ASSOLTI PER NON AVERE COMMESSO IL FATTO: IL GENERALE MARIO MORI E SERGIO DE CAPRIO

ENTRAMBI SONO STATI RINVIATI A GIUDIZIO CON UNA ACCUSA INFAMANTE MA POI ASSOLTI PERCHE’ IL FATTO NON COSTITUISCE REATO.

18/02/2018 – Palermo – Doveva essere un giorno importante per la lotta alla mafia, di quel 15 gennaio di tredici anni fa e lo è stato pochi minuti dopo le nove del mattino venne arrestato a bordo di una vecchia citroen verde bottiglia il boss mafioso più sanguinario di Cosa Nostra, quel Totò Riina chiamato ” il capo dei capi “, uno dei principali responsabili delle stragi di mafia del 1992.

Ma nessuno avrebbe mai immaginato che una pagina storica si sarebbe trasformata negli anni, in un groviglio di misteri, silenzi, cose dette e non dette, equivoci, malintesi, che avrebbero portato sul banco degli imputati proprio i due principali artefici dell’arresto del latitante l’allora Vice Comandante del ROS  Mario Mori, attuale direttore del SISDE, e il Capitano Ultimo Sergio De Caprio.

L’accusa per i due Ufficiali dell’ARMA, che hanno seguito tutte le udienze che si sono svolte davanti alla Terza Sezione Penale del Tribunale di Palermo che oggi li ha assolti entrambi.

Le loro accuse erono pesanti; concorso in favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Ci domandiamo a questo punto il perchè di tutto questo accanimento contro i due Ufficiali dell’ARMA.

Il ROS non avvisò la Procura di avere interrotto il servizio di controllo e di osservanzione del covo di Riina e perchè, subito dopo l’arresto di Riina, fece la perquisizione della villa di Via Bernini 52, alla periferia di Palermo.

Il motivo è oscuro. Gli stessi interessati hanno sempre parlato di ” malintesi ” e ” incompressioni “mentre i magistrati dell’accusa, Antonio Ingroia e Michele Prestipino, pur non mettendo mai in dubbio la ” professionalità e la bravura ” dei due ufficiali, e pur dicendosi ” certi ” che nè Mori nè Ultimo abbiamo mai favorito i boss mafiosi, hanno parlato però di un’azione dettata ” non certo da ragioni di mafia ma di ragioni di Stato “. Insomma, colpevoli sì, ma non per aiutare la mafia.

Già, la ragione di Stato. Parole che hanno fatto anche infuriare uno dei due imputati, il Capitano Ultimo, che ha seguito tutto il processo durato poco meno di un anno nascosto dietro un paravento di tipo sanitario per non essere visto.

Alla fine della requisitoria, De Caprio non ha nascosto di sentirsi ” ripugnato ” dalle parole del pm.

Un processo intricato, difficile. Come ha ammesso, durante la requisitoria uno dei due pm del dibattimento, Antonio Ingroia. ” Questa è una vicenda – ha detto Ingroia – che se avesse un colore, sarebbe di colore grigio, dove il bianco e il nero si mescolano e si confondE con talune stranezze, anomalie, ombre e atteggiamenti irresponsabili che hanno minacciato di oscurare il bianco, la luce dell’arresto del capo dei capi di Cosa nostra “.

Più volte Ingroia e Prestipino, nel corso della requisitoria, hanno ribadito che ” non è un processo nè al Ros, nè ai suoi metodi investigativi oppure all’attività svolta da Mori e De Caprio “.

Ma che cosa successe quel 15 gennaio del 1993? Tutto inizia all’ora di pranzo, quando l’allora Procuratore capo Gian Carlo Caselli, che si era insediato proprio quella mattina, insieme con il Procuratore aggiunto di allora Vittorio Aliquò decise di effettuare una perquisizione nelle ville di via Bernini, alla ricerca del covo nel quale Riina aveva vissuto fino a poche ore prima la sua dorata latitanza.

Mentre nel cortile del Comando Regionale dell’Arma pullulava di Carabinieri euforici e all’esterno brulicava di giornalista alla ricerca dello scoop, seduti attorno a un tavolo per un pranzo frugale, Caselli e gli altri magistrati stavano per dare il via all’operazione. All’improvviso, però, c’è uno stop inaspettato.
E’ il capitano Sergio De Caprio, che ha seguito l’indagine fin dal primo momento, a fermare tutto. Insieme con il colonnello Mario Mori.

