CONDANNATI I KILLER DEL BOSS D’AMBROSIO

ALTAMURA CONDANNATI A VENT’ANNI I KILLER DEL BOSS D’AMBROSIO

Sono stati loro a uccidere il boss Bartolo D’Ambrosio, 44 anni, ma il contesto in cui il delitto è maturato non è mafioso.

Anche se occorrerà attendere le motivazioni della sentenza si può sintetizzare cosi’ il dispositivo letto dal GUP del Tribunale di Bari Antonio Diella nei confronti di tre presunti killer dell’uomo ucciso in un agguato il 6 settembre del 2010 avvenuto nel Pulo di Altamura, nella Murgia Barese,

Il GUP , al termine di un processo con rito abbreviato ha condannato Francesco Palmieri e Michele Loiudice a una pena di 20 anni di reclusione, e Francesco Maino a 12 anni e 8 mesi.

L’accusa per tutti e tre è di omicidio volontario premeditato esclusa invece, l’aggravante di aver favorito con quell’omicidio una associazione mafiosa, tesi sostenuta dalla DDA.

Per loro la pubblica accusa aveva chiesto una condanna a trent’anni di reclusione. E’ stato assolto il quarto imputato, Rocco Ciccimarra ( la DDA  aveva chiesto una condanna a 6 mesi ), accusato di aver custodito le armi che sarebbero state utilizzate per quella che fu una vera esecuzione.

Il GUP ha anche riconosciuto una provvisoria di 150 Mila Euro a favore di Valeryia Hiblova, vedova di D’Ambrosio, parte civile nel processo concluso ieri.

Uno dei tre imputati condannati per il delitto, Michele Loiudice, ritenuto dagli inquirenti il mandante dell’omicidio, a processo con rito ordinario davanti ai giudici della Corte d’Assise di Bari insieme all’altro figlio, Alberto.

Giorni di appostamenti davanti ad un Bed & Brekfast da parte dei carabinieri di Taviano nel Salento e poi, proprio mentre stavano sistemando i bagagli nell’auto a noleggio per andare via, l’intervento fulmineo dei carabinieri e il fermo di Michele Loiudice, oggi 27 enne e Francesco Palmieri, di 23 anni entrambi di Altamura,

I due finiranno in manette circa due settimane dopo il delitto. Una microspia sistemata all’interno del Bed & Brekfast svelò molti particolari dell’agguato.

I presunti assassini avevano studiato attentamente le abitudini del Boss D’Ambrosio. Quest’ultimi dopo aver crivellato di colpi il D’Ambrosio, gli spararono alla nuca con il colpo di grazia finale.

I due erano in procinto di partire ed erano cosi’ amici che su Facebook, nei loro profili personali, si presentavano entrambi con la stessa immagine ( una foto di gruppo ).

Un lavoro di osservazione paziente quello dei carabinieri della Compagnia di Altamura e del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale.

Dai contatti dei due sospettati dall’attività di intercettazione della chat di Facebook, strumento che utilizavano per comunicare, parlando anche in dialetto altamurano, fu possibile risalire al luogo in cui si nascondevano.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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CATTURATI IN TEMPO REKORD I KILLER DEL BOSS D’AMBROSIO, GRAZIE A FACEBOOK

OMICIDIO D’AMBROSIO CATTURATI I KILLER GRAZIE ANCHE AL SOCIAL NETWORK FACEBOOK

Sono di Altamura: Michele Loiudice e Francesco Palmieri catturati grazie anche alle intercettazioni su un Social Network Facebook.

TAVIANO – Due giovani di Altamura, che avrebbero fatto parte del commando che lo scorso 6 settembre uccise Bartolomeo D’ambrosio sono stati arrestati in un bed and breakfast della provincia di Lecce. Si tratta di Michele Loiudice, di 25 anni, e Francesco Palmieri, di 22 anni, entrambi pregiudicati di Altamura.

La coppia si stava preparando a fuggire all’estero.

