un gruppo di affiliati alla mafia entrò indisturbato portando in salvo i parenti del boss, svuotando la cassaforte e verniciando le pareti per cancellare le impronte.

Tuttavia tali dichiarazioni, giudicate ” frutto di una ricostruzione certamente autorevole, ma nello stesso tempo insufficiente per trarre definitive conclusioni ” dallo stesso Ingroia il PM  che aveva sostenuto l’accusa nel relativo procedimento nel corso di un vero e proprio dibattimento.

Inoltre nessuno di detti collaboratori ha mai dimostrato di aver personalmente verificato il contenuto della cassaforte, o quantomeno, di conoscere esattamente quanto conservato all’interno della stessa.

Il processo si concluse con l’assoluzione ” perchè il fatto non costituisce reato “. Questo pur ritenendo possibile la sussistenza di una erronea valutazione dei propri spazi di intervento da parte degli imputati, e di presunte gravi responsabilità disciplinari per non aver comunicato alla Procura la propria intenzione di sospendere la sorveglianza a seguito dell’esame della sentenza non fu rilevata alcuna responsabilità disciplinare a carico di Sergio De Caprio cosi’ la sentenza non più appellabile dalla Procura della Repubblica di Palermo che per altro aveva anch’essa richiesto l’assoluzione definitiva l’11 Luglio 2006.

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BIOGRAFIA DI SERGIO DE CAPRIO ” CAPITANO ULTIMO ” Cap. 7

BIOGRAFIA DI SERGIO DE CAPRIO ” CAPITANO ULTIMO ” Cap. 7

VEDIAMO CHI E’ SERGIO DE CAPRIO Cap.7

( Sergio De Caprio ) Nasce a Montevarchi ( Arezzo ) il 21 Febbraio 1961, diventa un Carabinere.

Uno degli uomini che nel 1993 arrestarono Totò Riina ( vicenda che gli causò anche problemi giudiziari per i ritardi nella perquisizione del covo, accusato per favoreggiamento e infine assolto ).

Noto al grande pubblico per una fiction tv in cui veniva interpretato da Raoul Bova. Da ultimo, tenente colonnello del Nucleo operativo ecologico, ha collaborato col pm Dr. Henry Woodcock nell’indagine sull’ex ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio.

• ” Fino al 25 maggio del 2000 è stato un uomo senza volto, senza identità. Se doveva testimoniare in un’aula di giustizia si copriva con un cappuccio, se doveva prendere un aereo gli sceglievano nome e cognome di fantasia.

Per tutti era Ultimo, il nemico dei mafiosi. L’Arma lo aveva sempre protetto, pur sopportando con qualche difficoltà il suo carattere irruente, i suoi modi certamente estranei alla disciplina di una forza armata.

Quel giorno Ultimo capì che la fine era arrivata. Un comunicato di venti righe dettato alle agenzie di stampa dal Comando generale dei carabinieri respingeva le sue accuse di essere stato “lasciato solo e senza mezzi ” per combattere le cosche.

In quella nota, per ben tre volte, veniva nominato il maggiore Sergio De Caprio. “ L’Arma rompe il silenzio ”, titolarono i giornali.

Il leggendario capitano Ultimo ormai era uno dei tanti. La sua battaglia per continuare a combattere la mafia come aveva sempre fatto, era stata interrotta.

L’uomo, che dopo aver catturato Totò Riina sognava di poter prendere anche Bernardo Provenzano, fu costretto ad arrendersi.

Gli investigatori che assieme a lui avevano passato giorni e notti a dare la caccia al capo della mafia, erano stati quasi tutti destinati a nuovi incarichi. Via Arciere, via Ombra, via tutti, uno dopo l’altro “.
• ” Tienanmen, Toro Seduto, il Che. E un carabiniere “ che se lo vedi non sembra neanche un carabiniere, giubbino di pelle, pantaloni sdruciti, i guanti senza le dita e le sciarpone ”, Valter Padovano si blocca, fruga nella memoria a caccia di un’immagine ” : Un ragazzo della contestazione. Ecco a chi assomigliava, Ultimo.