Come ha ricordato il 26 settembre scorso, in aula, il giudice Luigi Patronaggio, che all’epoca era il magistrato di turno ” insieme con il Reparto Territoriale – ha detto – avevamo già predisposto tutto per effettuare la perquisizione nel complesso residenziale di via Bernini da cui era uscito poco prima Riina, ma all’improvviso tutto fu bloccato dall’allora colonnello Mori che parlò direttamente con Gian Carlo Caselli. Era proprio Caselli a gestire i rapporti con il Ros “.

E Caselli, sentito due mesi dopo Patronaggio, ha confermato che quello stesso giorno il Ros decise ” autonomamente di cessare la sorveglianza sul covo di Riina, senza che la Procura ne fosse informata “.

Un altro perchè un’altra domanda senza risposte. Anche se, nel corso del dibattimento, sia Mario Mori che il capitano Ultimo, si sono difesi più volte con dichiarazioni spontanee.

” Posso escludere che sia stata data una disposizione precisa dalla Procura riguardo alla prosecuzione dell’attività di osservazione in via Bernini – si è difeso Mori senza giri di parole – Non si capisce perchè la Procura non abbia fatto una specifica delega d’indagine “.

E ancora: ” Nel differire la perquisizione, il capitano De Caprio non assicurò la prosecuzione dell’attività di osservazione, ma parlò di controllo perchè consapevole dell’impossibilità di proseguire l’osservazione “.

E De Caprio: ” Mantenere l’attività di osservazione su via Bernini dopo il 15 gennaio – ha riferito in aula Ultimo lo scorso 6 giugno – era altamente rischioso, soprattutto sotto il profilo della sicurezza per i miei uomini.

Avevo il dovere di fermare l’osservazione “. ” Continuare l’osservazione – ha detto ancora – sarebbe stato troppo rischioso perchè avrebbe consentito di individuare il nostro furgone, inoltre osservazione non è affatto sorveglianza? “.

Soltanto dopo quasi tre settimane, esattamente dopo 18 giorni, il Procuratore Capo di Palermo Caselli mise piede nel covo di via Bernini. Ma era troppo tardi. Era vuoto, totalmente vuoto.

Ed era stato persino tinteggiato da poco. Insomma, gli uomini di Cosa nostra ebbero tutto il tempo di portare via mobili, documenti e persino una cassaforte.

Nel frattempo, alcuni pentiti hanno iniziato a parlare di presunte trattative tra lo Stato e Cosa nostra dopo le bombe del ’92, e così si è venuto a sapere di incontri riservati avvenuti tra il colonnello Mario Mori e l’ex sindaco Vito Ciancimino, condannato per mafia.

Mori ha sempre negato di avere avviato una trattativa per riuscire ad arrivare al boss Totò Riina. Ma l’inchiesta vera e propria prende il via soltanto dopo quattro anni, nel 1997, anche se non ci sono indagati.

I nomi di Mori e De Caprio vengono iscritti nel registro degli indagati solo molti anni dopo, nel 2004. E per due volte consecutive, i pm Prestipino e Ingroia hanno chiesto al gip l’archiviazione, richiesta sempre rigettata.

Fino ad arrivare, il 18 febbraio del 2005, al rinvio a giudizio. Una decisione che provocò numerose polemiche, a partire dal Vicepremier Gianfranco Fini che si disse ” indignato ” per il rinvio a giudizio.

Un processo veloce, durato appena dieci mesi. Con testimonianze eccellenti, dallo stesso Caselli, a ufficiali dell’Arma, fino al pm Ilda Boccassini che in aula confermò la sua ” fiducia ” al colonnello Mori e al capitano Ultimo con i quali aveva lavorato per molti anni in passato.

E poi pentiti come Giusy Vitale, secondo cui ” se si fossero trovati documenti nel covo di Riina, lo Stato sarebbe saltato in aria “. Ma sarà davvero così? Staremo a vedere.

REPORTER FREELANCER

VALTER PADOVANO

Precedente IL GENERALE MARIO MORI E' STATO ASSOLTO ANCHE IN APPELLO. Successivo IL GENERALE MARIO MORI E' STATO NUOVAMENTE ASSOLTO PER LA MANCATA CATTURA DI PROVENZANO