GALEOTTO FU FACEBOOK – I due si tenevano in contatto tramite Internet, utilizzando le chat di un noto social network. È uno dei particolari emersi dalle indagini dei carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Bari, coordinate dal pm Antimafia Desirè Digeronimo. Loiudice, inoltre, è figlio di Giovanni, ritenuto in passato personaggio di spicco della criminalità organizzata murgiana, coinvolto alla fine degli anni ’90 nel processo Carlo Magno e condannato per associazione mafiosa. Nel 2003 Giovanni Loiudice sfuggì ad un agguato, trasferendosi per qualche tempo negli Stati Uniti.

L’UDIENZA DI CONVALIDA DEI FERMI – Si terrà domani dinanzi al gip del tribunale di Bari l’udienza di convalida dei due giovani fermati dai carabinieri perchè ritenuti componenti del commando che ha ucciso il 6 settembre scorso ad Altamura (Bari) Bartolomeo D’ambrosio.

La Procura della Repubblica di Bari chiederà al giudice di emettere nei confronti dei due indagati un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per omicidio volontario aggravato e detenzione e porto abusivo di armi da fuoco.

«A distanza di due settimane – dichiara in una nota il procuratore di Bari, Antonio Laudati – siamo riusciti a dare una prima risposta a uno degli omicidi di stampo mafioso che ho definito più volte fra i più pericolosi e strategici avvenuti negli ultimi anni in provincia di Bari.

Una pronta risposta che vuole rassicurare soprattutto i cittadini di Altamura sulla presenza dello Stato nel proprio territorio.

Un messaggio alla criminalità organizzata, verso la quale questa è solo la prima offensiva».

Nella nota Laudati ringrazia inoltre il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano «per la continua attenzione mostrata per l’emergenza criminalità organizzata nel nostro distretto».

Un’attenzione, sottolinea il procuratore, che si è concretizzata «anche con la presenza ad Altamura, dove l’on. Mantovano ha voluto presiedere il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza».

LA RISPOSTA DI MANTOVANO – La risposta data con immediatezza dall’autorità giudiziaria e dalle forze di polizia all’omicidio di Bartolomeo D’ambrosio, ad Altamura, conferma la qualità e l’intensità dello sforzo investigativo coordinato dalla Procura della Repubblica di Bari».

Lo afferma il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano. «È l’argomento più convincente – aggiunge Mantovano – per le tante persone oneste e per le istituzioni del territorio, per aumentare la fiducia e la collaborazione con la magistratura e le forze dell’ordine».

REPORTER

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ARRESTATI I KILLER DEL BOSS D’AMBROSIO

BOSS UCCISO NEL BARESE, PRESI I KILLER

Sono due giovani sospettati di aver fatto parte del commando omicida.

ALTAMURA – Fermati i presunti killer del boss ucciso nel Barese. Si tratta di un giovane di 22 anni, incensurato, e di un pregiudicato di 25.

Sono ritenuti componenti del commando che il 6 settembre scorso ha freddato ad Altamura Bartolomeo D’ambrosio, di 44 anni, ritenuto dalla Dia a capo di un clan malavitoso locale. Le due persone sarebbero state bloccate in un ‘Bed & breakfast’ a Taviano (Lecce). Seguira’ udienza di convalida dei fermi davanti al GIP del tribunale di Bari.

REPORTER

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AGGUATO AL BOSS INDISCUSSO DI ALTAMURA

AGGUATO NELLE CAMPAGNE DI ALTAMURA. UCCISO IL BOSS BARTOLOMEO D’AMBROSIO

Stando ai primi accertamenti investigativi il corpo è stato trovato il località ” Pulo “, alla periferia di Altamura.

D’Ambrosio sarebbe stato ucciso con colpi di pistola e di fucile, e di conseguenza da più persone.

L’uomo era uscito da casa in mattinata allontanandosi alla guida della sua auto.