Un grande capo carismatico, con una squadra di una decina di ragazzi, Vichingo, Arciere, erano ragazzi sul serio, e lo adoravano ”.

Da vent’anni vive in clandestinità, con 7-8 condanne a morte che lo seguono e non vanno in prescrizione infatti la mafia lo vuole morto.

Il Reporter Freelancer per caso lo incontra, è lui il segugio antimafia: “ Entro e vedo questa scrivania con il ripiano di vetro e, sotto, un bandierone con la faccia del Che. Alzo lo sguardo, c’è Toro Seduto, e piazza Tienanmen, l’omino con il sacchetto della spesa che ferma i tank”. Tre personaggi, tre storie, “quello in cui crede sta lì, ognuno è libero se ha il coraggio di esserlo ”.

• Nel maggio 2007 in una lettera scritta dal suo avvocato al Corriere della Sera si sentì in dovere ” di ribellarsi alla dittatura di una certa antimafia di salotto e di potere “: si riferiva a una dichiarazione di Claudio Fava che adombrava l’esistenza di trattative e patti tra Stato e mafiosi alla base della cattura di Riina.

• Nel 2012 guidò la squadra che indagò sui soldi spesi dalla Lega per la famiglia Bossi e sull’attività del tesoriere Francesco Belsito.

Nello stesso anno a capo della perquisizione dell’appartamento e dell’ufficio di Gotti Tedeschi, ex-presidente dello Ior.

Nel 2013 arrestò Giuseppe Orsi, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica.

• ” L’antimafia è diventata spettacolo, un gran bel business per alcuni. Io svolgo un’azione che mi è stata insegnata da grandissimi maestri.

Ricordo ancora il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che rimane un esempio di vita e di tecnica, il generale Mori, il giudice Falcone; ma ho imparato molto anche da magistrati come Ilda Boccassini e tanti altri.

Credo che se fossi stato in America sarei finito in una riserva indiana accanto ai miei fratelli apache. E comunque preferisco l’Italia all’America “.

• ” Non indossa la cravatta, solo una sciarpa indiana e porta il codino. Quando nel luglio 2008 gli viene revocata la scorta, lui si è comprato un motorino “.

• Prese 9, 7 e 8 voti rispettivamente al secondo, terzo e quarto scrutinio per l’elezione del Presidente della Repubblica nell’aprile 2013 ( candidato dai Fratelli d’Italia ).

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I MILIONI DEL CLAN. ATTO FINALE PER IL CAPITANO ULTIMO Cap.6

I MILIONI DEL CLAN. ATTO FINALE PER IL CAPITANO ULTIMO Cap.6

LA MAXI INDAGINE DEL CAPITANO ULTIMO Cap.6

Nel 1993 Ultimo mise le manette al boss Riina. Tra poco abbandonerà il NOE, in eredità però il Capitano Ultimo ci lascia un’inchiesta sul riciclaggio.

Potrebbe essere, scusatemi il gioco di parole, l’ultima inchiesta alla guida del NOE, avvisi depositati a luglio, con 28 indagati, tre interrogatori già fissati a settembre e forse altri chiederanno di essere sentiti prima della decisione dei PM di Napoli Giovanni Conzo e Luigi Landolfi sulle richieste di rinvio a giudizio o di archiviazione.

E’ LA MAXI INDAGINE

Sul riciclaggio internazionale di valuta estera che annoda a un unico filo dei sequestri effettuati a Fiorenza Di Milano, Valico San Gottardo, Airolo, Zurigo, Caianello ( Caserta ), Agrate Brianza ( Monza Brianza ) e Roma.

