“E LA MOGLIE TELEFONA AL MARITO IN GALERA ” FAI ATTENZIONE, CHI SI PENTE MUORE… “

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Ecco questo è uno spaccato della criminalità in gonnella.

” Se ci tradisci sei morto ” niente parole d’amore ne biancheria profumata per S.L. Quando il boss della camorra murgiana, rinchiuso nel carcere, ha deciso di collaborare, sua moglie lo ha richiamato all’ordine con le maniere forti, lo ha minacciato di morte.

L’8 marzo 2002 è una data importante per le donne italiane: La Camera ha dato il suo primo ” SI ” bipartisan alla modifica dell’articolo 51 della Costituzione e ha previsto che si ” possono promuovere le pari opportunità nella rappresentanza politica tra uomini e donne.

Ma l’8 marzo 2002 sono finiti in carcere anche tredici donne, tredici capo clan.La camorra è arrivata prima della politica, prima di qualsiasi riforma le signore ” arrestate ” nell’operazione ” Canto del Cigno ” erano alla pari con gli uomini.

Unico gradino ancora da scalare: i riti di affiliazione. Le donne non partecipavano, infatti, ai ” battezzi “, perchè le regole mafiose lo vietavano espressamente.

Ma anche se non portavano i gradi, ricoprivano ruoli di primo piano e soprattutto ruoli operativi nella gerarchia criminale.

Hanno nomi biblici, M. A., Carmela. Ma sono spietate. Hanno ordinato partite di droga, assistito amici, organizzato traffici di armi e minacciato commercianti, casalinghe, imprenditori.

Una di loro, R.L., di 31, con una serie di pesanti minacce avrebbe costretto il marito, S.L., ad interrompere il rapporto di collaborazione con la giustizia. La donna, d’accordo con il resto dei clan, durante le visite in carcere e grazie a una telefonata rubata lo ha minacciato, gli ha imposto il silenzio.

” Lo sai di cosa sono capace se ci tradisci “. Solo minacce? Qualcosa di più.

Dagli accertamenti emerge che una delle specialità dei clan era proprio quella di minacciare di morte i pentiti.

Le intercettazioni ricevute dai collaboratori di giustizia F.B., N.C, e S.L., affinchè ritrattassero tutte le loro confessioni.

Un’altra donna, S.S., DI 45 anni, è stata trovata con una pistola nascosta tra le pieghe della gonna.

Aveva il colpo in canna. Forse portava l’arma a qualcuno, ma gli investigatori non escludono che la donna potesse essere stata incaricata di uccidere un rivale.

Un killer in rosa, caso rarissimo, e’ stata arrestata per detenzione e porto illegale di una pistola.

Nella murgia le donne, insomma, non si limitano a custodire le armi, o da brave ” massaie ” a preparare le dosi di cocaina, come di solito accade nella mafia barese.

Siedevano tra ” capi “. Delle 13 donne arrestate cinque  sono accusate di associazione mafiosa per aver aderito al sodalizio del clan Mangione – loglisci, le altre di aver preso parte ad un’ associazione mafiosa, oltre a Lupoli, G.M, di 49, R.P., di 44, L.M., di 30 anni, e A.L., di 43, queste ultime due sono accusate anche di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti assieme a M.C.B., di 35, F.C., di 39, R.C., di 25, M.C.C., di 34, A.Di A., di 26, M.M., DI 34 e A.S., di 38. mamme che hanno educato i loro figli alla legge del più forte, che hanno insegnato loro a impugnare la pistola e a uccidere.

Nelle cinquecento pagine dell’ordinanza cautelare quella che descrive il 5 aprile del 1997 è agghiacciante.

Quella notte, nella zona ” 167 ” alla periferia di Gravina in Puglia, N.M. e B.D. spararono contro un ragazzino di dodici anni, nipote di Matera e figlio di G.M., che l’aveva affrontati imbracciando un fucile a quei tempi i due clan Mangione e Matera erano in lotta.

Il ragazzino, troppo giovane per quel duello, fu ferito a un piede. Nella zona industriale quella notte la Polizia trovò 40 bossoli di pistola.

A distanza di poche ore furono ferite altre sei persone. Una guerra. Una settimana dopo quelle sparatorie furono arrestati in quattro tra cui S.L. che però un paio di giorni ottenne il beneficio degli arresti domiciliari perchè gravemente malato.

Ma quella volta la libertà durò poco… il giorno dopo il tribunale di sorveglianza di Bari revocò gli arresti domiciliari, poichè le condizioni di salute dell’uomo non erano compatibili con la detenzione in carcere.

Da quell’episodio sono partite le indagini sui certificati medici falsi.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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