Obiettivo il boss di Altamura Bartolomeo D’Ambrosio. Lo hanno crivellato di colpi, trentasette in tutto.

Un’agguato a più mani che non ha lasciato scampo al capo indiscusso della mafia della Murgia.

A premere il grilletto infatti sono stati in tre con due pistole ed un fucile. Lo hanno atteso in aperta campagna, lontano da occhi ed orecchie indiscrete, e in località Pulo, nel bel mezzo del Parco dell’Alta Murgia, lo hanno freddato con una raffica di proiettili.

D’Ambrosio ha tentato di scappare per quasi 200 metri, ma, raggiunto dai colpi, si è accasciato al suolo ed è morto.

A dare l’allarme della scomparsa è stata la moglie che non lo ha visto tornare a casa domenica mattina.

D’Ambrosio 44 anni, operaio, campione intercontinentale di Kinckboxing ed istruttore di arti marziali, era solito infatti fare footing per circa venti chilometri ogni mattina.

Alle 7.30 usciva di casa a bordo della sua automobile, la parcheggiava vicino al Santuario della Madonna del Buoncammino e di li percorreva a piedi venti chilometri tra sentieri della Murgia, dieci all’andata e dieci al ritorno.

Alle 9 però non era ancora ritornato, cosi’ la donna preoccupata, alle 10:30 ha chiamato i carabinieri.

Subito sono iniziate le ricerche, i militari hanno prima trovato l’auto in sosta proprio vicino al Santuario.

A mezzogiorno invece la scoperta del cadavere a distanza di quasi dieci chilometri dalla vettura.

Il corpo era riverso sul terreno ormai privo di vita circondato da cinquanta bossoli. Il quadro è stato subito chiaro: un esecuzione violenta e pianificata al dettaglio in perfetto stile mafioso.

Mafia a cui D’Ambrosio apparteneva e di cui era il leader incontrastato.

Capo dell´unico clan dominante di Altamura, come viene definito in una relazione della Direzione investigativa antimafia del 2008, D´Ambrosio era il protagonista della criminalità organizzata della Murgia. Da lui passava tutto: droga, estorsioni ed usura. Erano questi tre i settori principali del business mafioso della zona.

La carriera criminale di D´Ambrosio inoltre annovera anche una condanna a otto anni e sei mesi di reclusione inflitta solo nel 2002 per il tentato omicidio dell´ex senatore democristiano Decio Scardaccione risalente al 1988.

Il 27 marzo inoltre ad Altamura furono uccisi due pregiudicati del clan Palermiti, Rocco Lagonigro e Vincenzo Ciccimarra, non è escluso che l´omicidio di ieri possa essere una risposta all´agguato di sei mesi fa.
Di nemici, è certo, D´Ambrosio ne aveva tanti, proprio per questo le indagini dei carabinieri non escludono alcuna pista.

Il nome del boss spunterebbe anche in alcune intercettazioni della Procura di Bari che hanno dato avvio all´inchiesta sulla gestione degli appalti nella sanità pugliese in cui è stato arrestato l´imprenditore altamurano Michele Columella.

Uno strano intreccio di mafia e politica che gli investigatori devono adesso riordinare. Il caso è affidato al pm della Dda Desireè Digeronimo che coordina i carabinieri del nucleo investigativo provinciale e della compagnia di Altamura. A chiarire le dinamiche del decesso sarà nelle prossime ore l’ autopsia affidata al medico legale Francesco Vinci.

REPORTER

FREELANCER VALTER PADOVANO

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ALTAMURA, FERITO IL FRATELLO DEL BOSS

AGGUATO AD ALTAMURA FERITO IL FRATELLO DEL BOSS

ALTAMURA ( BA ) – Un pregiudicato di 43 anni, M.D., con precedenti penali per associazione mafiosa ed estorsioni, è stato ferito. E’ fratello del noto boss Bartolomeo D’ambrosio, ucciso nel 2010 mentre faceva jogging in campagna.