La Procura partenopea, lasciatemi per favore usare questo termine, già crocevia delle intercettazioni Renzi – Adinolfi eseguite e trascritte dai carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico, e rese pubbliche dalla Discovery delle indagini sulla Coop Rossa Emiliana Cpl Concordia – e i duecento uomini agli ordini del Colonnello Sergio De Caprio, con il supporto della Magistratura Elvetica, avrebbe accertato i collegamenti di pezzi di clan dei casalesi e di personaggi collusi alla mafia siciliana con uno studio legale brianzolo, uno degli snodi per ottenere i buoni uffici di un magistrato del Tar Lazio, quest’ultimo era la figura centrale del sodalizio impegnato nella complicata attività di ripulitura dei ” SilverCoin Certificate ” che poi questi non sono altro dei Titoli Statunitensi che vennero emessi tra il 1923 e il 1928, che poi questi altro non sono che carta straccia, che venivono utilizzati per lucrare con un ottima e buona attività di ” redenption ” adesso vi domanderete giustamente e vorreste sapere del perchè di questa parola in inglese, vi spiego subito servivano ( per la restituzione al Governo Statunitense dietro un ottimo compenso ).

Nella stanza assegnata dal Tar al Giudice imbottita di cimici, i carabinieri di De Caprio hanno registrato un andirivieni di strani figuri e ascoltarono anche il magistrato offrire ” consulenze ” su come si doveva riciclare i vecchi Titoli Stranieri e Banconote Italianissime macchiate d’inchiostro, che provenivano da rapine ai vari bancomat, annotando i suggerimenti del Giudice a un imprenditore in odore di mafia, condannato a nove anni, per aver trasferito i beni ad una Fiduciaria per scongiurarsi i sequestri.

LE INTERCETTAZIONI

Proprio queste hanno consentito di individuare una cassetta di sicurezza dell’Istituto Fiduciario Zurcher-Freilager AG di Zurigo intestata proprio a uno degli indagati che avevano fatto in tempo a togliere i Titoli, ritrovati poi grazie a un sequestro della Polizia Elvetica che il 13 Marzo 2012 fermò quattro persone che viaggiavano a bordo di una fiammante auto Audi A5 diretta verso il Valico del San Gottardo trovando poi rinchiusi in una valigetta, si legge sull’informativa ” nove mazzette di SilverCoin Certificate, di cui otto composte da cento banconote del taglio di 1.000.000 di dollari cadauna, per un ammontare pari a un valore facciale di 880 milioni di dollari “.

Adesso diventa difficile risalire il percorso di questi soldi forse proventiti anche della ” Divina Foundation delle Filippine “.

L’operazione è stata condotta brillantemente dal De Caprio tramite ” rogatoria transfrontaliera “.

Questa fu l’ultima inchiesta del Capitano Ultimo che non avrà mai confini.

http://www.capitanoultimo.blog

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PROGETTI PER UCCIDERE IL CAPITANO ULTIMO Cap.5

PROGETTI PER UCCIDERE IL CAPITANO ULTIMO Cap.5

A causa delle indagini antimafia che conduceva il Capitano Ultimo era entrato nel mirino di ” Cosa Nostra ” .

Da questo momento in poi alcuni collaboratori di giustizia iniziano a raccontare i progetti per uccidere il Capitano Ultimo.

Gioacchino La Barbera riferisce in udienza pubblica che il killer Leoluca Bagarella aveva riferito ad un Carabiniere che forniva notizie a Cosa Nostra che gli avrebbero dato un miliardo di lire se avesse svelato loro informazioni su dove alloggiava il Capitano Ultimo.

Il pentito Salvatore Cangemi il 22 Luglio 1993 riferiva di avere partecipato ad una riunione con Bernardo Provenzano, Ganci Raffaele e Michelangelo La Barbera  nel corso della quale Provenzano gli comunicava l’esistenza di un progetto per catturare vivo il Capitano Ultimo oppure di eliminarlo.

Anche il pentito Giuseppe Guglielmelli il 9 Maggio 1997 riferiva di avere appreso dal killer Giovanniello Greco, che il Bernardo Provenzano aveva l’intenzione ossessiva, di eliminare il Capitano Ultimo. Nel 2014 al Colonnello De Caprio gli fu revocata la scorta.

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