L’agguato odierno è avvenuto nei pressi di una pizzeria di famiglia. Sul posto è intervenuto il personale del 118 che ha trasferito il ferito, in gravi condizioni, all’ospedale di Altamura. Sull’episodio indagano i carabinieri.

Secondo quanto si apprende l’uomo è stato ferito a un braccio. L’agguato è avvenuto nei pressi dell’abitazione dei suoi genitori tra via Pompei e via San Luca. Sono stati esplosi sei colpi d’arma da fuoco. L’uomo e’ stato scarcerato da poco tempo.

REPORTER

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UNA MIA RIFLESSIONE SULL’OMICIDIO DI PIETRO CAPONE

RIFLESSIONE SULL’OMICIDIO DI PIETRO CAPONE QUANDO LE ISTITUZIONI DIMENTICANO, I RIFLETTORI SI SPENGONO E LA GIUSTIZIA NON VA AVANTI

Voglio aggiungere una mia riflessione sull’argomento anche per ricordare Pietro Capone per gli amici ” Pierino “.

Pierino era un eroe e lo è perchè pochi ve ne sono come lui che si emulano lottando contro l’ingiustizia tutti i giorni da qui il soprannome il ” paladino della legalità “

Pierino lo faceva con coraggio perchè lui dimostrava di essere coraggioso, infatti veniva chiamato ” il paladino della legalità ” un esempio per tutti, per il malaffare Pietro Capone veniva definito ” un rompi scatole “.

No, non è cosi’, quest’uomo amava la sua Gravina ricca di monumenti, di chiese, ricca di storia, le grotte, la gravina, Pierino non voleva che la deturpassero con costruzioni abusive e illegali.

Proprio perchè Pierino, da uomo onesto che era, è andato incontro al suo carnefice mentre stava raggiungendo la propria abitazione. Questi lo ha aggredito alle spalle (da vigliacco) perchè agiscono cosi’ nel mondo criminale. L’assassino ha premuto il grilletto, sparandogli in testa senza pieta’ a disprezzo della vita. Questo nel mondo criminale si chiama giustiziare una persona scomoda.

Cosa volevano nascondere con questo omicidio quando in un paese l’abusivismo si vede sotto agli occhi di tutti? Si voleva continuare a deturpare o meglio si voleva continuare a distruggere pur di guadagnare con l’illegalità diffusa e arricchirsi alle spalle delle persone oneste. Questo era Pietro Capone, una persona onesta che voleva fermare il malaffare e l’abusivismo.

Pierino non amava l’illegalità e lo dimostrava con tutto il suo impegno infatti si recava in Tribunale a depositare le denunce e le firmava con coraggio senza mai fermarsi davanti a niente e a nessuno. Lui amava studiare e approfondire pur di capire dov’era l’illegalità e ci riusciva.

Pierino, uomo mite, amava tantissimo la legalità e per questa si batteva per i presunti abusi edilizi che si perpetravano ogni giorno a Gravina in Puglia.

Pierino in Procura era conosciuto, infatti si aggirava nei corridoi della Procura di Bari in attesa di poter parlare con i PM titolari dei fascicoli aperti sulla base delle sue denunce.

Pierino lo faceva con coraggio e sempre in prima persona, perchè lui non era un vigliacco come lo è stato il suo Killer (lo ha giustiziato alle spalle senza guardarlo in faccia) ma ha preferito fulminarlo per punirlo e levarlo davanti perchè dava fastidio. I mandanti vogliono che a Gravina si possa continuare a costruire liberamente (abusivamente), pur di arricchirsi e fare la bella vita.

Non sono entrato nel merito delle indagini ma è solo una mia riflessione sull’omicidio di Pietro Capone perchè è l’unico modo per ricordare il suo coraggio, quando gli altri dimenticano.

REPORTER

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GRAVINA IN PUGLIA VUOLE RICORDARE PIETRO CAPONE. PER NON DIMENTICARE

IN MEMORIA DI PIETRO CAPONE AD UN ANNO DALL’OMICIDIO. ANCORA NESSUN COLPEVOLE

Sono passati circa quattro anni, dal 10 marzo 2014. Da quella sera in cui Pietro Capone moriva a pochi passi da casa. Freddato con un colpo di pistola alla testa in via La Spezia. Pietro Capone è incensurato e ben lontano dagli ambienti della criminalità organizzata.

Non gode di molte simpatie in città: da anni ha ingaggiato una guerra contro l’abusivismo edilizio e non di rado ha trascinato privati cittadini e istituzioni locali dinanzi ai giudici. Sono tanti gli illeciti, gli abusi di potere finiti sotto la lente di Capone, tutte testimoniate con documenti fatti e date ben precise. Capone non è laureato, non ha titoli da incorniciare ma in tanti sono consapevoli che quell’uomo tarchiato e spesso scostante può dare lezioni di edilizia a urbanistica a blasonati architetti, ingegneri e avvocati.
Chi ha premuto il grilletto in via La Spezia mettendo fine alla vita di Capone probabilmente lo sa. Sa di essere finito sotto la sua lente e probabilmente ha segreti e interessi che non vuole vedere svelati.

L’indomani mattina in via La Spezia è un via vai di gente, curiosi, parenti (pochi per la verità) e giornalisti. Gravina torna protagonista della cronaca nera nazionale. Tante le ipotesi accreditate ma ancora oggi nessuna certezza. Nei giorni immediatamente successivi, sul caso si fanno tante ipotesi, una corsa a chi spara la notizia più grossa.
Intanto a palazzo di città due proiettili vengono inviati all’indirizzo del primo cittadino, ennesimo caso che attende ancora di essere risolto. Cresce la tensione: a Gravina arrivano investigatori, prefetto e il vice ministro Bubbico e promettono un intervento dello Stato, certezze, sicurezza a la soluzione immediata del caso. L’amministrazione comunale organizza una marcia della legalità a cui partecipano istituzioni, scuole e pochi cittadini. Intanto a Pietro Capone viene negato il lutto cittadino, del resto la città resta indifferente alla tragedia di un uomo libero.
Passato il clamore mediatico, infatti, l’assurdo omicidio di Pietro Capone è finito nel dimenticatoio. Nessuno chiede giustizia, nessuno chiede certezza: l’unico indagato attende ancora di avere certezze dalla magistratura. Chi ha premuto il grilletto? Chi ha aggredito capone alle spalle e soprattutto perché? Cosa si voleva nascondere e cosa si voleva evitare che Capone denunciasse?

Domande a cui nessuno risponde, forse perché la città ha già dimenticato. Domani la famiglia di Pietro Capone lo ricorderà durante una celebrazione religiosa voluta dalle sorelle. Per il resto, silenzio.

REPORTER
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L’AVVOCATO LOFOCO RICORDA PIERINO BARBARAMENTE AMMAZZATO

L’AVVOCATO FABRIZIO LOFOCO HA VOLUTO RICORDARE L’AMICO PIERINO SCRIVENDO UNA LETTERA

Pierino era un uomo speciale e chi lo ha conosciuto ne ha tratto una idea di paladino della legalità, come si è detto in questi giorni, quasi a sottolineare una spinta astratta a perseguire, per il puro gusto di farlo, gli intenti della legge. Questa idea è comunque nobile e non giustifica la sua eliminazione fisica, perché dovrebbe essere chiaro a tutti, che le leggi vanno rispettate senza se e senza ma.
Il punto è che Pierino Capone, il nostro Pierino, con quei grandi occhi azzurri, era a un livello molto più alto, in piena concretezza.
Pierino aveva capito.

Pierino aveva messo al servizio di se stesso, dei suoi parenti, dei suoi amici, ore ed ore di studio, di ricerca di approfondimento, per combattere quelle che lui considerava prepotenze.
Erano le prepotenze del potere, o delle persone, ma erano prepotenze perché Pierino non faceva agguati, non attaccava alle spalle, come poi ha subito in punto di morte.
Pierino parlava chiaro: “Avvocato, ho fatto l’accesso agli atti, qua sotto c’è qualcosa che non va, dobbiamo capire bene!”
E studiava, Pierino, con l’approccio alla cultura giuridica sempre più profondo, dopo ore e ore di discussione di singoli casi, fino a risolverli.
Ore ed ore, nelle quali spesso gli ho detto che mi sorprendeva la sua naturale capacità di andare al centro della causa: gli ho spiegato che ci sono avvocati che non riescono a farlo per tutta una vita.
Ore ed ore al termine delle quali Pierino, stanco del confronto, ma felice della sua intelligenza, diceva: abbiamo capito avvocato, abbiamo capito! Andiamo avanti! Fermiamo questa prepotenza.
Gli ho dato del tu sin dal principio, molti, moltissimi anni fa. Lui mi ha dato del lei, perché all’inizio, dinanzi al maestro l’avvocato Raffaele Caso, che ci fece conoscere mi dava del voi. Ero troppo giovane per reggere a questa manifestazione di rispetto profondo.
Ma ero già pago di ragionare con un Uomo vero e compiuto, non un “rompiscatole che se la andava a cercare” come qualcuno ha scritto e pensa, sbagliando del tutto.
Pierino era verità, non simulacro.

Pierino era contro la prepotenza del potere e dell’ignoranza.
Pierino era affettuoso con gli amici, e dava loro contezza e sicurezza della Legge che, se applicata correttamente, avrebbe indotto i comportamenti giusti, senza deviazioni.
Pierino non si armava di bastoni, lui chiedeva al giudice di fare luce, di verificare.
Pierino non ci mancherà mai, perché la sua vita, stroncata da un crimine altrettanto prepotente, d’ora in poi sarà LA NOSTRA VITA: non potremo mai dimenticare che l’impegno alla legalità, come da mesi sentiamo anche dal nostro Santo Padre, fa parte della cultura dell’onesta e della giustizia: a quei valori, i vili assassini di Pierino non sono riusciti a sparare alle spalle.
Quei valori , da oggi, devono diventare i valori della nostra comunità, senza esitazioni, perché il suo sacrificio valga a migliorarci e ad isolare i prepotenti e gli ignoranti.

Pierino, che Dio ti benedica, ora che abbiamo capito anche noi, ti vogliamo più bene.
Avvocato Fabrizio Lofoco.

REPORTER

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L’APPELLO DEL PARROCO ALLA FAMIGLIA: ” PIETRO HA BISOGNO DI PACE “

L’ULTIMO SALUTO A PIETRO CAPONE

GRAVINA IN PUGLIA – Nel giorno dell’ultimo saluto a Pietro Capone ha vinto il silenzio e la compostezza. A dispetto delle polemiche di questi ultimi giorni. Ad aprire la cerimonia funebre un messaggio del vescovo monsignor Giovanni Ricchiuti che ha condannato con forza l’accaduto.
“Profondamente rattristato e sconcertato- si legge nel messaggio- porgo innanzitutto sentimenti sinceri di partecipazione, mentre mi unisco spiritualmente alla preghiera. Levo con forza la voce di vescovo e pastore contro un gesto che ha tolto la vita ad un uomo e ha gettato la città in un clima di preoccupazione. Non si fa giustizia da se, accumulando rancori. Non è cosi che si può pensare al futuro”.
Dello stesso tono le parole di don Saverio Ciaccia che dopo aver ricordato l’importanza del perdono anche dinanzi a simili tragedie, ha centrato l’omelia sulla famiglia di Pietro Capone auspicando la riappacificazione tra i fratelli “perché ora è giunto il momento della pace, ve lo chiede Pierino, che ora ha bisogno di pace”.

Una famiglia, quella di Capone, che commossa e schiacciata da questa tragedia si è stretta attorno ad una nipote durante la lettura di una lettera dedicata allo zio: ” caro zio Pietro non ti dimenticheremo mai. Per noi nipoti sei stato la nostra ombra e ci seguivi con amore. La nostra vita, era per te un libro aperto. Ricordo le tue chiamate improvvise. Ricordo la sveltezza con cui trovavi la soluzione ad ogni problema, ricordo il modo con cui scherzavi e ci prendevi in giro. Ricordo la tua forza d’animo, il tuo coraggio e il buon umore e la vitalità che portavi in casa. E oggi, caro zio, mi rivedo in te, anche io carta e penna ad urlare tutto il mio dolore”.

Parole a cui è seguito un applauso. Lo stesso, che ha salutato il feretro di Pietro Capone all’uscita dalla chiesa dove è scoppiata la commozione dei parenti ma anche degli amici di sempre che non hanno potuto trattenere lacrime di tristezza miste alla rabbia per questa dolorosa perdita.
Tante le persone presenti ai funerali. Tra loro anche il primo cittadino, Alesio Valente che sebbene non abbia concesso il lutto cittadino, ha voluto partecipare alle esequie accompagnato dal vicesindaco Gino Lorusso, dal presidente del consiglio Giacinto Lupoli e dall’assessore Nicola Lagreca.

Mentre il carro funebre, scortato dalla polizia municipale e dai familiari si allontana, in piazza restano gli amici più cari, paralizzati dal dolore e dagli interrogativi.

REPORTER

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OMICIDIO DI GRAVINA DI CAPONE POTREBBE ESSERE UN DELITTO SU COMMISSIONE

OMICIDIO DI GRAVINA LA PISTA E IL DELITTO SU COMMISSIONE UCCISO CON DUE COLPI A BRUCIA PELO CACCIA AI KILLER DI ” PIERINO ” IL SIGNOR HOOD DELLA MURGIA

GRAVINA IN PUGLIA – Potrebbe essere stato seguito dal killer fin sotto casa, prima di essere ammazzato con due colpi dietro la testa, Pietro Capone, l’uomo di 49 anni ucciso lunedì sera a Gravina in Puglia, conosciuto da tutti come “il paladino della legalità” per aver presentato numerose denunce allo scopo di segnalare irregolarità, soprattutto nel settore dell’edilizia.

L’omicidio – questa è la strada che gli investigatori stanno maggiormente seguendo e di cui si parla sin dalle ore successive al delitto – potrebbe essere stato premeditato, eseguito da un killer professionista su commissione di un mandante. Il pm della Procura di Bari Fabio Buquicchio che insieme con l’aggiunto Anna Maria Tosto coordina le indagini della Polizia sul delitto, sta facendo in queste ore una ricognizione di tutti i fascicoli penali aperti dopo le decine di denunce presentate negli ultimi anni dalla vittima. Tra i tanti nemicì che Capone si era fatto, potrebbe esserci il mandante della sua morte.

Si scava anche nella vita privata dell’uomo, analizzando rapporti familiari e sentendo gli amici più stretti per comprenderne le abitudini. Il fascicolo d’indagine è al momento contro ignoti. La Procura attende l’esito dei primi accertamenti scientifici. L’autopsia, affidata al medico legale Alessandro Dell’Erba, è in corso al Policlinico di Bari. Dall’esatta posizione dei fori di entrata dei proiettili, due colpi di una calibro 7.65, sarà possibile ricostruire la posizione del sicario rispetto alla vittima e capire se – come si ipotizza – l’abbia sorpreso alle spalle. La sera in cui è stato ucciso Capone aveva incontrato prima alcuni dei suoi otto fratelli e poi si era trattenuto con alcuni amici fino alle 21.30 circa. Sulla strada del ritorno, a pochi passi dalla sua abitazione, l’assassino lo avrebbe sorpreso a piedi (dal momento che nessuno dei vicini ha sentito rumori di auto o moto) per poi dileguarsi nel buio.

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